Libano: una regione in conflitto che ha speranza nella pace

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Libano: una regione in conflitto che ha speranza nella pace

Nel paese dei cedri ci sono sei milioni di abitanti, di cui meno del 30% sono cristiani. Rafel Peró Baig, della Diocesi di Beirut: «Qui si muore di fame e si vive grazie alle rimesse dei parenti all’estero»

Dopo l’esplosione avvenuta nel paese che ha portato al ferimento di quattro osservatori delle Nazioni Unite, e con l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente, le tensioni e le preoccupazioni di un imminente guerra nel vicino Oriente crescono.

Il Libano è un territorio piccolo che attualmente accoglie i cristiani in fuga dai paesi confinanti dilaniati dal terrorismo e dalle persecuzioni religiose. Ma anche un paese da cui molti giovani vorrebbero fuggire per trovare altrove un futuro migliore.

Attualmente i cristiani nel paese dei cedri sono circa il 30% della popolazione. La loro presenza risale al periodo di Gesù. Ma il Libano si trova di fronte ad uno scenario di guerra che da anni nega la dignità umana: “Guerre, attentati, persecuzioni per motivi razziali e religiosi, e tanti soprusi che vanno moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una terza guerra mondiale a pezzi”.

In questi ultimi anni il paese ha attraversato una serie di crisi che hanno messo a dura prova la politica e l’economia prospettando un panorama incerto dal punto di vista geopolitico. Sebbene il Paese abbia sempre convissuto con le instabilità della regione, il periodo attuale sta facendo precipitare la sua popolazione in un clima di incertezza senza precedenti.

Abbiamo incontrato Rafel Peró Baig, sacerdote che lavora per la pastorale giovanile nella Diocesi di Beirut; è stato in passato capo missione della FPSC in Libano, Siria, Giordania ed Egitto.

Qual è la situazione attuale in Libano dopo l’esplosione in cui sono rimasti feriti quattro osservatori delle Nazioni Unite?

La situazione politica, sociale ed economica è molto instabile e complessa. Dopo l’ultima crisi economica, la svalutazione della moneta del Paese ha raggiunto il 1000%, incidendo negativamente sul potere d’acquisto degli stipendi. È molto difficile acquistare cibo, i prodotti che vengono venduti qui provengono dall’estero, poiché la produzione nazionale è scarsa. I prodotti acquistati nei supermercati sono praticamente tutti dollarizzati. Un deodorante costa come in Europa. Ci sono molte persone che muoiono di fame, persone che fino a ieri hanno vissuto molto bene e ora sono costrette a chiedere aiuto con molta vergogna. Quindi la povertà è molto diffusa ed è per questo che la gente lascia il Paese, emigra. Qui si vive grazie alle rimesse dei parenti all’estero.

Quanti cristiani vivono in Libano?

Sono anni che non viene fatto un censimento nel Paese, ma è probabile che oggi nel Paese sia presente meno del 30% dei cristiani. Quando sono arrivato in Libano nel 2007, si diceva che c’era un 30% di cristiani, un 30% di musulmani sunniti, un 30% di musulmani sciiti e un 10% di altre religioni. Il Paese ha molte radici cristiane. Per essere eletto un presidente deve essere cristiano maronita, il primo ministro deve essere sunnita e il presidente del parlamento deve essere sciita. È molto difficile raggiungere un equilibrio politico. I cristiani in questa terra hanno dei diritti, diversamente da altri paesi della regione dove essere cristiani non dà diritti, come i musulmani in diverse parti della regione. I giovani libanesi che decidono di lasciare il Paese sono cristiani che non hanno alcun tipo di aiuto.

Il Libano è il cuore spirituale e culturale dei cristiani: qual è il ruolo delle comunità cristiane nel destino di questo Paese?

In Libano c’è molta educazione cristiana, i più importanti college e università del Paese sono cristiani e i musulmani frequentano queste istituzioni. Il rapporto personale, potremmo dire, tra musulmani e cristiani a livello personale, è abbastanza esemplare. Il problema è a livello politico in tutta la regione. È piuttosto difficile capire tutte le situazioni. Per esempio, nel centro di Beirut ci sono tre cattedrali cristiane di riti diversi e nella stessa zona ci sono diverse moschee, e la gente non ha problemi ad andare a messa. Qui c’è molta fede, ci sono molte persone, soprattutto giovani, che vanno a messa la domenica. Ci sono poche persone che mettono in dubbio l’esistenza di Dio.

