Libertà, responsabilità e amore: la pedagogia di Papa Francesco

0

Siamo tutti convinti che la buona educazione non abbia niente a che vedere con il formalismo delle buone maniere. Il dialogo nell’educazione è la caratteristica fondamentale del rapporto tra educatore ed educando, un dialogo che è più vicino a quello praticato da Socrate che non a quello dei teorici del “dialogismo”, come furono definiti. “La buona educazione è già mezza santità”, affermava San Francesco di Sales. Però, attenzione – afferma papa Francesco“Nella storia abbiamo conosciuto anche un formalismo delle buone maniere che può diventare maschera a nascondere l’aridità dell’animo e il disinteresse per l’altro. Nemmeno la religione è al riparo a volte da questo rischio, che fa scivolare l’osservanza formale nella mondanità spirituale”.  

Ma cos’è allora l’educazione? Come si educa? È un interrogativo ricorrente, perché la pandemia, che ancora ci tiene in bilico tra libertà e restrizioni, ha fatto emergere la necessità di prendersi cura dell’altro, pratica che apre mente e cuore ad una comprensione più larga e più profonda della realtà. La buona educazione nei suoi termini autentici è nello stile dei buoni rapporti, saldamente radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro; senza mai dimenticare l’imperativo: educare significa prendersi cura, generando nel figlio, nell’allievo, nei più fragili, nei più piccoli, con molto amore, processi di maturazione della libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione di un’autentica autonomia.”

Smartphone, tablet, Smartwatch, Snapchat, Instagram, Youtube, Facebook e Tik tok sono i mezzi più usati dai nostri ragazzi. Il nostro sistema scolastico negli ultimi 40 anni non poteva sottrarsi, ancor più ora in piena crisi sanitaria, ad una rivoluzione antropologica mai vista prima. La scoperta per il nostro paese della didattica a distanza ha rappresentato di per sé una buona occasione capace di diventare sempre più importante in un momento di così tanta recrudescenza della nostra quotidianità, ma ha anche messo in luce disabilità derivanti dalle differenze socioeconomiche delle famiglie, non tutte in grado di reggere la sfida. Il sistema scolastico è ancora appesantito da didatticismi e nozionismi che rendono incapace di ispirarsi alla nota testa ben fatta di Morin, che auspicava un cambio di rotta dei paradigmi educativi a favore di un sapere costruito dal di dentro. “Non un vaso da riempire quindi, ma una fiaccola da accendere”.  

“In un momento di estrema frammentazione, di estrema contrapposizione, c’è bisogno di unire gli sforzi, di far nascere un’alleanza educativa per formare persone mature, capaci di vivere nella società e per la società”. Papa Francesco lo sottolinea nel documento sul Patto educativo globale. “Serve – aggiunge il Pontefice- un patto educativo globale che ci educhi alla solidarietà universale, a un nuovo umanesimo”, per generare un cambiamento di mentalità su scala planetaria; cita un proverbio africano, che “per educare un bambino serve un intero villaggio”. Ma dobbiamo costruirlo, questo villaggio. Tutti insieme, per educare i bambini, per educare il futuro.

Fiducia nelle persone da educare è la prima raccomandazione di Papa Francesco ma gli educatori devono avere a cuore di creare innanzitutto un clima amichevole e di cordialità, in tutti luoghi e in tutte circostanze in cui sono chiamati ad operare. Un’opera d’amore, delicata, che entra nel vissuto dell’altro in punta di piedi, ma capace di mettere solchi e seminare valori per tutta la vita. La famiglia rimane ancora il nucleo principale in cui si impara questa finezza del voler bene.

 

Abbiamo intervistato il Prof. Giuseppe Zanniello, Ordinario di didattica generale e pedagogia speciale presso l’Università degli studi di Palermo

Dopo la pandemia nulla sarà come prima. Quale scenario ci aspetta? Siamo capaci di rispondere alle nuove esigenze educative?
Posso dirle che conosco istituti che si sono già attrezzati dal mese di luglio per far fronte a quello che sarebbe successo, ampliando le aule, abbattendo muri, sapendo integrare la didattica a distanza con la didattica in presenza, investendo tempo, risorse. Papa Francesco più volte ha sostenuto che dopo la pandemia “nulla sarà come prima e che se qualcuno ritenesse che semplicemente si tratta di aggiustare qualcosa, si sbaglia di grosso”. Come educatori ne siamo consapevoli, però la scuola non è un assestante. I nuovi scenari proposti dal Pontefice riguardano un cambiamento radicale nel sistema economico, sociale, degli stili di vita, delle abitudini delle persone. Ci ha ricordato che non siamo indipendenti, quello che tu fai incide molto non soltanto su te stesso ma ricade sull’intera società.

Come sta avvenendo questo cambiamento?
Dispiace che questo cambiamento debba avvenire per paura, la paura non è un fatto positivo, può essere l’inizio per smontare schemi. Ma con la paura non costruiamo niente. Uno può dire: questo non va bene, ma c’è quest’alternativa. Il discorso educativo si basa su questo, nel presentare modelli alternativi di vita che ti rendono più felice di prima.

Ci sono ancora molte criticità nel sistema educativo italiano. Negli ultimi anni è forte la richiesta di organico e personale specializzato capace di rispondere ad una importante emergenza sociale. Su cosa è più necessario porre l’attenzione? Intanto io sono contrario ad aumentare il numero di figure professionali presenti in una classe scolastica. Insisterei di più in fornire all’insegnante attualmente in servizio delle maggiori competenze con un’opportuna formazione mirata per cogliere meglio le emergenze, la sofferenza, sulle ferite che portano alcuni studenti già da molto piccoli nel loro vissuto.

