85 anni: Intervista a Monsignor Pablo Colino “Gesuita Ignaziano”

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A frizzante colloquio con il Maestro emerito della cappella musicale della Basilica di San Pietro (Cappella Giulia, 1980-2006) e direttore dei cori dell’Accademia Filarmonica Romana (già dagli Anni Sessanta), che ha festeggiato il 25 gennaio gli 85 anni dirigendo un concerto nella chiesa di Sant’Ignazio in Campo Marzio.

Ma Pablo, chi è? Mi dici di essere “un gesuita ignaziano”?

Sì, “gesuita ignaziano”… mi sento proprio un “gesuita ignaziano”… ascolta che te lo spiego!

L’appartamento di monsignor Pablo Colino nel Palazzo dei canonici tra San Pietro e Santa Marta è come un museo della memoria musicale, tante sono le foto, gli spartiti, i libri, i ricordi che lo arricchiscono. E lui, il Maestro, è ancora lì, hidalgo orgoglioso, pronto a rispondere con vigore e con entusiasmo alle sfide della vita. Anche a quelle minori, come la nostra intervista (una sfida cui è del resto ormai abituato, come si evince facilmente cliccando ‘pablo colino’ sul nostro sito  www.rossoporpora.org ) …

Avanti allora…

Prima di tutto fin da piccolo sono di Gesù… perciò “gesuita”… e poi “ignaziano”. Oggi non è di gran moda esserlo… guarda un po’ in giro quel che ci passa a volte la Compagnia…

Ma che cosa hai in comune con Ignazio di Loyola?

Per prima cosa sant’Ignazio è della mia provincia, quella della Guipúzcoa, nei Paesi Baschi, dove troviamo Loyola. I miei quattro anni di teologia (1953-57) li ho fatti nell’allora nuovissimo seminario di san Sebastian… lo vedi lì sulla parete vicino al pianoforte, con le due torri? … Nella stupenda cattedrale di san Sebastian sono stato ordinato sacerdote. Ma quattro anni prima ero stato ordinato diacono proprio nel santuario di Loyola, accanto alla casa natale di sant’Ignazio…

Snocciola un altro motivo di comunanza con il fondatore della Compagnia di Gesù…

Subito… ce ne sono tanti. Ad esempio sono nato a Pamplona, laddove Ignazio fu ferito. Infatti Ińigo (si chiamava allora Ińigo), di famiglia guipúzcoana nobile, era un capitano al servizio di Castiglia e difendeva il castello di Pamplona assediato dai francesi nel maggio 1521. Rifiutò di arrendersi e venne ferito da un colpo di bombarda che lo colpi alla gamba destra e danneggiò anche quella sinistra. Espugnata la fortezza, i francesi consentirono che Ińigo fosse trasportato a casa a Loyola, a sessanta chilometri di distanza. E a Loyola, nella sua casa natale, c’è la stanza in cui passò diversi mesi di convalescenza. Lì maturò la sua decisione. Non aveva niente da fare, si annoiava, chiese qualcosa da leggere: gli portarono le “Vite dei santi”. Dopo aver letto la vita di san Francesco disse: “Quello che può fare un uomo, lo può fare anche un altro”. In quel  momento diede in un urlo tanto forte che la casa tremò e si aprì una fenditura, da cui le anime pie – e io presto loro fede  – dicono che uscì il diavolo.

E’ a quel momento che decise di cambiar vita, abbandonando la carriera militare?

Sì. E lo testimonia la scritta sulla parete che mi ha sempre molto impressionato e che a settant’anni da quando l’ho vista per la prima volta ancora mi sommuove: “Aquí se entregó a Dios Ignacio de Loyola”. Punto e basta.

Punto e basta?

Punto e basta, senza fronzoli inutili, senza quei sì, ma, però, vediamo caso per caso tipici di chi attenua tutto. No, una volta presa la decisione, non ha mai arretrato neanche di un millimetro. Ignazio era la quintessenza del soldato spagnolo: la parola data è parola data e non si tradisce. Del resto lo spirito militare era ben presente in Ignazio: fondò la Compagnia di Gesù e una compagnia non è una combriccola di amici al bar ma una formazione militare.

Anche tu hai avuto una educazione ‘militare’…

E come no?  Mio padre, Francisco Colino, a sedici anni entrò nella banda dell’esercito di Zamora. Sognava però la banda della Guardia Civil a Madrid e vinse il concorso per l’ammissione. Negli anni terribili della Repubblica spagnola, dal 1931, quando i rossi incominciarono a incendiare le chiese, la banda fu sciolta e mio padre fu mandato nella Navarra, dove c’era mia madre Guadalupe Paulis e dove si sposarono. Divenne poi capitano della Guardia Civil e quando parlava era di una linearità eccezionale e di una chiarezza cristallina. Prima di diventare capitano, quand’era tenente, era acquartierato in una cittadina antica della Guipńzcoa, Bergara. Ed è proprio lì che alcuni preti mi hanno dato lezioni di latino prima di entrare in seminario, dove tra l’altro conseguii il premio straordinario per il latino per cinque anni.

