Papa Francesco: “Non c’è democrazia se non c’è una politica dell’inclusione sociale”

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“Dobbiamo essere voce che denuncia in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Questo è l’amore politico”.

Papa Francesco a Trieste con il suo discorso conclude i lavori della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia dal titolo “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”, inaugurata il 3 luglio dal Presidente Sergio Mattarella. È il terzo viaggio pastorale del 2024 nel nord d’Italia.

Il Pontefice è stato accolto al Centro Congressi “Generali” dalle autorità civili ed ecclesiastiche quali il Card. Matteo Zuppi, Mons. Luigi Renna, Mons. Enrico Trevisi, il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, il Sindaco di Trieste Roberto Di Piazza e il prefetto della città, Pietro Signoriello.

Il Papa in un testo inedito dal titolo “Al cuore della democrazia”, curato dalla Libreria Editrice Vaticana e diffuso dal quotidiano triestino Il Piccolo, definisce Trieste la città che si affacciata sul Mar Mediterraneo, crogiuolo di culture, di religioni e di popoli diversi, metafora di quella fratellanza umana cui aspiriamo in questi tempi oscurati dalla guerra. Da qui può scaturire un impegno più convinto per una vita democratica pienamente partecipata e finalizzata al vero bene comune.

Durante il suo discorso davanti ai delegati cattolici provenienti da tutta Italia, Papa Francesco ha voluto ricordare la figura del Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907, “quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori”. Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia non gode di buona salute.

Il Pontefice mette in guardia dal pericolo delle “malattie pericolose” che minacciano la democrazia come lo “scetticismo democratico” o il “fascino del populismo”; ricorda che la democrazia è l’antidoto alla tentazione di salvarsi da soli. Il Papa scrive che occorrono scelte coraggiose e condivise, “un’accoglienza intelligente e creativa delle persone migranti. L’inverno demografico che colpisce ormai in maniera pervasiva tutta l’Italia e la scelta di autentiche politiche per la pace” devono prediligere l’arte della negoziazione.

L’evento ha visto una settimana ricca di riflessioni, quali la visione radicata nella Dottrina Sociale della Chiesa che abbraccia alcune dimensioni dell’impegno cristiano e una lettura evangelica dei fenomeni sociali che non valgono soltanto per il contesto italiano. Le trasformazioni sociali chiamano tutti i cristiani, ovunque essi si trovino, a vivere e ad operare, a “dare attenzione alla gente che resta fuori o ai margini dei processi e dei meccanismi economici vincenti, a sostenere un’etica che dia significato allo sviluppo del Paese, inteso come globale miglioramento della qualità della vita, della partecipazione democratica, dell’autentica libertà”.

In un discorso rivolto al cuore di ognuno, parla della democrazia come un cuore ferito martoriato dalla corruzione e dall’illegalità̀, come anche dalle diverse forme di esclusione sociale. Ogni volta che qualcuno è emarginato, tutto il corpo sociale soffre. La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani. Il potere diventa autoreferenziale, incapace di ascolto e di servizio alle persone.

Con un riferimento ad Aldo Moro e a Giorgio La Pira sottolinea l’idea di Stato che non è veramente democratico se non al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, rispettoso delle diverse personalità e peculiarità.

Durante la sua visita di tanti anni fa al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa, Papa Francesco ha voluto far emergere “l’apporto che il cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società” affinché venga promosso un dialogo fecondo con la comunità civile e con le istituzioni politiche ripulite dalle scorie dell’ideologia. Su queste basi sarà possibile avviare, sui principi di solidarietà e di sussidiarietà, una riflessione comune sui temi legati alla vita umana e alla dignità.

Fa un richiamo a tutta la comunità, ad allargare il proprio orizzonte, al non accontentarsi di una fede marginale o privata fatta di privilegi. «Ciò significa non tanto pretendere di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico – afferma Francesco –, dobbiamo essere voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Questo è l’amore politico, che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide”.

“Abbiamo bisogno dello scandalo della fede, una fede fatta di carne”

Papa Francesco a Trieste, durante l’omelia, ci mette davanti allo sguardo di Gesù che ci interpella sulle sfide, sulle tante problematiche sociali e politiche, sulla vita concreta della nostra gente e sulle sue fatiche: “Abbiamo bisogno dello scandalo della fede, di una fede che abbia lo sguardo fisso al cielo, e che non si limiti ad una religiosità chiusa in sé stessa senza preoccuparsi di quanto succede sulla terra. È necessario rivolgere lo sguardo alla polvere che scorre sulle nostre strade – aggiunge Francesco –. “Ci serve, una fede radicata nel Dio che si è fatto uomo e, perciò, una fede umana, una fede di carne, che entra nella storia, che accarezza la vita della gente, che risana i cuori spezzati, che diventa lievito di speranza e germe di un mondo nuovo”. Abbiamo bisogno di una fede che sveglia le coscienze dal torpore, che mette il dito nelle piaghe della società, che suscita domande sul futuro dell’uomo e della storia; è una fede inquieta, che ci aiuta a vincere la mediocrità e l’accidia del cuore, che diventa una spina nella carne di una società spesso anestetizzata e stordita dal consumismo. Una fede che spiazza i calcoli dell’egoismo umano, che denuncia il male, che punta il dito contro le ingiustizie, che disturba le trame di chi, all’ombra del potere, gioca sulla pelle dei deboli”.