1 maggio, Papa Francesco: “A nessuno manchi il lavoro, tutti abbiano la giusta retribuzione”

0

Un primo maggio diverso, che in tempo di crisi pandemica sta fortemente condizionando il mondo del lavoro. Un nemico spietato, invisibile, in questi ultimi mesi ha portato lutti e dolore, preoccupazioni per la perdita del lavoro, mettendo a rischio i mezzi di sussistenza di migliaia di famiglie.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del lavoro (OIL) si stima una perdita di quasi 25 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Inoltre il Presidente Guy Ryder ha dichiarato che c’è un bisogno impellente di mettere in moto una solidarietà a livello globale. I Ministri del G20 si sono impegnati ad adottare “un approccio incentrato sulla persona che incoraggi l’occupazione, rafforzi la protezione sociale, stabilizzi le relazioni industriali e promuova i principi e i diritti fondamentali del lavoro”. In caso contrario, le disuguaglianze si amplieranno, la povertà aumenterà e le conquiste sociali si perderanno con il pericolo di una ripresa più difficile. È un quadro complesso quello che emerge dalla fase di ripresa che sta per iniziare.

Sin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha dedicato tanti capitoli importanti alla riflessione sulla Dottrina Sociale della Chiesa, che ci interpellano su cosa sia essenziale e superfluo per le nostre esistenze: il bene comune, la solidarietà, la cura per il creato, la dignità del lavoro. Anche la salute è tornata ad essere un bene da promuovere che accomuna tutti. La pandemia ha messo in luce i nervi scoperti e le mancanze del nostro sistema sanitario. Salus significa salute, ma anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso; due significati interconnessi, un problema morale centrale nel perseguimento del bene comune.

La solidarietà in questa crisi sanitaria è diventata un tesoro, un punto fermo di cui tutti abbiamo bisogno, che rivaluta anche quel principio di sussidiarietà essenziale per far ripartire un sistema in panne, in cui le parti sociali sono chiamate oggi più che mai a lavorare esclusivamente ‘unite’ nell’interesse dei cittadini, senza lasciare indietro nessuno. Un terzo settore che ha mostrato il suo carattere essenziale e imprescindibile, contro una cultura globalista che dimentica spesso la salvaguardia del lavoro a cui dedichiamo gran parte della nostra vita. Parole chiave nella “Laudato si’” per far fronte alle nuove sfide, al bisogno di un’economia che metta al centro la persona, la dignità del lavoratore e la cura dell’ambiente, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile. Costruire un’economia diversa non solo è possibile, ma è l’unica via che abbiamo per salvarci e per essere all’altezza del nostro compito nel mondo, con la speranza sempre viva di aprire spiragli di luce per un’umanità ferita.

Le crisi obbligano – nella Caritas in Veritate – “a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole, a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative”. Un’occasione di discernimento per progettare il nuovo.

Abbiamo incontrato Gianna Fracassi, Vicesegretaria generale della CGIL.

Quanti lavoratori hanno perso attualmente il lavoro a causa della pandemia in Italia?
Abbiamo già un quadro rispetto alle casse integrazioni, agli ammortizzatori sociali, e non è paragonabile con la nostra storia recente. La pandemia, le misure di distanziamento sociale, il lockdown hanno determinato sostanzialmente il blocco di oltre il 50% della produzione, al netto di quei lavoratori cosiddetti essenziali: sanità, agricoltura, trasporto che hanno consentito la continuità nel lavoro pur rischiando in prima persona. Noi non conosciamo gli effetti della pandemia, perché ancora siamo nella fase dell’emergenza, ma temiamo che saranno pesantissimi. Non è un caso che abbiamo chiesto al governo che vengano reiterati gli ammortizzatori sociali estendendoli anche agli stagionali del settore dell’agricoltura, del turismo, della cultura, dello spettacolo e dei trasporti, cioè a tutti quelli che purtroppo per effetto di questa situazione non potranno lavorare.

Il problema della precarietà era comunque presente nel nostro Paese prima della crisi. Ma di loro avete notizie?
Noi soffriamo nel nostro Paese di alti livelli di sotto occupazione e di part time, quindi erano lavoratori che erano poveri già prima, pur lavorando. Oggi questi lavoratori non hanno nemmeno delle risposte minimali. Qui si apre un grande tema che si chiama impoverimento e povertà, di chi lavora e di chi già prima era povero. In questi ultimi due mesi c’è un aumento esponenziale dei poveri, e su questo versante occorre dare una risposta ai bisogni primari dei lavoratori.

Dottoressa Fracassi in che maniera vi state organizzando per garantire ai lavoratori più sicurezza, più giustizia sociale e più integrazione?
Riguardo alla sicurezza abbiamo sempre insistito, nel rapporto con il governo, che qualunque scelta facesse, doveva avere al centro la sicurezza e la salute dei lavoratori. Qui deve cambiare il punto di vista di tutti! Bisogna rimettere al centro un’idea di solidarietà in senso più ampio. Bisogna dare risposte ai lavoratori sul versante della sicurezza; per noi giustizia sociale significa restituire oggi alle persone quelle condizioni minime per poter accedere ai diritti di cittadinanza primari, quali la salute, l’istruzione, il lavoro dignitoso. Quest’ultimo può dare un contributo fondamentale alla società, soprattutto oggi. Chi sta contrastando il contagio?  I lavoratori della sanità, della logistica, i commessi, i lavoratori agricoli e tutti coloro che consentono a questo paese di andare avanti…e spesso sono gli ultimi tra i lavoratori.

