Benedetto XVI: Un grande padre della Chiesa moderna. Di Roberto Montoya

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L’anima teologica del pontificato di San Giovanni Paolo II.

Joseph Ratzinger, 93 anni, uomo timido dotato di una grande capacità di ascolto, ha affrontato temi complessi, tra questi la Via Crucis dolorosa degli scandali finanziari e della pedofilia questioni non ancora chiuse. Il pontificato del professore Ratzinger non è stato segnato da grandi riforme o eclatanti interventi, ma si è rivolto alla vita quotidiana della Chiesa attraverso il magistero, con l’obiettivo di ricondurre gli uomini verso l’amicizia con il figlio di Dio. La sua imprevedibile rinuncia in latino e la creazione del Papato emerito, che in pochi secondi ha fatto il giro del mondo, ha creato un precedente giuridico innovativo e moderno nella storia della Chiesa; un’impostazione decisamente meno monarchica rispetto a quella di Montini.   

Promotore di quei ‘valori oggettivi’ e ‘non negoziabili’ su cui si fonda la società, Benedetto XVI ha sempre avuto a cuore i problemi del vecchio Occidente, tra cui la dittatura del relativismo con quel fondamentalismo laicista che è radicalmente ostile a ogni rilevanza sociale e culturale della religione, e spesso irrispettoso del diritto alla libertà religiosa, diritto fondamentale e universale della persona umana.

Il suo pontificato è stato caratterizzato anche per aver messo in luce le tematiche del Concilio Vaticano II e aver lanciato dossier tra i più delicati dando spazio a posizioni fino ad allora poco considerate. Ha compiuti importanti passi nelle relazioni ecumeniche come ad esempio con gli anglicani, ma anche nel rapporto con le altre religioni; ha avviato una stagione di cambiamenti nella Curia, e ha aperto nuove strade alla liturgia e dialogo con i Lefebvriani. Le urgenze, nella vita come nel papato, non sono sempre le priorità. Per esempio la questione di dare una risposta alla crisi della fede nasce come priorità e si manifesta come urgenza. La crisi della pedofilia scoppia come urgenza alla fine degli anni del pontificato di Giovanni Paolo II e sotto Benedetto XVI viene riconosciuta come priorità̀. 

Il papato di Ratzinger non poteva fare a meno della consuetudine di portare con sé alcune caratteristiche del precedente pontificato: gli esperti affermano che il Papato di Ratzinger sia stato concepito “programmaticamente come un’attuazione degli insegnamenti di San Giovanni Paolo II”, come accade oggi con papa Francesco riguardo il tema degli abusi sessuali, terreno già preparato dal suo predecessore.

Qual è il bilancio che possiamo fare del papato di Benedetto XVI oggi?
Cito la risposta che diede Benedetto ad una giornalista ad una domanda sul suo pontificato: “Lei è la fine del vecchio o l’inizio del nuovo?” Lui rispose: “Entrambi”. Se sembrava all’inizio un semplice pontificato di transizione, dovuto all’età, o semplicemente un compimento del pontificato di San Giovanni Paolo II, in realtà ha saputo rilanciare anche dei nuovi dossier, non solo quelli che aveva già ricevuto. In quel periodo Benedetto XVI ha dato una svolta fondamentale nel farsi carico della questione della pedofilia nella Chiesa, avviando in maniera evidente quei processi amministrativi che comportavano una rapida risoluzione.

In questo caso cosa significa risolvere…                                                                                                         Che venivano affrontate in breve tempo arrivando ad un giudizio chiaro. Per risolvere il male della pedofilia Roma ha dovuto accentrare tutto a sé, perché inizialmente le questioni erano legate alle giurisdizioni dei singoli vescovi. Cosa è avvenuto tra San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI è l’accentramento a Roma di tutte queste questioni. Centralizzare a Roma le molte competenze si deve anche al fatto che in alcune situazioni periferiche non ci fu la capacità di gestione.

Cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nel pontificato di Benedetto XVI?
Hanno funzionato diversi aspetti. Prima di tutto c’è stata una sistematizzazione magisteriale delle questioni teologiche urgenti di quel periodo, tramite encicliche, discorsi e altri testi del pontificato. Benedetto XVI è stato in grado di dare un filo rosso di lettura al cattolicesimo del suo periodo; ha avuto la capacità di presentarlo in una maniera coerente rispetto a tutte le tematiche in gioco, cioè c’era una chiave di interpretazione del cattolicesimo e della modernità insieme, non risposte separate, ma una chiave interpretativa del tutto. È stato un pensiero coerente e coeso che gli ha permesso di affrontare le situazioni molto delicate. Poi un altro aspetto di successo è stata la creatività: ha saputo creare delle nuove realtà dentro la Chiesa per rispondere a determinate urgenze, come per esempio la creazione degli ordinariati anglocattolici, ispirati ad una maggiore collegialità, questo ha segnato un elemento di novità. Come anche la rinuncia al ministero petrino è un atto che risponde a questa creatività; perché non è tanto innovativa la rinuncia in quanto tale, quanto la modalità di vivere dopo la rinuncia, con la creazione del Papato Emerito.

E cosa invece non ha funzionato?                                                                                                               Indubbiamente il fatto che non è stato un papa politico e dunque non ragionava secondo il pensiero politico per far fronte agli attacchi o ad agende politiche e culturali competitive con il cattolicesimo e in più con una comunicazione mediatica in continua difficoltà.

Benedetto XVI come ha affrontato i momenti di crisi del suo pontificato, finanziari e pedofilia?
Ci ha messo semplicemente la faccia. In tutti i momenti di crisi del pontificato, anche nella parte finale, con gli scandali di Curia e le critiche a lui rivolte sulla gestione del Governo, si è fatto carico di tutto, anche delle responsabilità dei suoi collaboratori. 

E per la recente attualità del caso McCarrick?
Per il caso di McCarrick la situazione è complessa, perché il dossier ha attraversato tre pontificati, quindi vanno analizzati i tempi di ogni pontificato: tra i tempi di invio dell’informazione e la sua comprensione ci sono sempre molti attori in gioco. La questione è anche cosa arriva sulla scrivania del “capo”, e da quale parere è accompagnato il materiare che arriva. Dobbiamo considerare che ci sono tantissimi Dossier che arrivano quotidianamente al papa regnante, molte volte la presa in carico dipende anche molto da come gli vengono presentati.  

E la crisi intorno alle finanze?  
Intorno alla questione finanziaria, eredità del precedente pontificato, Benedetto XVI è obbligato a prendere alcuni provvedimenti. Innanzitutto cambia gradualmente gli uomini, ecclesiastici e laici, che si occupano del potere finanziario del Vaticano, inserendo persone di sua fiducia, i “Ratzi-banker”. Il primo passo pubblico significativo, anche nelle sue ricadute mediatiche, si ha nel 2009, con il rinnovo del Consiglio di sovrintendenza dello IOR. È dell’anno successivo il passaggio più importante, quando il papa emana una legge per lo Stato della Città del Vaticano relativa alla prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo, costituendo allo stesso tempo una Autorità di informazione finanziaria (AIF), autonoma ed indipendente, che ha un diritto di ispezione pieno nei vari uffici vaticani. Il fine è quello di far entrare lo IOR nella White List di Moneyval, che fornisce la lista degli Stati affidabili dal punto di vista della legalità finanziaria. A questo nuovo corso, però, ci furono resistenze e opposizioni, che tentarono di ridimensionarne le novità e l’impatto. Altra storia di livello più basso è legata alla gestione degli appalti del Governatorato della Città del Vaticano che ha per mira il risanamento gestionale.

Possiamo dire che è stato un pontificato molto affine a quello di San Giovanni Paolo II?
Ratzinger è stata l’anima teologica del pontificato di Giovanni Paolo II. Tra i due, prima di tutto, c’era una grande affinità umana; quando diventa Papa, approfondisce il precedente pontificato, e dà un indirizzo “altro”, come nel dialogo interreligioso: si vede un approccio ratzingeriano nell’idea di dialogo interreligioso, che non può essere un dialogo teologico, ma solamente un dialogo culturale, proprio in virtù di visioni di Dio  tra loro molto lontane, con la proposta comunque anche comune di una visione e missione “etica” nella politica.

