Plaza de Soros, Napoli e Bruno Forte, Giorgio Gori e Avvenire

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Un breve accenno al presepe in Piazza- La nomina di mons. Battaglia a Napoli: e l’arcivescovo Bruno Forte? – ProVita&Famiglia, manifesti strappati e rimossi, Giorgio Gori (sindaco di Bergamo) e Marco Tarquinio.

UNA MOSTRA ONUSIAN-BABILONESE IN VATICANO

E’ giunta notizia che a piazza San Pietro, rinominata temporaneamente (fino al 10 gennaio 2021) Plaza de Soros , è stata inaugurata una Mostra onusian-babilonese dal titolo “Come nacque Zarathustra”. Colonna sonora: “Tu scendi dai pianeti” . Si prevede che la mostra riscuoterà grande successo tra gli alieni, che – eccezionalmente dispensati dalle misure in vigore per i terrestri – potranno atterrare nell’eliporto vaticano e confluire in scia luminosa nella Plaza. Purtroppo – e ce ne scusiamo con chi ci legge – non abbiamo i titoli artistici adeguati per recensire la mostra. In ogni caso, per comprenderne il contenuto, basta leggere al contrario la Lettera sul presepe “Admirabile signum” di papa Francesco, firmata a Greccio il primo dicembre 2019.

IN PENSIONE IL CARDINAL SEPE – ‘DON MIMMO BATTAGLIA’ ARCIVESCOVO DI NAPOLI – MA… E L’ARCIVESCOVO BRUNO FORTE?

Il 12 dicembre 2020 il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede ha comunicato il cambio di pastore a Napoli: il settantasettenne cardinale Crescenzio Sepe se ne va in pensione e gli subentra il cinquantasettenne ‘don Mimmo Battaglia’, odierno vescovo di Cerreto Sannita-Sant’Agata dei Goti, fino al 2016 ‘prete di strada’ in Calabria (e anche presidente della Federazione italiane delle comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti nel periodo 2006-2015).  

Il cardinal Sepe è stato assessore della Segreteria di Stato, segretario generale del Comitato per il Grande Giubileo (un grande e pragmatico organizzatore), prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli/Propaganda fide (2001-2006), successore poi del cardinale Michele Giordano a Napoli dal 2006 (ne ricordiamo ancora l’ingresso solenne  il primo luglio).  

La nomina di ‘don Mimmo Battaglia’ non ci ha certo sorpreso, confermando la predilezione di papa Bergoglio per i preti ‘che si sporcano le mani’.

Tuttavia nel cervello ci è frullato un interrogativo: ma che fine ha fatto l’arcivescovo Bruno Forte, che a ogni apparenza sembrava fino a quattro anni fa una star in irresistibile ascesa nel firmamento vaticano, tanto che di lui si parlava come del nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede? Lui che era stato ordinato vescovo a Napoli dal cardinal Ratzinger e accompagnato nell’ingresso a Chieti dal cardinal Martini? Lui che era stato segretario speciale dei Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015? Uomo-chiave, tanto è vero che, nella conferenza-stampa del 13 ottobre 2014 sulla “Relatio post-disceptationem” il relatore generale cardinale Erdoe rimandò a Forte per la risposta alla domanda sul riconoscimento delle convivenze omosessuali: “Il brano l’hai redatto tu, rispondi tu!” (vedi  https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/424-sinodo-sassolini-negli-ingranaggi-della-gioiosa-macchina.html ).

