Entrevista al prof. Alcántara Ávila en Japón

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Abbiamo incontrato il professor Rafael Alcantara Avila, docente di ingegneria chimica all’Università di Kyoto. Ha 37 anni, sposato con una donna peruviana, ha un figlio, è di origine messicana. È residente in Giappone da 10 anni e il suo sport preferito è Il ciclismo, passione che lo ha portato a percorrere in lungo e in largo l’arcipelago giapponese.

Come sta vivendo la vigilia della visita di Papa Francesco il Giappone?
Personalmente la visita di Papa Francesco è motivo di grande allegria e gioia. È il mio padre spirituale è il Pietro con cui condividiamo gli stessi valori. Per un piccolo gregge come il nostro è motivo di grande emozione. Sono trascorsi circa 40 anni della prima visita di un Papa in questa terra e ci manca tanto. Penso che sia una grande occasione anche per molte persone non credenti o semplicemente per coloro che non conoscono nulla della fede cristiana. C’è tantissima gente che vuole partecipare alla messa nella Basilica di Tokyo, non so se ce la faremo ad entrare tutti in Chiesa. Il popolo giapponese condivide con Papa Francesco molti temi, tra i quali il cambiamento climatico e la pace, tematiche molto sensibili e che attraggono gli interessi dei giapponesi. Lo vedono come una persona carismatica, ma anche con una certa curiosità per capire meglio chi è Lui.

Qual è la situazione dei cattolici in Giappone?
C’è un libro molto interessante dal titolo “Ciliegi in fiore” di José Miguel Cejas, che racconta le storie dei cattolici che arrivarono in Giappone per vivere la loro fede e dei giapponesi che incontravano la Fede. Dopo la seconda guerra mondiale i giapponesi cattolici furono considerati cittadini di serie B, un po’ eccentrici rispetto alla società di allora. C’è stato però anche il rovescio della medaglia: in quegli anni, grazie alla testimonianza e alla credibilità di un famoso politico giapponese cattolico, sono avvenute molte conversioni al cattolicesimo. Un tempo i primi cattolici subirono persecuzioni e furono martiri, oggi in Giappone si può professare liberamente il proprio credo religioso. Qui le nostre scuole cattoliche godono di un buon prestigio, vengono molto rispettate, in quanto portatrici di buona formazione e valori umani.

Come possiamo definire la Fede del popolo Giapponese?
I giapponesi hanno radici profonde. Sono passati tre secoli dalle persecuzioni. I cristiani sono stati costretti a nascondersi, ma, nonostante tutto, hanno mantenuto fortemente la fede cristiana. Noto una loro profondità, anche quando decidono di convertirsi ad un’altra religione; lo fanno senza remore, non ci sono ostacoli. Vanno fino in fondo perché credono veramente. A volte noi cattolici di origine latina avanziamo tante scuse…oggi non ho tempo, non posso, domani, oggi non ce la faccio …ecc. Ma per i giapponesi cattolici non è così, non rimandano niente per domani, seguono la parola di Gesù in maniera profonda, questa è una loro caratteristica.

Secondo Lei. Perché ci sono poche conversioni in Giappone?
Il Giapponese lavora molto in gruppo, è una popolazione molto organizzata, molto preparata e molto omogenea, non si nota molto la differenza tra le classi sociali, gli stili di vita sono quasi uguali per tutti. Ho notato che c’è molto interesse da parte dei giapponesi per il cattolicesimo, ma a volte non si decidono a convertirsi per mancanza di conoscenza o perché pensano di perdere tutta la loro tradizione ancestrale. Invece noi sappiamo che non è così. Inoltre dobbiamo essere consapevoli che viviamo in una società culturalmente Scintoista e Buddista con tradizioni millenarie, perciò a volte il freno alla conversione è dovuto anche al fatto che possono essere respinti dalle loro famiglie di origine e allontanati dal gruppo. …accade anche per i giapponesi di altre religioni che vogliono convertirsi al cattolicesimo? È meno traumatico, per esempio quando una famiglia giapponese è protestante e i loro figli decidono di convertirsi alla religione cattolica. E’ un passaggio, per così dire con pochi filtri. Ci sono coppie di giapponesi dove la moglie è scintoista e il marito cattolico e vedo un profondo rispetto. In ogni caso la nostra fede rimane molto attraente, anche perché scoprono la virtù del perdono, che qui manca, scoprono la bellezza del rialzarsi e camminare, nonostante abbiano avuto una caduta nella loro vita. E’ il ricominciare che piace molto, ma questa volta insieme a Gesù.

