Papa Francesco: “La speranza dei più deboli non sarà mai delusa”

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“La speranza dei poveri non sarà mai delusa”. È il messaggio di Papa Francesco alla 3a Giornata mondiale dei poveri: persone che non hanno elementi, strutture, frutto della cultura dello scarto e del superfluo. Gli orfani, i giovani senza lavoro; le vittime di molteplici forme di violenza; gli immigrati, e tante persone senzatetto ed emarginate, che si aggirano per le strade delle nostre città. Vittime di un’economia miope. La cura del genere umano è nel cuore di Francesco, che con la Benedizione eucaristica “Urbi et Orbi”, ci dà un’opportunità per vivere con fede e speranza un tempo di prova per tutta l’umanità.

Sin dall’inizio, sono i poveri la colonna portante del pontificato di Francesco. L’amore – “caritas” – è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità. Ascoltare, intervenire, proteggere, difendere quelle persone che non percepiscono alcuna indennità, che non conoscono cosa sia la cassa integrazione e il diritto ai giorni di malattia, e che al tempo del coronavirus hanno bisogno di cure. E’ un ritornello che esprime una profonda verità, quella di restituire la speranza perduta dinanzi alle ingiustizie e alla precarietà della vita. I senza fissa dimora, che in tempi normali sono quasi invisibili, oggi arrivano a più di 50 mila in tutta Italia. Un esercito, che al tempo di questa emergenza sanitaria è più esposto al contagio, anche per la mancanza dei consueti punti di riferimento. È proprio la solitudine una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare. È un periodo buio e pieno di incertezze, in cui però Francesco vuole andare nelle ferite più dolorose dell’umanità, affrontando un virus che irrompe nelle nostre vite fragili senza risparmiare nessuno.

Una Chiesa che ha uno sguardo d’amore per l’uomo e il bene comune. La carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica.  È una Chiesa come quella di Madre Teresa di Calcutta, San Bernardo, San Francesco, e tanti altri santi, che hanno lasciato traccia nella storia della Chiesa dando una testimonianza di amore infinito. Una Chiesa che assiste chi non può rimanere a casa, perché una casa non ce l’ha: una carità che non va mai in quarantena. Il Vescovo di Roma ha chiesto più volte perdono ai senza tetto per tutte quelle volte che i cristiani, davanti alla povertà, si sono girati dall’altra parte.

La solidarietà Universale è un dovere – sottolinea Paolo VI nella Populorum Progressio, – molte persone tengono a coltivare la pretesa di non dover niente a nessuno tranne che a se stesse, ritengono di essere titolari solo di diritti. Tutte le realtà ecclesiali e civili stanno facendo uno sforzo gigantesco di solidarietà, abbattendo muri e barriere, riconoscendosi una sola famiglia umana e salvando vite ad ogni costo.

Abbiamo incontrato l’arcivescovo di Gorizia, Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e Presidente della Caritas italiana .

Mons. Redaelli la situazione in Italia diventa ogni giorno più drammatica. In questo periodo di emergenza sanitaria come sta reagendo la Caritas a livello nazionale?
La Caritas sta cercando di tenere aperti i servizi che aveva finora, nonostante la fatica di trovare dei volontari, con tutte le precauzioni affinché non vengano messi a loro volta in difficoltà. Rimangono aperti gli empori, i centri di ascolto, le mense, i dormitori, la possibilità anche di accedere alle docce. Il tutto fatto adeguandoci alle esigenze del momento. La Diocesi Italiane hanno messo a disposizione della protezione civile più di 500 posti letto nelle strutture diocesane. A questo si aggiungono i servizi complementari, per chi deve fare la quarantena e non ha la possibilità di restare a casa, sia durante il momento preventivo, che dopo la malattia. Le strutture diocesane e gli istituti religiosi stanno ospitando i medici e il personale sanitario che viene da fuori e che non può tornare in famiglia.

Ci fa altri esempi?
Stiamo attivando degli ulteriori servizi. Stiamo cercando di accogliere anche durante il giorno i senza dimora, che prima avevano soltanto il dormitorio e l’acceso alla mensa. Stiamo assistendo – d’intesa con la Fondazione Migrante –  i circensi, che non possono muoversi dal comune dove si trovavano, e hanno perso il lavoro. Stiamo assistendo persone che avevano un lavoro precario e non hanno accesso alla cassa integrazione, c’è un sostegno di carattere economico. Stiamo procurando al personale, ai volontari e operatori, le minime dotazioni di carattere protettivo. È un agire a 360 gradi. In ogni caso, rimaniamo in contatto diretto con la protezione civile e con le prefetture, per affrontare i casi che emergono nel quotidiano.