Altri motivi di comunanza con sant’Ignazio?

Quando nel 1957, fresco sacerdote, arrivai a Roma, entrai subito in grande amicizia con i gesuiti di Sant’Ignazio in Campo Marzio, alle spalle del Collegio Romano…

…un capolavoro barocco, con la ‘finta cupola’ di Andrea Pozzo…

Questa chiesa nell’abside porta una scritta: “Ego Romae vobis propitius ero” che io ho letto subito e rileggo ogni volta che sono qui… sono le parole che Gesù rivolse a sant’Ignazio quando nel 1537 era arrivato alle porte di Roma, a La Storta. La scritta è posta sopra l’affresco della visione, opera di Andrea Pozzo. Tre anni prima Ignazio di Loyola aveva fondato la Compagnia di Gesù, l’aveva posta al servizio del Papa, ma in quel momento era scoraggiato, si era messo a meditare e gli è apparso il Signore. Oggi a La Storta una cappellina ricorda quell’avvenimento.

…anche a te il Signore è stato propizio…

Non ho mai avuto dubbi. Quando sono arrivato a Roma avevo con me una valigia, l’ombrello, un cappello da prete. Mai mi sono chiesto: “Che vengo a fare a Roma?”. Ero convinto, ero sicuro e oggi non ho che da ringraziare per tutto il bene che ho trovato. Incominciando proprio dai gesuiti di Sant’Ignazio che mi invitavano spesso per la musica. Tra loro mi piace citare con riconoscenza padre Giulio Libianchi che mi diceva sempre: “Colino, vieni, che ti nomino maestro onorario del coro di Sant’Ignazio!”.  E anche: “Un tuo concerto è come un turno di esercizi spirituali!” Già…niente male per uno come me che da piccolo saliva in piedi sul tavolo di casa e dirigeva i canti natalizi della famiglia con un cucchiaio in mano!

IL CONCERTO DEL 25 GENNAIO 2019 A SANT’IGNAZIO IN CAMPO MARZIO

Il 25 gennaio hai compiuto 85 anni (e noi ci conosciamo da quasi quaranta…). Guarda un po’, hai voluto festeggiare musicalmente il tuo compleanno proprio a sant’Ignazio in Campo Marzio. Sembra ieri quando festeggiavi nella stessa chiesa gli ottant’anni… Che tipo di concerto hai voluto regalarti e regalarci stavolta?

Eminentemente spirituale, anche perché non ho che da ringraziare. La mia vita si è sempre mossa lungo il sentiero che conduce a Dio. E ho scelto per l’occasione un programma che testimonia di come ho cercato di servire Dio attraverso la musica.

Una quindicina di brani, con il coro misto dell’Accademia Filarmonica Romana (organista di forte sensibilità Alessio Pacchiarotti, soliste di grande intensità Giulia Cignoni e Daniela Tollis), suddivisi per epoca…

Ho incominciato dal XIV secolo: Alta Trinità beata, lauda francescana… da noi sempre adorata e poi Yo me soy la Morenita…. Villanella a Maria… sai quante Madonne ‘nere’ ci sono nel mondo e soprattutto in Europa come quella di Montserrat e quella di Loreto… Del resto nel Cantico dei Cantici di Salomone leggiamo anche il famoso passo “Nigra sum, sed formosa”….

Poi sei passato alla polifonia rinascimentale, anche quella tarda…

Palestrina, Vitoria, Orlando di Lasso. Palestrina, il più grande, il genio della poésie de l’exactitude come scriveva Joseph Samson negli Anni Quaranta, complimentato da Pio XII. Palestrina ha immesso la poesia nella matematica musicale di Josquin Desprez. Si traduce in quel lasciarsi sommergere nell’eternità di Dio che si ritrova ad esempio nel “Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, ita desiderat anima me ad te, Domine”….

Abbiamo ascoltato ammirati anche Luca Marenzio…

…una meraviglia il suo Magnificat a otto voci, con l’accentuazione sull’ Abraham e l’Amen che sembra a quaranta voci…

Per l’epoca classica e romantica hai scelto tre grandi nomi: Mozart, Schubert, Verdi…

Tre al di sopra di ogni sospetto. Non erano preti, erano autori che non componevano musica per proselitismo. A me possono dire: “Colino, tu fai musica per proselitismo, con l’intenzione di guadagnarti anime”. Ma come possono rimproverarlo a Mozart, Schubert e Verdi, che non erano certo tenuti a fare proselitismo e hanno voluto solo esprimere ciò che era dentro di loro, nel profondo? Chiese un amico a Mozart di scrivergli un mottetto per l’Eucarestia su un testo breve di san Tommaso: ed è nato l’Ave verum, un testo in cui si riassume mirabilmente il concetto della Salvezza… corpus natum…in cruce pro homine…Mozart è stato, senza rendersene conto, un grande missionario!