Benedetto XVI si può definire un grande padre della Chiesa moderna?
Mi piace questa definizione, si può definire così, perché c’è una ricchezza del suo insegnamento che deve essere ancora approfondita per bene, che tocca diversi ambiti del dogma, della fede e della vita dei credenti. Nel suo pontificato il dato biografico è fondamentale. In quanto teologo tra i più importanti di questa epoca, ha fatto entrare nel magistero papale tutta la sua visione teologica, fondata su anni di ricerche e di studi, letture e confronti. E anche aldilà del pontificato, è stato Arcivescovo, Cardinale, Prefetto: tutta questa ricchezza non è diventata solo una visione teologica, ma una proposta magisteriale. Per questo può essere considerato un Padre delle Fede o un Dottore della Fede del nostro tempo. A mio modo di vedere è una persona che difficilmente può essere messa dentro degli schemi, dentro delle caselle strette. Solo un uomo libero e teologicamente sicuro del suo pensiero può essere creativo come lo fu nella modalità della rinuncia al Pontificato. Infatti, rimane ancora la difficoltà a sistematizzare la questione dentro vecchi parametri. L’ortodossia non impedisce di essere creativi, tante volte l’idea di ortodossia passa banalmente attraverso un’idea di ripetizione, con un approccio archeologico-museale alla fede. Mentre l’ortodossia, per sua natura, è una capacità della fede, che sa conservare il suo contenuto in ogni secolo sapendo rispondere alle istanze del tempo. Allo stesso tempo c’è permanenza e adattamento.A volte c’è un’idea errata del termine. Il prof. Ratzinger nel suo pontificato ha affrontato in maniera ferma il tema del relativismo.

Sono stati nella storia della Chiesa tempi più difficili di questo?
Anche se va contro il suo stile gentile e delicato, in realtà Benedetto XVI è stato letteralmente un “leone”, e la sua istanza culturale di governo contro il relativismo non è isolata. Nella storia della Chiesa, partendo dall’800, abbiamo un cattolicesimo che combatte prima contro l’indifferentismo – in cui “Tu puoi essere una persona moralmente buona, non importa quello che credi, ma va bene come vivi e ti puoi salvare”, senza centrare la questione del credo – fino al combattimento dell’anglicanesimo di John Henry Newman contro il liberalismo religioso; non a caso è Benedetto XVI che beatifica Newman. In Benedetto, quindi, troviamo una storia precedente che si condensa, che viene rilanciata e riproposta. Il papa emerito ha combattuto contro il relativismo, trovando però sulla sua strada interlocutori molto diversi (dai liberali ai marxisti)che si sono messi in dialogo, e che hanno avviato insieme a lui, nuovi percorsi. Una certa libertà intellettuale permette di raggiungere persone molto diverse e saper camminare insieme.

Secondo Lei, come è stato raccontato dai media il pontificato di Benedetto XVI? 
Il pontificato di Ratzinger è stato raccontato giornalisticamente da una produzione per la maggior parte occidentale, un’informazione che generalmente tende a occultare la dimensione spirituale e religiosa a favore degli aspetti politici, secondo l’assodato e ormai superato schema binario destra/sinistra, conservatore/progressista. È stata impostata una narrazione che ha creato dei pregiudizi. Mi ricordo i grandi titoli dei media all’indomani della sua elezione a Papa, davano già una lettura del pontificato distorta, ad esempio qualcuno esordì con il “pastore tedesco”, un insulto gentile. Il giornalismo di quegli anni non ha semplificato, per arrivare ad una platea maggiore, ma non poche volte ha banalizzato i contenuti. Anche il discorso a Regensburg nel 2006 che fece su “Fede e Ragione venne banalizzato, per poi dieci anni dopo essere rivalutato proprio da quei media che lo avevano denigrato. Per alcuni mezzi è stata lenta la digestione dei suoi testi e delle sue proposte.  
Fonte: http://www.rainews.it