I Patti Lateranensi nell’era di Papa Francesco (parte final)

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Abbiamo incontrato il Professor Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Esperto in storia dell’Italia repubblicana, dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica e di storia delle relazioni internazionali.

Quale è stato il ruolo dei cattolici italiani dopo il concordato del 1929?
Dopo i Patti Lateranensi la situazione non è immediatamente cambiata, perché a causa del regime fascista i cattolici, come tutti gli altri, non potevano svolgere un’azione politica. Ma il concordato è servito come premessa per far sì che i cattolici cominciassero a fare attività politica. Poi abbiamo assistito alla nascita della Democrazia Cristiana, il principale partito di governo che durò circa mezzo secolo. I cattolici sono stati per molto tempo l’asse portante per la politica italiana. Ma nel secondo dopo guerra, la Chiesa Cattolica appoggiava la democrazia cristiana e in qualche modo sosteneva la democrazia italiana, cioè tutto il sistema politico nel suo complesso. Naturalmente, questo ha avuto un’influenza di tipo confessionale sulla democrazia italiana, soprattutto nei primi decenni. È stato un lungo periodo di governo, con fasi storiche diverse, e con un bilancio complesso.

Invece nel primo dopo guerra come sono andate le cose?
La nascita del partito popolare inizialmente aveva avuto l’approvazione della Chiesa. Il partito fondato da Luigi Sturzo ebbe l’approvazione di Benedetto XV e del Cardinal Pietro Gasparri. Ma poi con l’avvento di Mussolini e il pontificato di Pio XI, la Chiesa non solo abbandona il partito popolare, in sostanza accetta il passaggio dalla Democrazia al regime totalitario del fascismo. Quindi la rottura con il partito popolare aveva significato la fine dell’appoggio alla democrazia. Le cose poi sono cambiate dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa stessa abbandona questo atteggiamento confessionale sulla politica italiana, diventando più aperta, moderna, pluralista e più democratica. Però possiamo dire una cosa importante. Nel suo significato storico, la democrazia cristiana ha legato la Chiesa alla democrazia in Italia e ha concretamente aiutato lo stato italiano, che nel secondo dopo guerra, era in grande difficoltà nel diventare pienamente democratico.

Professore, dopo la fine della democrazia cristiana come si sono raggruppati i laici cattolici nella politica italiana?
L’eredita di questo importante partito non è scomparsa all’improvviso. Era finita l’era di un partito unico dei cattolici, non c’era più l’appoggio dei vescovi o della Santa Sede. I cattolici hanno dato vita al partito popolare, oppure hanno espresso delle personalità importanti come quella del presidente Romano Prodi e infine quella del Presidente Sergio Mattarella che provengono da questa tradizione del mondo cattolico.

… mi spieghi meglio
Oggi non c’è più una presenza visibile organizzata dei cattolici, ci sono delle singole personalità cattoliche nei diversi partiti. Ci sono dei temi, delle questioni su cui si avverte il peso dei cattolici. Come per esempio nella solidarietà, nell’accoglienza agli immigrati, nell’attenzione ai più poveri; inoltre c’è un ricco tessuto di volontariato in tutto il paese, tipo la Caritas. Il mondo cattolico è molto presente nei temi sociali, politici ed economici. Si avverte pure una presenza dei cattolici nei temi etici: fine vita, eutanasia, bioetica, procreazione assistita, che diventano poi rilevanti sul profilo politico.

Prof. Giovagnoli, nell’era di Papa Francesco come vengono interpretati i patti lateranensi?
Io credo che c’è un punto dei patti lateranensi che resta valido e su cui tutti siamo d’accordo: la garanzia della libertà e dell’autonomia del papa, diventa anche un valore per tutti. La sensibilità di Papa Francesco non vuole fare pesare la forza dell’istituzione ecclesiastica sulla politica italiana. Il papa parla, e parla in modo chiaro, su tante questioni che riguardano anche la politica italiana, ma lo fa con una prospettiva universale, quindi non sono temi che affronta specificatamente solo l’Italia. Il tema degli immigrati riguarda tutto il mondo. L’umanesimo di Papa Francesco è una sfida che tocca anche il cattolicesimo italiano, sollecitato ad abbandonare calcolate mediazioni o misurati equilibri, scegliendo aperture radicali, impegno generoso e visioni lungimiranti.

…ma non entra nel dettaglio della politica italiana?
Direi che Papa Francesco lascia molto alla CEI la responsabilità di avere degli interventi più specifici, precisi sulla situazione italiana. Anche se in qualche caso si avverte nelle parole del Cardinale Parolin, un po’ la voce del Papa: per esempio quando si è espresso sulla commissione riguardo il razzismo, che è stata molto discussa, ma approvata dal parlamento italiano. In quell’occasione il Cardinal Parolin, in modo generale, dichiarava che la lotta contro il razzismo è una cosa molto importante. Questo è accaduto solo nelle grandi questioni, ma che non riguardano il dettaglio della politica italiana.

I valori fondanti che reggono la società italiana e il Vaticano s’incontrano in ogni momento. Parliamo della solidarietà, la cura del creato, la giustizia, la libertà, coesione sociale, ecc.
Il Presidente Sergio Mattarella converge molto con questi punti citati, è l’espressione del paese, poi c’è una profonda sensibilità, intesa comune con Papa Francesco, proprio perché il Presidente della Repubblica in Italia è il garante dei valori fondamentali dello Stato. Ma Papa Francesco rappresenta una Chiesa Universale, è l’espressione di una globalizzazione della solidarietà e di una battaglia contro lo sfruttamento dell’essere umano. Ha capito che può parlare con l’uomo contemporaneo, ascoltare i suoi problemi di vita quotidiana, ascoltare le nostre paura. È una Chiesa in uscita che vuole la partecipazione di tutti i laici cattolici come testimoni del Vangelo. Papa Francesco inoltre è popolarissimo in Italia, molto di più della Chiesa Cattolica..

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