LIMES: ROMA, Eterno paradigma d’ogni Impero

0

Il numero 2/2020 di ‘Limes’ offre la possibilità di riflettere sul ‘potere del mito’. In particolare nell’editoriale si evidenzia il mito dell’impero romano, che molto ha influenzato la storia successiva, non solo dell’Occidente. Parallelismi tra Roma e Stati Uniti. Una trentina di contributi interessanti, anche su bandiere e inni (ma la ‘Marseillaise’ è musicalmente vercellese…)

E’ uscito recentemente un quaderno di Limes (rivista italiana di geopolitica) intitolato “Il potere del mito”. Nella trentina di testi contenuti nel volume si evidenziano in particolare tre aspetti della problematica, di per sé assai complessa. Li riprendiamo dai sottotitoli: “Come le potenze si raccontano grandi – Roma, eterno paradigma d’ogni impero – Europa, nobile leggenda economicistica”. Tre pure le parti del quaderno: riguardano i “miti fondanti”, i “miti infondati” e alcuni simboli ad essi connessi come quelli dell’inno nazionale e della bandiera.

L’editoriale della rivista diretta da Lucio Caracciolo riprende uno dei sottotitoli, adattando un noto proverbio della cultura popolare italica: “Tutti i miti portano a Roma”. L’incipit è categorico: “Non c’è geopolitica senza mito. E non c’è mito senza rito. Ogni comunità che aspiri alla potenza ha bisogno di una radice storica (NdR: a dire il vero lo richiedono spesso anche le comunità che non aspirano di per sé alla potenza). Di una credenza coltivata e condivisa dalle élites. Le quali provvederanno a organizzarne il culto di massa. Rito a conferma del mito”. Insomma “la celebrazione dell’identità comune è certificazione di esistere per la causa patria di cui ci si offre transitori custodi. Premessa e conseguenza della propria vitalità geopolitica”.

Ed è la storia – si prosegue nell’editoriale – che “disegna la geopolitica”. E la storia “la fanno gli imperi”. E’ una storia “tessuta di storie. Miti. Tutti derivati dal mito fondante: Roma”.

Quello di Roma è “un impero senza fine nel doppio senso spaziale e temporale”. Perché “la Roma di Augusto si vuole urbis et orbis, città ed ecumene, e insieme aeterna, capace di fermare il tempo grazie alla protezione degli dei”.

Non esiste – nota Limes – “impero degno del nome, non solo in Occidente, che non si sia richiamato a Roma, fosse solo per aggiungersi un quarto di nobiltà”. Quello ottomano “continuatore di Costantinopoli”, il Sacro Romano Impero, l’impero asburgico “nelle sue proteiche diramazioni”. Non solo: “Impronte romane marcano le diverse vite della nazione imperiale francese, per tacere della maestà britannica”. Addirittura “oggi a Pechino (…) si enfatizzano i contatti veri o presunti con l’imperium lungo la via della seta”. Il quale imperium con i suoi derivati ha influenzato persino “nascita ed espansione degli Stati Uniti d’America, romanamente inclini a dissimulare la propria matrice imperiale sotto veste repubblicana”.

I PARALLELISMI DI ‘LIMES’ TRA PRIMA E ‘QUARTA’ ROMA (GLI STATI UNITI)

Stati Uniti, la ‘Quarta’ Roma, fin dagli inizi attratta dalla Prima per i vincoli stretti dei fondatori e dei loro successori ottocenteschi con la latinità (vedi richiami nelle parole e negli scritti, vedi le decine di località intitolate a Roma, vedi “l’ambiguità della forma politica, necessaria a celare la sostanza geopolitica”). Limes elenca poi altri sei motivi di parentela, che rendono suggestivo il parallelismo tra la Prima e la Quarta Roma. Il primo: “Roma e America sono maestre al mondo nell’arte di assimilare”(NdR: forse non sempre…). Il secondo: “L’assimilazione avviene includendo genti e culture diverse in istituzioni alimentate da una missione che in entrambi i casi si postula ecumenica”. Il terzo: “Tale missione pretende di diffondere libertà, giustizia, pace. Il quarto: “Universalità del diritto, pur sensibile ai mores”. Il quinto: “Inclusione, non persecuzione dei vinti”. Il sesto: “Condanna alla fatica di Sisifo per continuamente risincronizzare istituzioni e strategia”.

