Sono circa un milione i fedeli, migranti cattolici di 100 nazionalità diverse, che fanno parte del Vicariato Apostolico dell’Arabia Meridionale. Diecimila bambini iscritti al Catechismo. È “una chiesa viva che guarda al futuro con speranza”
La realtà dei cristiani nella penisola araba, terra in cui la religione ufficiale è l’Islam, è composta prevalentemente da migranti, compresi i religiosi.
Il Vicariato apostolico dell’Arabia del Sud comprende Emirati Arabi Uniti, Yemen e Oman, tre nazioni molto diverse tra loro. Nello Yemen, paese martoriato da nove anni di guerra civile, la presenza dei cristiani è limitata. La sola comunità cattolica è quella di Madre Teresa di Calcutta. Nell’Oman la realtà è molto diversa; sono quattro le parrocchie che registrano un’alta frequentazione di fedeli. Mentre gli Emirati Arabi Uniti, uno dei paesi più ricchi al mondo, contano un numero piuttosto elevato di fedeli cattolici che ha visto la nascita di nove parrocchie in diversi luoghi.
I fedeli degli Emirati provengono da circa 100 nazionalità, espressione di differenze spirituali, culturali e lingue diverse. Una realtà sfaccettata che comporta una grande ricchezza dove a volte si fatica per tenere insieme una realtà così variegata. “I fedeli sono portatori di differenze culturali molto interessanti. È una chiesa estremamente viva”.
Secondo il Vicariato apostolico dell’Arabia del Sud sono moltissimi i fedeli che partecipano alle messe del fine settimana. Nelle parrocchie più grandi, in particolar modo ad Abu Dhabi, Jebel Ali, Dubai e Sharjah, c’è un grande desiderio di partecipazione da parte dei fedeli.
Ci sono celebrazioni eucaristiche a tutte le ore, con chiese aperte dalle 6.00 del mattino alle 21.00. Nella parrocchia di Dubai, probabilmente la più grande al mondo, i fedeli sono circa 100 mila presenze; tra questi 10mila bambini sono iscritti al catechismo in preparazione della Prima Comunione e della Cresima. La chiesa per migliaia di persone sul territorio diventa custodia della fede, anche di un credo diverso, un fattore che facilita il desiderio di partecipazione anche nelle distanze culturali.

In tutto il Vicariato conta circa un milione di cattolici, tutti lavoratori migranti, che nel paese rimangono perlopiù fino alla scadenza del contratto di lavoro, rinnovabile, senza però la prospettiva di diventare cittadini permanenti. Questo vale anche per la categoria dei vescovi, sacerdoti e suore.
Significativa la presenza delle scuole cattoliche, per la precisione 10, di cui alcune gestite direttamente dal Vicariato e altre affidate ad ordini religiosi. Sono molto frequentate e stimate dalla gente del territorio e sono occasione di interculturalità, crescita e scoperta di valori condivisi, per la promozione di una società più fraterna, tollerante e accogliente.
Sono passati 5 anni della visita di Papa Francesco negli Emirati che segnò la firma, insieme al Grande Imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyib, del “Documento sulla fraternità umana”. Per molti esperti negli Emirati il dialogo è una realtà consolidata, con un Ministero dello Stato arabo dedito all’ospitalità (“tolleranza”) e alla convivenza. C’è un segno forte di fecondità, di responsabilità da parte delle religioni nella promozione della pace, della giustizia, della tolleranza, e anche nella promozione del bene comune come fattore fondamentale per la formazione allo sviluppo dei popoli.

Abbiamo incontrato Mons. Paolo Martinelli, Vicario Apostolico dell’Arabia Meridionale, che ha sede ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti.
Mons. Martinelli, come si vive il Natale negli Emirati Arabi Uniti?
Il Natale è molto sentito nella nostra comunità, è una grande festa. I fedeli tengono molto alla preparazione e alla celebrazione dei riti, che si esprimono in tradizioni diverse. Nonostante quest’anno cada in giorno feriale, nei giorni di Natale avremo una grande affluenza di fedeli. La domenica dopo i Vespri, iniziamo il Natale, aspettando la celebrazione vigilare, la messa di mezzanotte e all’indomani la celebrazione delle messe in tutte le nostre parrocchie. In questo periodo cerchiamo di rimanere molto vicini ai nostri fedeli poiché molti di loro hanno le famiglie lontane. Cerchiamo di creare un clima accogliente, momenti di convivialità per incontrarsi, festeggiare e farsi gli auguri. È una chiesa multilingue e multiculturale. Le parrocchie sono sempre molto frequentate, non solo alla domenica ma anche giorni feriali.
E in che maniera la comunità si sta preparando?
Ad Abu Dhabi offriamo la possibilità di pranzare insieme il giorno di Natale. I fedeli sono coinvolti nell’animazione e canti natalizi. È aperto a tutti. I nostri fedeli filippini hanno la tradizione del Simbang Gabi; per nove giorni, in preparazione del Santo Natale, si incontrano tutte le sere e celebrano la messa all’aperto in lingua tagalog. Durante le celebrazioni vediamo le nostre parrocchie riempirsi completamente, addirittura molti fedeli provvedono a portarsi le sedie da casa. In parrocchia ad Abu Dhabi tutte le sere abbiamo un’affluenza intorno alle 7.000 persone, mentre a Dubai le presenze arrivano anche a 25.000 mila, riempendo completamente il compound della parrocchia.
È una Chiesa in cammino!
È una chiesa assolutamente viva, che guarda il futuro con grande speranza. La chiesa diventa anche custode delle radici culturali dei nostri fedeli. In questo senso manifestano molta disponibilità in parrocchia, si lasciano coinvolgere in diverse iniziative; sono profondamente attaccati alla fede. La condizione di migranti favorisce il senso di appartenenza e di partecipazione alla vita della Chiesa.