Come influisce l’attuale conflitto israelo-palestinese sul Libano? 

Quello che percepiamo è che la situazione di guerra tra Hezbollah e Israele è difficile e pericolosa. In realtà, è un problema che riguarda tutti in generale, anche se il resto dei libanesi non ne vuole sapere. Se ci si trova in zone cristiane, dove Hezbollah non è presente, si è più al sicuro. Recentemente, a due chilometri da dove vivo, vicino a Beirut, in una zona al confine con gli sciiti, un drone ha attaccato e ucciso un agente di Hamas che si nascondeva. Probabilmente, l’attacco non era destinato a noi. Per ora ci sentiamo più o meno al sicuro, sappiamo che non possiamo attraversare certe zone, perché è un po’ più pericoloso, puoi vedere i caccia israeliani che ti passano sopra, ma sai bene che non stanno venendo per te. Ma qui la situazione può cambiare improvvisamente.

C’è il rischio concreto di un conflitto più ampio nella regione?

Sì, la situazione è molto delicata, ma è molto difficile sapere come si evolverà a causa del numero di attori coinvolti, sia a Est che a Ovest. È necessario pregare molto.

Nonostante la crisi in Libano, ci sono ancora motivi di «speranza e ottimismo»?

Il Libano fa parte di una regione del mondo in guerra da più di 2000 anni, e se i libanesi continuano ad andare avanti è perché hanno sempre avuto speranza nel cambiamento. È un Paese con molta fede e la presenza della Vergine Maria è evidente nella loro vita quotidiana. Qui c’è un santo molto conosciuto, San Charbel, che fa continuamente miracoli; è una popolazione piena di speranza, altrimenti non ci sarebbero miracoli. Ci sono molti giovani che restano nel Paese perché hanno fede e speranza che le cose possano andare avanti e lottano per la pace.

Come vengono accolti i messaggi di solidarietà di Papa Francesco?

La gente in Libano ama molto il Papa. Di recente sono stato in viaggio a Roma con un gruppo di libanesi e abbiamo incontrato una persona della Segreteria di Stato che ci ha detto che dal Vaticano il Papa segue molto da vicino i problemi del Libano. Qualche tempo fa, quando c’era la possibilità che il Papa venisse in Libano, la gente era molto contenta. La gente di questo Paese è molto contenta che il Papa sia molto vicino ai poveri e ne è molto grata.

Lei ha vissuto in Libano e da lì ha viaggiato in Siria, Egitto e Giordania: c’è il rischio di persecuzioni cristiane?

Ho incontrato diversi rifugiati iracheni perseguitati per la loro fede. Il padre di un amico è morto da martire (gli hanno tagliato braccia, gambe e testa) per non aver rinnegato Cristo. In Libano non vedo nulla che si avvicini a una situazione simile e non credo che presto ci troveremo di fronte a persecuzioni cristiane per il fatto di essere cristiani. Il problema è che la popolazione cristiana sta diminuendo e col tempo, perdendo presenza e forza, potrebbe perdere anche diritti e libertà religiosa. D’altra parte, nei Paesi musulmani della regione c’è una certa apertura e preferisco vedere le cose con ottimismo.

La pace è possibile?

La pace è possibile, se ci sono meno ingiustizie e diritti per tutti. Tutti pregano per la pace e tutti pregano per la pace in Israele. Il Libano sa che se ci fosse la pace con Israele, le sue sorti potrebbero cambiare; sia dal punto di vista economico, sia per la stabilità nella regione, sia perché potrebbero fare molte cose insieme e sarebbe fantastico. Ma c’è anche una situazione politica reale, in cui è molto difficile avere la pace se non si risolve la questione palestinese. Il Libano è un Paese con sei milioni di abitanti, di cui circa due milioni sono rifugiati: siriani, palestinesi e alcuni iracheni, la maggior parte dei quali sono musulmani.

Fonte: Rainews.it