E allora come mai in questi ultimi tre anni la stella di Bruno Forte è molto impallidita dentro il Vaticano e anche sulle pagine della stampa turiferaria, Avvenire in testa ?  Un perfido diavoletto che si nasconde nel nostro cervello ci ha suggerito una risposta: e se fosse per… E se fosse per … quella confessione verace fatta pubblicamente da Forte il 2 maggio 2016 al Teatro comunale Rossetti di Vasto? Che disse l’arcivescovo di Chieti-Vasto nell’occasione, riferendosi alle controverse note a piè di pagina sulla comunione ai divorziati risposati? Si riferì alla risposta datagli da papa Francesco alla sua domanda su come procedere in materia: “ Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati risposati, questi non sai che casino ci combinano. Allora non parliamone in modo diretto, tu fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io”.  Commentò mons. Forte: “Tipico di un gesuita”. Ecco… e se l’inquilino di Santa Marta – che certo (quando vuole) ha buona memoria – se la fosse legata al dito, con le prevedibili conseguenze sulla ‘carriera’ del ‘reo’,  un napoletano facondo e nel caso un po’ goliardo?

PROVITA&FAMIGLIA, MANIFESTI, IL SINDACO DI BERGAMO, IL DIRETTORE DI AVVENIRE

Ieri mattina all’edicola c’è caduto l’occhio sulla copertina di una rivista più o meno patinata che aveva in alto uno strillo d’apertura: “Contro la campagna di odio: l’aborto è un diritto” (in pagina interna diventa: “Basta terrorismo: l’aborto è un diritto”). Non solo: nella foto di copertina ecco l’attrice trentenne Kristen Stewart (a suo tempo aspirante vampira nella saga di Twilight ) che intervistata fa propaganda a un “film natalizio che ruota intorno a una storia gay”: “E’ indice dei progressi fatti verso l’uguaglianza, anche se la strada resta ancora lunga. Da membro della comunità LGBT sono orgogliosa di un progetto così ambizioso e onesto sull’identità di genere. Non c’è modo migliore per terminare questo 2020 a dir poco complesso. (…) Per cambiare le cose bisogna fare un passo alla volta, magari cominciando con il far vedere ai figli una commedia come questa durante le feste”. Ecco un consiglio d’autrice sul come allietare con profitto i bambini nel tempo natalizio.

Auguri politicamente corretti quelli della rivista più o meno patinata. E con la rivista sarà d’accordo anche il sindaco di Bergamo. Si chiama Giorgio Gori, è del Pd, è stato direttore di Canale Cinque oltre che produttore televisivo. Al suo attivo – per modo di dire – due programmi che hanno contribuito e contribuiscono a secolarizzare e vacuizzare una parte degli italiani: “Il Grande Fratello” e “L’Isola dei Famosi”. Sul primo ha detto: “Ho lasciato nel 2011 l’azienda perché volevo fare l’imprenditore. E più di così – il 60% di share nella prima finale del Grande Fratello – non avrei potuto ottenere”. Sul secondo: “Penso che l’Isola sia stato e resti un programma di grande ricchezza espressiva, non a caso seguito anche dal pubblico colto”. Certo da quelli ‘colti’ come lui.

Perché parliamo di Gori? Ne ha fatta una grossa, mostrando per una volta pubblicamente il suo lato repressivo, di solito nascosto dai sorrisi di cui fa ampio uso.

Domenica 6 dicembre (e nei giorni successivi) in diverse città italiane sono apparsi grandi manifesti (affiancati anche da camion-vela) contro l’utilizzo della pillola abortiva RU 486 (liberalizzata nelle prime nove settimane con un blitz agostano dal ministro italiano della Sanità, il rosso rosso Roberto Speranza). Nei manifesti, sotto la domanda in evidenza: “Prenderesti mai del veleno?”, la richiesta: “Stop alla pillola abortiva RU486” (che) “mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo”. Sotto una donna in abitino bianco, svenuta, con in mano una mela rossa, addentata. La firma è: “dalla parte delle donne”, ProVita&Famiglia. Come è noto, non mancano gli studi scientifici che rilevano come la RU486, oltre a uccidere il figlio in grembo, possa danneggiare la vita della madre causando emorragie, infezioni, setticemie, distruzione del sistema immunitario, depressione, fino alla morte.