Mons. Redaelli, chi pensa oggi ai poveri, alle persone che muoiono senza l’ultimo saluto dei loro cari, gli abbandonati?
Questa cosa è molto dolorosa, la morte è brutta per tutti, per chi la vive e per chi vi assiste. Il desidero di tutti è di avere vicini i propri cari, di avere comunque una preghiera. Personalmente ho chiesto agli operatori sanitari dei nostri ospedali di dare questa vicinanza a nome della comunità e delle famiglie. Anche per i cappellani infatti diventa complicato poter accedere, e anche l’ultimo saluto diventa difficile. Questa è una cosa che crea molti problemi. Tutti sono rimasti colpiti dal corteo di bare portate dall’Esercito. Come Vescovi cercheremo di andare ai cimiteri per aver un momento di preghiere per tutte queste persone.

In un periodo in cui abbiamo bisogno di tante cose, molti si chiedono: perché dobbiamo aiutare i poveri?
Perché sono persone, perché sono a disagio, perché soffrono.  Paradossalmente da un punto di vista egoistico si può dire che vanno aiutati perché così la società è più sicura. Una richiesta che fanno prefetture e comuni è quella di non lasciare la gente per strada, perché può essere un pericolo per sé e per gli altri. Su questo c’è un interesse comune. A parte questo, è la vita delle persone che va messa al centro di tutte le persone. Altra categoria dimenticata è quella delle persone che finiscono la detenzione: spesso non hanno casa, né una famiglia che li accolga. E ancora i centri di espulsione, dove capita che agli stranieri scada il decreto di espulsione e che escano con il foglio di via, senza sapere spesso dove andare. Persone in difficoltà, a cui si cerca di venire incontro.

Papa Francesco durante l’udienza generale del mercoledì ha sottolineato che Il valore della vita è al centro del Vangelo. È un valore che oggi più che mai riaffiora nella nostra società?
Proprio quando la vita fisica non è più sicura, si impara a capire quanto sia preziosa la vita. Un dono prezioso per sé e per gli altri. La responsabilità a cui siamo chiamati in questo momento non è responsabilità solo verso noi stessi, ma anche verso gli altri. Questo può creare ansia, fatica, ma può rendere sensibili al dono della vita. È proprio quando una cosa viene messa in difficoltà che se ne scopre la sua importanza, anche nei suoi aspetti in apparenza minori. La riscoperta delle relazioni e il valore di uno scambio di parole, il ritrovarsi uniti e lo stare insieme, magari solo telefonicamente. Piccoli gesti significativi che aiutano a riscoprire i valori essenziali della vita.

La Cei ha stanziato dieci milioni di euro per venire in soccorso a tutte le diocesi: come vengono impiegati?
Sulla base delle richieste pervenute dalle singole diocesi e dalle diverse Caritas, la priorità è l’attivazione di strutture per le situazioni più difficili, per i dispositivi di protezione individuale, materiale per sanificare gli ambienti, la possibilità di ampliare l’orario di servizio del personale impiegato, l’acquisto di farmaci per anziani e bambini, servizi di supporto psicologico, le consegne a domicilio, l’attivazione di convenzioni con ditte di ristorazione per la fornitura a domicilio di pasti. La rete Caritas è molto radicata nel territorio ed è raccordata a livello regionale e nazionale.

Mons Redaelli, ci stiamo avvicinando alla Pasqua. Alla luce della fede cosa ne pensa di quello che stiamo vivendo?
La Pasqua ci interroga. Un conto era vivere la Quaresima cercando di fare del bene, con qualche rinuncia. Altra cosa è vivere la Quaresima forzata, quella in cui siamo costretti in questo momento. Però la Pasqua ci dice che il Signore ha preso sul serio la nostra realtà, con le nostre fatiche, le nostre malattie, la nostra fragilità. Ci indica tutto il mistero della Risurrezione, che non ha cancellato la croce, l’ha recuperata e l’ha fatta diventare vita. Questo è il messaggio che possiamo trarre dalla prossima Pasqua: le ferite e le paure ci sono, ma vengono rassicurate dalla Risurrezione. L’invito è quello di incoraggiare tutti a non lasciarsi andare. Ma il messaggio è soprattutto che quando si fa qualcosa per gli altri ci si sente bene. Siamo fatti, in fondo, per amare.

Come è possibile venire a conoscenza dei bisogni reali delle reti territoriali di supporto, in un territorio, da nord a sud, così vasto?
Recentemente abbiamo realizzato un questionario sul grado di operatività di tutte le Caritas del territorio italiano: i bisogni emersi sono molti e molte cose si stanno mettendo in pratica. Penso che tutti si siano accorti che non è facile, conoscere tutti i bisogni e venire loro incontro, non c’è una soluzione immediata, ma si cerca di procedere giorno dopo giorno. Comunque con la preoccupazione per l’oggi e per il futuro mi pare stia crescendo anche una grande solidarietà. La Caritas cerca di contribuirvi e di promuoverla, sapendo che il nostro mondo si salverà se diventerà un mondo di “prossimi”.

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