Papa Francesco: la forza della resurrezione in tempo di pandemia

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La Pasqua è l’esperienza di essere schiodati dal venerdì santo perché siamo abituati a vedere Gesù solo dalla prospettiva della crocifissione. La Pasqua è ben altro, è un salto. Incontrare Cristo non significa cancellare con il tocco di una bacchetta la nostra storia passata, ma liberarci da quella parte della nostra storia che non ci permette di andare avanti.  Un passare oltre che non è più la fine, ma solo un passaggio, che libera l’Amore dai nostri idoli terreni.

Nel Vangelo di Giovanni si ricorda la lavanda dei piedi: “Gesù si alzò e lavò i piedi agli apostoli”. Un gesto di infinito amore nonostante la consapevolezza del tradimento di Giuda e la negazione di Pietro. È l’esperienza della riconciliazione e del perdono con Gesù, a permettergli di toccare la parte più sporca della nostra vita, perché “se non ti senti amato in quella parte – disse Gesù a Pietro – allora non ti siederai accanto a me”. Il nuovo comandamento di Gesù nell’ultima cena è Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Sentirsi amati

Papa Francesco esorta a non dimenticare i nostri fratelli in difficoltà, soprattutto in questo periodo di pandemia, e di avere cura dei nostri anziani, dei malati, dei denuti e delle persone abbandonate, di essere accanto a loro, con la nostra presenza, tracciando un cammino insieme.

Riscopriamo che il lavoro è un servizio, e che la Carità può dargli il suo senso più pieno. Una società si mantiene in piedi se c’è chi mette i propri talenti, il proprio impegno, il proprio lavoro a beneficio degli altri. “La vita non serve, se non si serve”.

Sono tanti i Santi della porta accanto che oggi stanno dando la vita: medici, infermieri, polizia, sacerdoti e tanti altri. Persone che si caricano delle nostre sofferenze, dei loro pazienti e della loro famiglia. Un lavoro che non è soltanto un dovere, ma un’opera cosciente e piena di generosità che evita di staccare la spina per non fermare il mondo. Persone a contatto diretto con il dolore, la paura, la solitudine, che fanno parte della compagnia di quel Gesù che passa. “Amare, pregare – dice Papa Francesco –  perdonare, prendersi cura degli altri, in famiglia come nella società, può costare anche sacrificio”

Ci invita a provare il perdono, la riconciliazione e a chiedere scusa; ad essere portatori di pace e allegria, magnanimi con chi è vicino; ad avere un rapporto sincero con gli altri e a lavorare con spirito di servizio, con cordialità e apprezzamento, piccole attenzioni per dare senso alla vita, che culmina nella Risurrezione di Gesù.

“Il dramma che stiamo attraversando ci spinge a prendere sul serio quello che è serio. Possiamo non tradire quello per cui siamo stati creati, non abbandonare ciò che conta. Siamo al mondo per amare Lui e gli altri. Il resto passa, questo rimane”.

Le nostre vite sono piene ogni giorno di segni di risurrezione che siamo incapaci di vedere: ripartire da una sconfitta, smettere di arrabbiarsi e riversare i propri errori sugli altri, perdonare gli errori in famiglia, conoscere il perdono, ed iniziare a perdonare, riconciliarsi con la malattia che ci tiene sul letto: non sono tutti questi segni di risurrezione? E ancora essere pazienti con noi stessi, nel lavoro, saper tacere, rendere agli altri la vita armoniosa. La Pasqua misteriosamente ci aiuta ad andare oltre le nostre ferite a far ripartire la vita.

Abbiamo incontrato il Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana)

Card. Bassetti, stiamo vivendo una Settimana Santa senza precedenti, mai vista. Come verrà vissuta questa inedita Pasqua?
Stiamo vivendo giorni offuscati dalla malattia, dalla sofferenza e dal lutto. È la nostra Settimana Santa, che ci proietta però alla Pasqua di Resurrezione. In questo percorso, come non notare, i tanti segni di speranza che giungono da quanti donano tempo ed energie per sollevare chi soffre e dare conforto. Nascono dal cuore buono dell’uomo, di ogni uomo. La Settimana Santa non si ferma alla tomba: da questa si va via! Ce lo insegna il Vangelo. Si va verso gli altri ed è proprio questa la condizione per vivere al meglio la Pasqua. Anche noi, in questi giorni di pandemia, quando ci “muoviamo” per andare incontro ai fratelli che sono nel bisogno, quando ci muoviamo per soccorrere il povero, più e prima d’ogni cosa desideriamo incontrare Cristo. E facciamo esperienza dell’incontro con il Risorto. Ecco come viene vissuta la Pasqua!

Papa Francesco durante la sua omelia ha detto che “abbiamo pensato di rimanere sani in un mondo malato”. E ancora: “Non pensiamo solo a quello che ci manca, ma al bene che possiamo fare”. È un forte messaggio pieno di significato, ci invita a ripartire davanti ad un futuro incerto. Cosa ne pensa?
Non è possibile pensare che dopo questa pandemia tutto tornerà come prima. Siamo di fronte a uno dei più grandi sconvolgimenti dell’era moderna. Non è una guerra, non lascia macerie di edifici, ma la devastazione umana e materiale che troveremo quando sarà passata dirà molto di come sapremo affrontare quella che a tutti gli effetti sarà una ricostruzione. Il Coronavirus ci ha resi tutti uguali: non colpisce solo i poveri, solo i diseredati, solo “gli ultimi”. Colpisce anche quelli che si credevano immuni perché “sani”. Questa errata concezione di “società dei sani” aveva portato a ritenere le situazioni di malattia come estranee alla vita ordinaria. Invece, per la prima volta da moltissimi anni, ci siamo trovati di fronte a un morbo che ha reso ordinario ciò che era rimosso, ci ha reso tutti fragili allo stesso modo e nello stesso momento. Ripartire, allora, vuol dire cominciare dal nostro rinnovato grado di umanità, di solidarietà, di compassione. Il futuro pone le sue basi da come sapremo rifondarlo sul passo dei più deboli.