Immediata e furente la reazione della lobby abortista, cui hanno dato manforte i soliti professionisti della protesta ‘progressista’ come il noto Roberto Saviano. I manifesti sono stati imbrattati, strappati, coperti ad esempio a Milano (dove dalla Giunta comunale piddina con inserti cattofluidi si sono ‘sollecitati’ i concessionari alla rimozione), Genova, Roma, Perugia, Palermo, La Spezia, Ravenna, Trento. A Bergamo è stato addirittura il sindaco – Giorgio Gori per l’appunto – a segnalare soddisfatto su twitter la rimozione dei manifesti.  

Ma un lettore, Marco Sostegni di Vinci, nota e scrive qualche riga ad Avvenire, lamentando quella che gli sembra “una censura bella e buona” praticata perdipiù da uno che si definisce cattolico. Il Turiferario direttore in calce alla lettera, pubblicata il 12 dicembre, appare dispiaciuto che “Giorgio Gori, uomo che conosco e ritengo intelligente, competente e sensibile (NdR: una sviolinata che neanche Paganini) abbia compiuto un simile errore”.

Punto sul vivo, il ‘cattolico’ Giorgio Gori batte sulla tastiera una lettera a sua difesa, che si legge con grande evidenza sul numero del 15 dicembre: “Mi capita ovviamente di sbagliare – scrive – ma non credo in questa occasione. Soprattutto non credo che si possa parlare di censura”. E’ un’accusa questa che per un politicamente corretto come Gori suona come un insulto sanguinoso. Perciò il sindaco di Bergamo cerca di spiegarsi: La ragione, semplice, che mi ha spinto a chiedere la rimozione dei manifesti è che il loro contenuto – l’affermazione secondo cui la pillola Ru486 ‘mette a rischio la salute e la vita delle donne’, accompagnata dallo slogan ‘Prenderesti mai del veleno?’ e dall’immagine di una donna stesa (morta?) dopo aver addentato una mela – costituisce una comunicazione distorsiva della realtà, non suffragata da evidenze fattuali e volta a ingenerare allarme per scoraggiare l’uso del medesimo prodotto”.

E’ nota l’allergia del Turiferario direttore alle critiche. Subito prende lo spadone e mena fendenti (seppure in questo caso sacrosanti) anche agli ‘amici’. Dapprima ricorda al ‘gentile sindaco’ che “la Ru486, non è un qualunque farmaco, è lo strumento con cui si realizza l’aborto chimico. Ed è lecito discuterne proprio per la sua natura e per i risvolti etici che il suo consumo comporta”. Poi segnala “ che nel mondo sono stati censiti, anno dopo anno, decine e decine di casi di morte di donne che avevano assunto la Ru486. Sono casi dei quali ‘Avvenire’ ha via via fornito documentazione”. 

Il manifesto di ProVita&Famiglia? “Dice cose e dà allarmi ‘sgradevoli’, può non piacere per la sintesi che propone (e a me, da questo punto di vista, non piace), ma non afferma falsità. La Ru486 è oggettivamente un veleno. Che può far male anche alla donna che la assume, come episodi avvenuti nel mondo e pure in Italia testimoniano. (…) Ho scritto che ‘può far male anche alla donna’ che sceglie l’aborto, perché prima di tutto è certo che fa male al bimbo non nato. Perché ‘uccide il figlio nel grembo’. L’unica frase del manifesto che lei, sindaco Gori, non cita nella lettera, e che – me ne rendo conto – è durissima da scrivere o anche solo da dire, ma che è vera. Il bambino o la bambina che non nasceranno più sono in una condizione nella quale ognuno di noi è stato. E non sono ‘nulla’. No, non ci si può dimenticare di loro quando si parla di aborto in qualunque forma. Così come non ci si può mai dimenticare della donna, e della sua vita. Eppure succede. Ieri contava spesso poco o nulla la donna e madre, oggi sempre più frequentemente ci si dimentica della creatura abortita. E io credo che questa “dimenticanza” sia motivo di un allarme serissimo che nessuno (…) dovrebbe pensare di poter liquidare come allarmismo”. Stavolta alle citazioni degli scampoli di prosa del Turiferario direttore non abbiamo niente da togliere né da aggiungere. Dunque per oggi chiudiamo qui.

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