Secondo Lei, nella crisi che stiamo vivendo che ruolo hanno le donne nel lavoro e nella famiglia?
Basta guardarsi intorno per capire che ruolo hanno avuto le donne: garantiscono la cura negli ospedali di questo paese, consentono di tenere aperte alcune attività importanti, sono donne i primi ricercatori ad isolare il virus, e tra l’altro erano precarie. Le donne continuano ad avere una grande rilevanza, ma purtroppo accade che il loro lavoro non venga riconosciuto: mancano risposte forti sul versante della conciliazione vita/lavoro. Alla fine di questa pandemia le prime a soffrire saranno proprio le donne sul lavoro. Temiamo che si facciano carico solo ed esclusivamente loro della cura dei figli, degli anziani, in un contesto, poi, dove le scuole sono chiuse. La conciliazione non è soltanto un tema femminile, ma è genitoriale. Abbiamo bisogno di risposte forti, di strategie complessive a favore delle donne, a partire da un piano straordinario sull’occupazione.

In una stagione caratterizzata dalla rivoluzione digitale, Il telelavoro offre nuove opportunità ai lavoratori per continuare a lavorare. A lungo andare c’è il rischio di perdere i diritti dei lavoratori?
Questa condizione ha cambiato le cose, ma ha aperto anche delle possibilità. Ora non bisogna confondere lo ‘strumento’ con il diritto. Ricordo che in tutti i contratti di lavoro era già previsto il telelavoro. Ora si pone una condizione diversa, che impone una regolamentazione all’interno di un contratto, come per esempio il diritto alla disconnessione. Spesso è capitato in questa fase di crisi, per alcune tipologie di lavoro, che ci sia stata una lunga fase senza interruzione. Se continueremo ad avere questa condizione per altri mesi, sarà necessario un intervento contrattuale.

Papa Francesco ha ricordato: “che senza un lavoro non c’è dignità e che la precarietà è una ferita aperta per la nostra società”. Ce lo hanno dimostrato soprattutto la sanità e il comparto scuola. Cosa ne pensa?
Penso che papa Francesco abbia la capacità spesso di leggere in maniera lucida la condizione delle persone, e meglio di tanti altri. La precarietà è una piaga del mondo del lavoro, soprattutto in settori come l’istruzione. Sono un’insegnante e so bene cosa significhi essere precari nella scuola: niente prospettive e nessuna risposta ai giovani. La precarietà colpisce due volte: colpisce i lavoratori e tutti i cittadini, perché precarietà significa frammentazione dei servizi, meno efficienza nella pubblica amministrazione. Quindi affrontare il tema significa fare un’operazione di qualità. Abbiamo capito che la flessibilità comportava non soltanto meno diritti, ma anche meno tutele e meno possibilità. La fotografia più evidente di tutto questo è un dato di disoccupazione molto alto: tanti lavoratori non soltanto precari, ma che lavorano poche ore.

La vocazione dei sindacati è quella di proteggere gli esclusi dal lavoro, che sono anche esclusi dai diritti e dalla democrazia. Secondo lei questa vocazione è ancora viva nei i sindacati?
Il grande senso del dovere rispetto alla funzione di rappresentanza, ci fa andare oltre l’idea di dover semplicemente dare una risposta di natura burocratica. Provare a costruire insieme alle persone rappresenta un’idea di cambiamento della società e del mondo. Se non c’è questa leva, non c’è sindacato. Il nostro primo segretario generale, Giuseppe Di Vittorio, era un bracciante. Diceva che “è difficile rappresentare gli interessi dei lavoratori, ma è necessario lottare sempre per la dignità di chi rappresenti”. Se non hai questa volontà di lotta, non puoi dire di aver fatto il tuo dovere. È mantenere un filo di coesione sociale e tutelare tutti, anche quelli che oggi sono invisibili, come i lavoratori immigrati, che sono sfruttati e ai quali non si dà alcuna risposta di regolarizzazione e di civiltà.

Siamo pronti per affrontare un futuro ancora da inventare o siamo ancorati ai paradigmi del passato. Come ci stiamo organizzando per la ripartenza?
Una delle cose che mi ha sempre colpito molto del papa è la grande attenzione rispetto alle questioni dell’ambiente e dell’ecologia. È un’attenzione che condividiamo. Oggi parlare di ecologia integrale vuol dire parlare di ecologia delle persone e del territorio: questo è uno dei punti centrali della ripartenza. La rivoluzione dei punti di vista significa che oggi non puoi pensare di tornare esattamente dove eri il 20 febbraio. Siamo in una condizione diversa, dobbiamo cambiare i paradigmi economici, per poter davvero costruire una società solidale fondata sul lavoro; tutelare l’ambiente e avere al centro la giustizia sociale. Questi non sono solo concetti filosofici, ma anche economici. Significa pensare ad uno sviluppo che mette insieme i temi sociali e i temi ambientali, rivedere e riconvertire le produzioni dal punto di vista ecologico, dare una risposta ai giovani e alle donne di questo paese con un piano straordinario del lavoro. Questa è la ripartenza, non tornare al ‘business as usual’.

Fonte: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/un-primo-maggio-diverso-mai-come-oggi-al-centro-la-dignita-del-lavoro-papa-francesco-gianna-fracassi-cgil-6d5c94fc-7f45-4dad-a8a4-60ad2b122954.html

Dejar respuesta

Please enter your comment!
Please enter your name here