In questo caso quale sarebbe la prima considerazione?
È aiutare i ragazzi sin dai piccoli a superare il trauma della separazione che molto spesso avviene tra i due genitori; il dolore più forte che il bambino può avere è vedere papà e mamma che prima litigano e poi si separano. Io metterei l’attenzione su questo punto. Trovare il modo per lenire le sofferenze, le ferite di un bambino che vede distrutto quell’amore in famiglia. Ricordiamoci che l’educazione avviene in un clima di amore, è inutile parlare in astratto degli amori degli altri, o anche di Dio stesso, se il bambino non respira, da quando viene al mondo, un amore sperimentato tra un padre e una madre. Questo è un problema molto grosso, da affrontare seriamente, perché il primo principale ponte di difficoltà nella crescita li condiziona seriamente nel mettere su famiglia quando saranno adulti. Penseranno: ce la farò a mantenere un rapporto d’amore stabile?

Quindi mi sta dicendo che la scuola insieme alla famiglia sono ancora il vero motore per portare avanti la società?
Certo, senza alcun dubbio! La scuola da sola non riesce. Quando i genitori non svolgono il lavoro educativo in un clima di amore, tutto diventa più difficile. Gli insegnanti dovrebbero saperlo ed essere anche attrezzati, essere più vicini per comprendere e sostenere i loro alunni quando attraversano momenti molto dolorosi. Le separazioni coinvolgono il 50% delle coppie. Lì è il punto da cui partire.

Secondo Lei, qual è la pedagogia di papa Francesco che vuole comunicare attraverso il patto educativo globale?
Intanto parliamo di una persona che ha insegnato, che ha trascorso molti anni come insegnante nella scuola argentina; anche quando era vescovo a Buenos Aires andava spesso nelle scuole di periferia, quindi c’è questa attenzione diretta al primato del bambino rispetto agli adulti. Potremmo dire che il principio su cui passa la sua concezione è il sostegno ai più deboli. Il bambino è un essere indifeso, spesso alla mercé degli adulti. Si rivolge ai piccoli che sono benedetti, sono i prediletti da Dio, come i poveri, o i malati.

Si parte da lì per poi farli “volare”.?
La sua preoccupazione è di togliere ai genitori la fissazione di dover controllare tutto, di dare una specie di libertà vigilata ai figli man mano che crescono, e il più tardi possibile. È questo è esattamente l’opposto dello scopo dell’educazione scientificamente intesa: tu educhi per rendere il più presto possibile una persona libera e responsabile dei suoi atti. Certamente c’è il rischio che si possano commettere degli errori. Quello che si cerca di far capire ad insegnanti e genitori è che non è una tragedia quando un bambino o un ragazzo sbagliano. Non è una tragedia se al fianco troverà un adulto che lo comprende, che lo fa riflettere. L’alternativa è peggiore di quella fissazione, la libertà connessa agli sbagli è un rischio da correre. Date fiducia ai vostri figli, date fiducia ai vostri alunni; questo è il punto.

Davanti al futuro tecnologico che stiamo affrontando, con la didattica a distanza non c’è il rischio di far rimanere indietro le famiglie più disagiate? Il sistema la scuola sta rispondendo in maniera esaustiva? 
Rischio? È una certezza. In Sicilia il 50% dei ragazzi non avevano connessione internet. Questo è un dato di fatto. L’Assessore regionale all’Istruzione è intervenuto con dei soldi per fornire un tablet almeno per potersi collegare, fare i compiti e stare in contatto con gli altri. Perché ne vanno di mezzo sempre le persone meno dotate dal punto di vista economico. Diverse realtà ecclesiali, parlo per la Sicilia, sapendo che è in pensabile che un bambino di un certo quartiere di questa benedetta Palermo abbia a casa un posto tranquillo dove usare il tablet, hanno messo a disposizione le aule delle parrocchie per riunire insieme per far usare in compagnia ad altri questi strumenti. Una delle soluzioni potrebbe anche essere finanziare il mondo del volontariato, ma non per dare stipendi, ma per supportare le spese di adeguamento e messa in sicurezza dei locali dove potrebbero andare i bambini che non possono stare a scuola 4 ore, ma debbono stare a scuola due ore soltanto. Ci sono insegnanti in pensione che darebbero volentieri il loro tempo per sostenere queste difficoltà. É necessario dare spazio anche alla volontà educativa di un territorio.

Quali sono i nuovi paradigmi di cui oggi il nostro sistema educativo e formativo ha bisogno?
Sentiamo la mancanza ancora di una cosa molto semplice: risvegliare il desiderio di educare. Nel cuore dell’uomo il momento educativo è il momento della catarsi, il momento in cui esci fuori da te, esci fuori dalla tua immagine, dal tuo corpo, dai tuoi pensieri, desideri, e ti metti davanti un bambino piccolo, bisognoso di aiuto, se la genitorialità si sposta avanti negli anni. Anticipare il momento in cui un adulto diventa educatore, di prendersi cura dei più piccoli, ad occuparsi di loro con il gioco, con lo studio, con il divertimento. Se vuoi veramente diventare adulto devi sentirti responsabile nei confronti dei più piccoli, dei più fragili di te. E devi avere dentro dei principi, dei valori, devi presentarti come modello, usiamo questa espressione, far si che cresca la consapevolezza, già nei 18enni che si è dei modelli di credibilità. I nostri ragazzi cercano adulti di cui fidarsi, a cui affidarsi, da prendere di riferimento per la crescita.

Fonte: http://www.rainews.it/