I cattolici che fanno parte del Vicariato nel Sud Arabia sono quasi nella totalità immigrati. Quali sono i valori che uniscono tutta questa diversità in terra straniera?
Balza subito all’occhio il tema della differenza. Basta venire a celebrare una messa qui e guardare in faccia i fedeli. Vedrai quanto diversi sono tra di loro: nei volti, nel modo di vestirsi, per provenienza, lingue, riti, ecc. Questo grande valore della differenza è un dato straordinario: la diversità è vissuta nell’unità di un’unica chiesa. Posso dire con profonda convinzione e avendo visitato le parrocchie una per una, cercando di conoscere le persone, che ciò che tiene unite tutte queste persone nella loro diversità è la Fede cristiana e il battesimo che li fa sentire parte di un unico popolo di Dio.
È una Chiesa fatta di migrazioni…
È impressionante pensare che qui abbiamo fedeli provenienti da tanti paesi diversi. Questa diversità è un grande valore per la vita spirituale dei nostri fedeli. Ciascuno è chiamato a vivere la propria tradizione riconoscendo anche il valore di quella degli altri. Vivere la diversità, consapevoli di appartenere alla stessa Chiesa, alla stessa comunità cristiana, è un grande valore e una grande testimonianza di bellezza, molto concreta.
Nonostante le guerre in atto in Medio Oriente, sembra che in questa vostra parte del mondo sia possibile avere un dialogo, convivere in pace con persone di altre religioni…
Negli Emirati come anche nell’Oman, c’è un ottimo livello di convivenza. Gli Emirati hanno una lunga tradizione di tolleranza, di coesistenza e di coabitazione, proprio grazie al fenomeno delle immigrazioni che incide molto nella vita sociale. Uno dei successi degli Emirati è quello di avere avuto una politica intelligente sull’immigrazione. Da sempre valorizzano le risorse umane che provengono da altri paesi. Qui l’immigrazione è molto diversificata: va dai lavori molto umili e semplici fino a competenze di alto profilo professionale. Tutto questo diventa una ricchezza per il paese. Ciò ha permesso alle diverse religioni di essere presenti sul territorio. Qui c’è libertà di culto non solo per i cattolici, ma anche per le altre religioni. Per esempio, in alcune zone è facile vedere la presenza di più religioni che hanno luoghi di culto vicini. Questo permette anche ai fedeli che frequentano la chiesa di riconoscere ed accogliere anche credenti di altre fedi.
Mons. Martinelli, cosa è cambiato dall’incontro avuto cinque anni fa tra Papa Francesco e il grande Imam di al-Azhar?
La firma del documento sulla fraternità umana è stato un atto importantissimo per promuovere il dialogo interreligioso. In particolare è stata sottolineata l’importanza che hanno le religioni nel promuovere la pace nel mondo, una società più fraterna, umana, la convivenza civile fatta di condivisione e di amicizia sociale. È straordinario pensare che cinque anni fa il capo della Chiesa Cattolica, Papa Francesco, e il grande Imam di al-Azhar, massima autorità dell’Islam Sunnita, abbiano firmato un documento in cui si mette in evidenzia il compito positivo che le religioni hanno nel collaborare tra di loro; ad esempio si afferma che non si può mai fare violenza in nome di Dio. Le esperienze religiose, nella loro profonda verità, ci invitano a guardare tutti come fratelli e sorelle. Questo documento è una pietra miliare e segna un punto di non ritorno.
Il documento sulla fraternità umana ha dato vita anche all’Abrahamic Family House. In cosa consiste?
Il progetto Abrahamic Family House è una realtà composta da tre luoghi di culto, chiaramente distinti, in armonia tra di loro: una Chiesa cattolica data a Papa Francesco – e dedicata a San Francesco di Assisi -, una Moschea e infine una Sinagoga. Sono tre luoghi di culto distinti ma con riferimento ad Abramo, ben consapevoli che le tre religioni si rapportano alla figura di Abramo in modo differente. Non c’è l’idea di voler fondere o fare una super religione, c’è invece il riconoscimento della propria diversità religiosa. È un territorio in cui i fedeli possono venire a pregare nei propri luoghi di culto e nello stesso tempo conoscere le altre esperienze religiose. Si possono creare momenti di incontro, seminari di studio, momenti di convivenza e di conoscenza reciproca. Quindi diventa un luogo di grande speranza. È una nuova pagina nella storia delle religioni, che supera pregiudizi e riconosce le diversità.
Mi sta dicendo che è una realtà di pace, stima reciproca e convivenza in cui si può costruire un mondo migliore?
Bisogna iniziare a realizzare esempi concreti di rapporto positivo tra le religioni. Anche papa Francesco in questo è molto pratico nello stimolare questo cammino. Le affermazioni fondamentali sono decisive, ma occorre dare degli esempi concreti, dove sia possibile convivere pacificamente, dove ci si possa conoscere, dove si possa imparare a stimarsi vicendevolmente, e dove si può riconoscere che ci sono valori su cui possiamo camminare insieme. Possiamo portare avanti processi di pacificazione, di riconciliazione, di pace, di promozione del bene comune, e tutte le religioni possono impegnarsi in questa prospettiva nuova. Quando ho visto per la prima volta l’Abrahamic Family House mi ha toccato molto vedere per esempio il campanile con una croce ben visibile, nonostante ci troviamo in un paese islamico. Ogni religione puoi esprimere i simboli che gli sono propri. C’è proprio l’idea che ciascuno può essere sé stesso, può essere riconosciuto dagli altri, può riconoscere gli altri diversi da sé e camminare insieme.
Fonte: Rainews