Ma in Giappone c’è un elevato numero di suicidi. Cosa ne pensa?
Bisogna capire i giapponesi: loro hanno molte virtù umane. Nel contempo, le loro credenze sono molto forti: il suicidio non è visto come un fatto negativo, né tantomeno come un peccato. Loro lo vedono come la fine di un percorso che non è andato a buon fine, una finestra da chiudere. Guardandolo dal nostro punto di vista, a volte le loro regole sono rigide. Il Giappone ha un sistema molto ben strutturato, ma se tu non riesci a far parte di queste strutture, di questo gruppo, non avendo superato le prove che ti pone il sistema per andare avanti, puoi sentirti emarginato, come se rimanessi indietro. Pertanto quando percepiscono di non riuscire a salire lungo la scala sociale, perdono il lavoro, gli amici. Credono che non siano più utili per la società e per se stessi, così arrivano a compiere un gesto estremo.

Come fa Lei a parlare di Gesù in una società dove la maggioranza è di religione Scintoista e Buddista?
Innanzitutto non ho la pretesa di cambiare nessuno, l’unica maniera di far conoscere e capire la mia fede è attraverso l’esempio di vita, l’essere credibili: facendo bene il proprio lavoro, attraverso spirito di servizio e ascolto, allegria; con questi presupposti si può camminare insieme. L’amicizia prima di tutto, poi loro capiscono che c’è qualcosa di diverso e attraenta da scoprire. Se poi vedo in loro una disponibilità nel sentire la parola di Gesù, faccio conoscere loro un sacerdote, ma soprattutto prego tanto per loro.

Come si svolge la messa in Giappone?
La messa si fa come nell’Occidente: dura circa 30’ durante la settimana, mentre la domenica un po’ di più. Ma dobbiamo capire magari alcune cose. Per esempio, durante la messa, quando arriva il momento della consacrazione, normalmente ci si inginocchia; i giapponesi esprimono la loro riverenza rispettando la presenza di Dio. Il motivo è culturale: per la loro tradizione inginocchiarsi è motivo di sconfitta. La stessa cosa accade quando arriva il momento di scambiarsi la pace; anche in quel momento solo riverenza, perché culturalmente non si stabiliscono contatti fisici tra loro; secondo la loro tradizione rappresentano un’invasione dello spazio altrui. Per i canti usano molto l’organo. Sono molto formali ed è un riflesso del loro comportamento. In casa hanno uno spazio per omaggiare i defunti, ne espongono la foto, hanno un campanellino, lasciano in offerta della frutta. Queste sono abitudini ancestrali scintoiste e buddiste perché pensano che sia importante prendersi cura dei familiari scomparsi, e lo fanno in questo modo …anche i giapponesi cattolici fanno così? Anche i giapponesi cattolici hanno una specie di altare in casa, in ricordo dei familiari defunti, però non esiste nessuna forma di adorazione o liturgia speciale. Alcuni giapponesi cattolici lo conservano solo per tradizione.

Cosa vorrebbe il piccolo gregge che lasciasse Papa Francesco in Giappone?
Tante benedizioni, che ci lasci con la sua presenza la stella di Cristo per aver più conversioni, che il popolo conosca di più la chiesa cattolica i cattolici, e che ci sia più unità tra giapponesi e stranieri. Chiedo pure che questa unità tra cattolici giapponesi e stranieri si riversi su tutta la società in generale. È vero, qui tutto funziona, ma si fa ancora molta fatica a comprendere la parola ‘cambiamento’. Aprirsi a culture diverse non è facile qui, ci vorrà del tempo, ecco perché la visita di Papa Francesco è molto desiderata.

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