CONTRIBUTI SULLE CARATTERISTICHE DI ALCUNI IMPERI

E ora qualche accenno ai contenuti di alcuni dei testi del quaderno.

Nel primo dei contributi, a firma di Krishan Kumar (Università della Virginia) si analizzano le caratteristiche degli imperi che si richiamano a quello romano (“per secoli l’unico modello d’impero per la maggior parte degli europei”), fondato sulla triade “universalismo, civilizzazione, cristianità”. Ad esempio gli Asburgo (“che adottarono come simbolo l’aquila bicefala e ricondussero la loro stirpe” a Enea e Giulio Cesare) “aspiravano all’impero globale e adottarono il motto Aeiou ( Austria est imperare orbi universo)”, considerandosi anche baluardo della Cristianità, che si ripromettevano di difendere (e difesero) sul fianco orientale dai turchi. Kumar annota poi che anche lo stesso impero ottomano, “almeno inizialmente”, rivendicava ascendenze romane: “Sia Maometto sia Solimano il Magnifico sognavano di conquistare Roma, per riunire l’antico impero annettendone anche la metà occidentale”.

Molto stimolante anche il contributo di Leonid N. Dobrokhotov (Università Statale Lomonosov Mosca) sull’ ”eterna grandezza della Russia”. Sentite come spiega il battesimo della Rus’ di Kiev da parte del principe Vladimir nel 987: “Sotto l’influsso della cultura e delle concezioni pagane scelse la religione cristiana di rito greco tra le varie forme di cristianesimo, dopo aver scartato l’islam. Il cristianesimo d’impronta bizantina corrispondeva al meglio alle concezioni di giustizia e di bellezza, nonché agli interessi nazionali dell’antica Rus’ di Kiev. Il cattolicesimo di rito romano occidentale venne da lui rifiutato dopo attento studio. Questa decisione gettò le basi del conflitto di civiltà con l’Occidente – un conflitto di cui si sono nutrite tutta la cultura e la politica della Russia fino ai giorni nostri” (NdR: è anche vero però che ci furono periodi della storia russa – vedi ad esempio quello di Pietro il Grande – caratterizzati da vicinanza alla cultura occidentale).

Nel quaderno (che è arricchito come e più di sempre da una cartografia veramente splendida) troviamo riflessioni interessanti anche sul Risorgimento italiano, sulla Cina (il “sogno cinese” del “rinnovamento della nazione”), sulla Turchia (“La paura dei turchi muove la storia del mondo”), sulla Francia (De Gaulle, grandeur, messaggio universalista della missione civilizzatrice, progetto europeo, concetto di nazione).

 

GLI INGLESI SI APPROPRIARONO ANCHE DEL CICLO DI RE ARTU’

https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.com/

Si scopre anche, per quanto riguarda la Gran Bretagna, che “l’invenzione della tradizione inglese serve a legittimare il predominio su gallesi, scozzesi e irlandesi”. Gli inglesi ad esempio si appropriarono del ciclo di Re Artù: “Ponendo il caso – osserva Andrew Gamble (Università di Sheffield) – che sia mai realmente esistito, questo sovrano era uno dei signori della guerra romano-britannica che capeggiarono la resistenza all’invasore anglosassone dopo che le legioni imperiali si furono ritirate dalla Gran Bretagna”. Si tratta poi di Iran e di Polonia (qui ci sarebbe da discutere assai).