Come possiamo comprendere e mettere in relazione la Via Crucis del Signore, con i nostri malati, i detenuti, le persone che perdono il lavoro?
La sofferenza, quando bussa alla nostra porta, non è mai attesa. Appare sempre come una costrizione, talvolta perfino come un’ingiustizia. Pensiamo a Gesù durante la salita al Calvario, cade una, due, tre volte. Quante volte gli uomini e le donne cadono a terra? Quante persone pensano di non avere più dignità perché non hanno un lavoro? Quante pensano di non aver più speranza di risollevarsi perché detenuti? Quante perdono la speranza perché malati? Eppure Cristo ha incontrato il Cireneo e la Veronica, che non infieriscono su chi è caduto, né sono indifferenti. Gesù sperimenta la solidarietà nell’afflizione, il conforto nell’umiliazione, la relazione nella fragilità. Tutti coloro che attraversano una tribolazione, sotto qualsiasi forma si presenti, devono sapere di poter contare sulla mano tesa di qualcun altro, sulla gratuità dell’incontro, sulla volontà di non lasciare solo nessuno. I disoccupati, i carcerati, i malati, troppo spesso sono scartati dalla società che non riconosce in loro una delle tante manifestazioni della Passione che può incarnarsi, senza preavviso, nella vita di ciascuno. È questa l’ora di farci davvero prossimi di questi fratelli che attraversano una personale Via Crucis.

Ci sono dei valori che stanno risorgendo in questa grande crisi. Secondo Lei di cosa ha bisogno il nostro paese?
Il nostro Paese ha bisogno di responsabilità, di unità, di solidarietà, di coraggio. Come ha detto Papa Francesco, nessuno si salva da solo perché siamo tutti sulla stessa barca. Se non facciamo riferimento ai valori che ci rendono fratelli e che fondano la comunità umana spingendoci ad aiutarci gli uni con gli altri, allora questa sarà una sofferenza sprecata, perché non avremo imparato nulla. Un grande regalo ci è dato in questo tempo di tribolazione, quello del silenzio e del discernimento. La pandemia ci ha messo di fronte a ciò che conta davvero, e ci dà la possibilità di essere davvero comunità.

Il Santo Padre ha sottolineato la necessità dello spirito di servizio: “Bon serve se non si serve”! Cardinale, quale messaggio ci sta lasciando questa pandemia?
L’importanza della vocazione nella scelta di vita e il sapere che con questa scelta si è al servizio degli altri. Penso, in modo particolare, ai medici, agli operatori sanitari, a chi deve decidere della sorta degli altri, ai sacerdoti… La pandemia ci sta ricordando che servire i fratelli, a volte fino alle estreme conseguenze, è il più alto atto d’amore.

A cosa portano il perdono e la riconciliazione?
Innanzitutto perdono e riconciliazione sono due parole bellissime. Perdono dice un dono abbondante per qualcuno! Riconciliazione dal latino rimettere insieme… Sono due parole che abitano, o dovrebbero abitare e animare il nostro quotidiano e le nostre relazioni. Purtroppo però occorre constatare che sono un po’ in disuso. O meglio: proprio perché espressioni belle sono difficili da praticare. È la via maestra che indica Gesù: perdonare senza limite e mettere insieme, unire… È il paradigma della sua esperienza terrena come raccontano i Vangeli. Quali i frutti del perdono e della riconciliazione? Essere nell’abbraccio di un Padre che rigenera e ti offre una seconda occasione. Il peccato è un’occasione persa di vivere e manifestare l’amore. Con il perdono otteniamo una seconda occasione. Dio è la manifestazione della seconda occasione permanente. A noi è chiesto di vivere questo perdono verso gli altri.

Come possiamo vivere la Fede in un momento di dolore, paure, solitudine, insicurezze, incertezze, che riscoprono la nostra fragilità?
Se vogliamo è questo il momento più propizio per riscoprire le vere ragioni della nostra fede. In cosa crediamo? In Chi crediamo? La fragilità è proprio il momento in cui è più necessario alzare gli occhi al crocifisso e affidargli le nostre paure e le nostre incertezze, nella consapevolezza che Lui se ne farà carico. “La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. Che con Lui possiamo davvero confidare che tutto andrà bene”, ha detto Papa Francesco nell’Udienza di mercoledì santo, per ricordarci ancora una volta che le braccia di Gesù sono aperte all’abbraccio. Per questo non dobbiamo vergognarci della nostra debolezza, ma confidare nell’amore che salva.

La comunicazione è diventata molto importante in questo momento. La CEI in che maniera sta comunicando sulle cose che contano, per unire punti diversi della nostra società?
La comunicazione è la strada maestra per dare segni di speranza e di costruzione del futuro. A partire dal presente. Uno dei primi gesti della Cei è stata proprio la pubblicazione di nuovo ambiente digitale, per raccogliere e rilanciare le buone prassi messe in atto dalle diocesi, offrire contributi di riflessione e approfondimento, condividere notizie e materiale pastorale. Questa iniziativa intende testimoniare ancora e sempre l’impegno della Chiesa che vive in Italia nel continuare a tessere i fili delle nostre comunità. È questa la comunicazione che ci permette di unire i punti diversi nel rispetto della loro unicità. –

Fonte: http://www.rainews.it/

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