Papa Francesco: Riscoprire la Pasqua nelle nostre “Chiese domestiche”

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Con la Domenica delle Palme inizia la Settimana Santa. I cristiani si apprestano a vivere il momento più importante dell’anno che inizia con l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, cavalcando un asinello verso la discesa dal Monte degli Ulivi. Un corteo di gente precedeva la corsa gettando tappeti, agitando rami di palma e di ulivo. Un ingresso solenne, ma in maniera semplice, ricco di gioia e, al contempo, di dolore, di acclamazioni e umiliazione, con grida festose e, poi, accanimento feroce.

Questa sarà una Pasqua diversa, dettata dall’emergenza del Coronavirus a livello planetario. Un programma delle celebrazioni che quest’anno cambia: omette la processione, la benedizione e la distribuzione dei rami di ulivo, ma chiama ad una Pasqua vissuta nell’intimità delle nostre case. Un momento di contemplazione, preghiera e ringraziamento, in cui il silenzio eloquente si fa protagonista, lontani dalle nostre vite normali.

Papa Francesco chiama Gesù “…l’amico fedele che ci dà sostegno e conforto in mezzo alle tribolazioni della vita”. Sollecita ad essere coerenti e perseveranti nel poco; ci invita ad approfondire il senso della nostra fedeltà, affinché i nostri propositi non siano luci che brillano solo per pochi istanti; ad essere pazienti con il mistero di un cuore che ci mette in forte contrasto, capace di fare il bene, ma anche il male. È un invito a trionfare con Cristo, quello del Pontefice, ad allontanare tutto ciò che ci separa e impedisce di accompagnarlo fino alla croce. Sceglie come trono un somarello legato, che diventa glorioso non per le sue capacità, bensì perché qualcuno gli ha donato la libertà.

Proprio la nascita di Gesù ci rivela il fatto che è stato uno come noi, che ha lavorato, pensato, agito e amato con un cuore umano, in tutto simile a noi, tranne che nel peccato. Con la sua Passione distrugge la tentazione al trionfalismo; quel male che cerca di avvicinare la meta attraverso scorciatoie, evitando la croce, e che punta a salire sul carro del vincitore. Un trionfalismo presente anche nelle forme più sottili della mondanità spirituale che diventa la tentazione più perfida che minaccia la Chiesa.

Che differenza – commenta San Bernardo – “tra il grido “Crocifiggilo, crocifiggilo! E l’acclamazione “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”! Che differenza tra chiamarlo ora “Re d’Israele” e, di lì a pochi giorni, dire: “Non abbiamo altro Re che Cesare”! Che differenza tra le fronde verdi e la croce, tra i fiori e le spine! Quelli che prima gli mettevano come tappeto le loro vesti, poco dopo lo denudano delle sue e se le tirano a sorte”.

Una settimana santa che ci porta ad aprirci e lasciare che Dio, con il suo amore, con il suo affetto, ci cambi e ci renda uomini migliori, proprio partendo dai nostri sbagli. Sarà la Pasqua meno isolata della nostra vita, possiamo decidere di farci sentire, cioè far sentire di più il nostro affetto, la nostra comprensione e la vicinanza proprio in un momento che sembra impossibile, facendo scaturire un bene da tutto questo.

Abbiamo incontrato Don Carlo De Marchi, vicario della prelatura dell’Opus Dei per l’Italia del centro – sud.

Don Carlo ci stiamo avvicinando alla Pasqua, con quale spirito oggi possiamo accogliere il trionfo di Gesù in Gerusalemme?
Stiamo iniziando una Settimana Santa un po’ particolare, per certi versi strana, perché siamo in clima di pandemia. La pandemia ci sembra una cosa enorme, mai vista, né vissuta prima. Ma l’aspetto più interessante è accorgerci che la pandemia non è qualcosa di più grande della Settimana Santa: è più grande quello che Gesù ha iniziato a compiere proprio partendo dalla Domenica delle Palme, e l’ha vissuto una volta per tutte. Tutte le sofferenze della storia dell’umanità, le storie di ognuno di noi, fanno parte di quella storia, anche questa pandemia che ci sembra così immensa. In realtà, da questa domenica iniziamo a rivivere quello che ha reso sensato tutto, anche il male, il mistero del dolore.

Papa Francesco durante una sua omelia ha detto che Gesù è un amico che ci sostiene e non ci delude mai. Ma al tempo del Coronavirus come possiamo interpretare questo messaggio?
Penso che tutte le nostre ansie, sofferenze, angosce dovute alla pandemia non sono guardate da Dio come se Lui fosse una specie di giudice di gara che misura la nostra prestazione o ancora peggio che sta lì a valutare quanto soffriamo, come se la nostra sofferenza fosse una cosa buona. Gesù stesso, nell’Orto degli Ulivi, cominciò a provare “paura, tristezza e angoscia”. Quindi non dobbiamo pensare che le nostre ansie siano qualcosa che non dovrebbe esserci. Anzi… io penso che provare un po’; di ansia oggi sia sintomo di buona salute. Certamente c’è la preoccupazione di un padre o di una madre di famiglia che vedono problemi di lavoro all’orizzonte, problemi economici, per non parlare dei problemi di salute. Dio non sta lì a guardarci, perché le nostre sofferenze, ma sono parte di quell’angoscia di Gesù nell’Orto degli Ulivi.