Nella seconda parte, “Miti infondati”, in cui non mancano pagine di spessore ad esempio sul mito europeista e sul razzismo (con riflessioni sull’eugenetica), si incappa in un contributo che può suscitare qualche dissenso sulla “leggenda del terrorismo ‘islamico’ “.

INNI NAZIONALI… MA LA MUSICA DELLA MARSEILLAISE E’ DEL VERCELLESE VIOTTI (MUSICISTA DI CORTE, AMICO DI MARIA ANTONIETTA), NON DI ROUGET DE LISLE

Nella terza parte ecco un contributo vivace sull’ “inno nazionale verso il mito tra patria, popolo, partiti e partite”. Piero Mioli (storico della musica) indaga su origine, struttura, fortuna degli inni nazionali, di cui individua alcuni elementi comuni, al di là delle lontananze geografiche e culturali: “Per cominciare il movimento, sospeso fra la solennità della canzone e lo scatto della marcia, e la tonalità, molto più spesso nel modo maggiore che nel minore”. In evidenza alcuni inni celebri come quelli austro-tedeschi, il russo, lo statunitense, quello di Israele (“ha valicato tutto quanto separava quel nuovo Stato sempre all’erta dalla vecchia, placida, campestre Boemia di Bedřich Smetana”). Largo spazio è dato al Canto degli italiani/Fratelli d’Italia, musica di Angiolo Novaro e parole di Goffredo Mameli, nonché alla larga popolarità della Canzone del Piave, del Va’ pensiero e della Marcia di Radetzky, quasi paradossalmente (dato il ruolo storico assunto dal governatore austriaco del Lombardo-Veneto) … o forse no, amata da molti italiani.

Non poteva mancare naturalmente la Marseillaiseforse l’inno più noto al mondo”, che però – ci permettiamo di osservare – non “fu composta da un semplice ufficiale come Claude-Joseph Rouget de Lisle” (cui nel 1792 era stato commissionato dal sindaco di Strasburgo un ‘canto di guerra’ per l’armata del Reno). In realtà Rouget de Lisle è l’autore delle parole, ma la musica è indubitabilmente di un violinista e compositore vercellese, Giovan Battista Viotti (1755-1824). Viotti visse diversi anni a Parigi, musicista di corte e amico della regina Maria Antonietta. Nel 1781 compose “Tema e variazioni in do maggiore”: chi ascolta il deliziosissimo brano immediatamente lo riconosce come Marseillaise per violino e orchestra. Secondo la vulgata Rouget de Lisle avrebbe scritto e musicato il brano in una notte…e tuttavia è assodato che non ne firmò lo spartito…

BANDIERE E COLORI

Di indubbio interesse nella terza parte anche il contributo di Bruno Cianci (giornalista) sul “mito della bandiera”. E qui l’esempio della Spagna è illuminante: “Il giallo e il rosso, i due colori principali della bandiera spagnola, accomunano le due corone che hanno sostenuto il massimo sforzo nel corso della Reconquista: le case di Castiglia e di Aragona. Dall’araldica aragonese scaturì anche la Senyera, la bandiera della Catalogna, che oggi insieme al Dannebrog danese costituisce il più antico vessillo nazionale noto e ancora in uso, essendo databile al XIII secolo se non addirittura a quello precedente”. 

E la bandiera rossa? “Un tempo il colore rosso era considerato nobile e regale (si pensi ai romani o ai bizantini, il cui erede al trono era chiamato ‘Porfirogenito”, cioè “nato nella porpora”). A partire dal Medioevo è stato anche associato alla Chiesa cattolica. Fu solo alla fine del XVIII secolo che il rosso iniziò ad assumere un significato di rivendicazione sociale e di miglioramento delle condizioni di vita”.

Ci sarebbe ancora molto da dire, come avrà percepito chi ci ha seguito. Buona lettura allora…

Dejar respuesta

Please enter your comment!
Please enter your name here