Qual è la paura che ci rincorre di più in questa pandemia?
In questo momento siamo costretti a stare da soli con noi stessi e a guadare veramente quello che vale nella nostra vita. Questo ci fa paura e mette in crisi un po’; tutti, anche noi preti. È un’inquietudine che attraversa tutta la società, e quindi anche tutta la Chiesa. Però vedo anche tanti sacerdoti, parroci, cappellani che trovano modi nuovi per stare vicini a tante persone. Ci sono messe in streaming, messe sul tetto della canonica, podcast con catechesi, telefonate di conforto. Vedo inoltre tante famiglie che si sostengono a vicenda, perché è importante capire che la Chiesa non è fatta solo dai preti. La Chiesa sono innanzi tutto i laici, tutte le famiglie. Vedo festeggiamenti di compleanni o momenti familiari via Zoom, via Meet… sono modi diversi per vivere la comunione dei Santi.

Proprio il Prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita si è espresso in questo senso…
In un bellissimo intervento il Cardinal Farrell, diceva “…che ci sentiamo soli, isolati ma è proprio in questo isolamento che lo Spirito Santo ci suggerisce di riscoprire il sacramento del matrimonio”. E in forza di quel sacramento, le nostre case, hanno la presenza costante di Dio, perciò ogni famiglia diventa davvero una piccola “chiesa domestica”. Ricordiamoci che i laici sono Chiesa quanto i sacerdoti, né più né meno.

Come possiamo impiegare meglio il nostro tempo nel periodo di quarantena? Penso che siamo chiamati a dare priorità alle relazioni, innanzitutto dentro casa. Quindi cercare di curare di più proprio la delicatezza nei rapporti. È difficile…un amico che ha tre figli in questo periodo mi diceva che il numero percepito dei figli è 14. Poi penso anche alle relazioni tra le case, da famiglia a famiglia. Credo comunque che la sfida per tutti sia mantenere un minimo di disciplina e di ordine perché altrimenti ci sentiremo, sì, impegnati dalla mattina alla sera, senza però combinare granché dal punto di vista pratico.

Don Carlo, seguire Cristo comporta un determinato modo di affrontare la vita. Ci chiede di amare i nemici, accogliere il povero e lo straniero, assumere impegni familiari permanenti, evitare il chiacchiericcio… Secondo Lei ce la possiamo fare?
Gesù ci chiede di seguirlo con la nostra propria vita, non soltanto con le belle parole. Ma vorrei sottolineare un’altra cosa: penso che oggi c’è un segno del cristianesimo, un’opera di misericordia fondamentale molto urgente, che è la socialità, anche attraverso la rete. La prima opera di misericordia è parlare bene, far brillare il bene, senza parlare solo della pandemia, dei contagi, dei problemi. Penso che abbiamo bisogno, a livello pratico, di un po’ di fantasia. Si può parlare di tante altre cose per dare speranza, che non vuole dire illudere: si tratta di dare ogni giorno un po’; di incoraggiamento e luce agli altri.

Lei ha scritto un libro dal titolo: La formula del buon umore. Come possiamo coltivare il buon umore in quarantena?
Il buon umore non è soltanto la capacità di fare battute; spesso gli umoristi non sono persone allegre. Non si tratta neanche di sdrammatizzare le tragedie grandi che stiamo vivendo: molte persone, molte famiglie, oggi, stanno vivendo tragedie terribili. La chiave del buonumore è allenarsi a sorridere per le piccole tragedie quotidiane, davanti alle quali uno può avvilirsi e arrabbiarsi, oppure combattere il nervosismo con un po’; di auto ironia, sapendosi prendere in giro e lasciandosi prendere in giro dai famigliari. Ci vuole più affetto in questo momento di crisi, più sorriso, più umiltà, che vuol dire anche non prendersi troppo sul serio. Per questo ci vuole un allenamento specifico in famiglia.

Come può nascere da una caduta, da un evento negativo come quello che stiamo vivendo oggi, un’opportunità?
Questo è il paradosso cristiano, la formula rivoluzionaria del Vangelo che riviviamo in questa “Settimana Santa casalinga”, che Gesù con la sua vita, nella sua incarnazione, diventando uomo, morendo e risorgendo ci ha mostrato. La caduta, lo sbaglio, la fragilità, perfino il peccato, sono occasioni perché Dio manifesti il suo amore paterno. E questo verrà fuori anche dal mistero del dolore di questo periodo strano che stiamo vivendo. Papa Francesco ripete spesso che il nostro peccato è il luogo d’incontro con la Misericordia di Dio. Quindi c’è un qualcosa di buono perfino nel male che io faccio, se diventa un’occasione di apertura in cui accolgo l’amore di Dio.

Fonte: http://www.rainews.it/

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