Per Schubert una scelta singolare, una Salve Regina…

Quando si parla di musiche di Schubert, tutti pensano all’Ave Maria, ai duemila Lieder. Ma andate a vedere tutto quanto ha creato… diverse messe in latino, mottetti, sei Salve Regina.. Quella del concerto l’ha composta a diciotto anni L’ho sentita per la prima volta a Montserrat… bellissima, semplice, lineare…

Pienamente d’accordo. Poi Giuseppe Verdi… non la Vergine degli Angeli, che noi ricordiamo cantata con rara sensibilità da Cristina Vinci, ma l’Ave Maria dall’Otello…

Ero un po’ in dubbio, perché anche la Vergine degli Angeli è molto bella. Però per questo concerto ho scelto l’Ave Maria, una composizione a sé inserita con molti accorgimenti nell’Otello. Verdi ci ha messo anche una vena di dolore insolita e io ho eliminato dal recitativo iniziale ogni sdolcinatura, ogni enfasi, interpretazioni che purtroppo è dato ogni tanto di ascoltare con orrore. Diceva don Chisciotte a un muchacho: “No te encumbres que toda afectacion es mala” e dunque va eliminata.

Gli ultimi quattro brani del programma erano di autori novecenteschi…

Cantad a Maria” di Julio Valdés, mio professore nel seminario di Vitoria… guarda l’altro quadro qui a sinistra, l’edificio con una sola torre… è un canto molto semplice, bello, pulito, popolare. Poi il Padre nostro di Lorenzo Perosi, che io non ho conosciuto, perché è morto nel 1956, l’anno prima che arrivassi a Roma, ma che ha pervaso tutta la mia vita musicale. Terzo brano “Jesus, vivir no puedo”, del gesuita Nemesio Otaňo, il Perosi di Spagna: un brano teresiano, una profonda meditazione. Il quarto…

…il quarto è tuo,  un’ ‘Anima Christi’ in italiano……ma, a proposito, non è sant’Ignazio che negli ‘Esercizi spirituali’ raccomanda fortemente ‘Anima Christi’?

Sì, è una preghiera molto amata da sant’Ignazio… anzi si diceva che l’avesse composta lui stesso!

Questa versione in italiano l’hai musicata tu. Come mai?

Dopo il Concilio tra noi autori regnava una certa effervescenza poiché eravamo invitati a comporre musiche in lingua vernacola. C’era il maestro gesuita Alberico Vitalini, direttore musicale della Radio Vaticana; poi padre José Lopez Calo, un altro gesuita spagnolo. Io ero amico dell’allora segretario del cardinal Ottaviani, don Gilberto Agustoni… un ticinese, che divenne anch’egli cardinale ed è morto due anni fa. Facevo musica nelle opere di pastorale di Ottaviani, come a Frascati, dove c’era un orfanotrofio. E don Gilberto era anche il mio autista. Gli chiesi consiglio, perché aveva un grande gusto musicale, pur non essendo un tecnico come suo fratello Luigi, personalità di grande rilievo che operava nella Svizzera italiana. “Dai, Colino, dobbiamo fare qualcosa”, mi spronava don Gilberto. E mi preparò i testi per una messa in italiano, per la Quaresima: uno per l’inizio (Signore Dio, accorri in mio aiuto), l’antifona responsoriale, un brano per l’Offertorio, uno per la conclusione (dalla catechesi di san Cirillo, con la lode a Padre, Figlio, Spirito Santo). Per la Comunione mi preparò “Anima di Cristo”. Che è quella che abbiamo cantato al concerto, molto intensa, con negli occhi la figura di Sant’Ignazio davanti a noi.

LE MARIPOSITAS DI GIOVANNI PAOLO II

C’è stato anche un doppio bis: una bellissima ninna nanna basca e il famoso canto venezuelano delle ‘Maripositas’, cui associ sempre un episodio con protagonista Giovanni Paolo II…

Maripositas… le farfalline… adios adios maripositas blancas, adios maripositas amarillas… un giorno all’udienza generale partecipò un coro di Caracas. In quel tempo collaboravo all’organizzazione canora delle udienze e quel mercoledì in sala Nervi salii col coro sul palco per la foto con Giovanni Paolo II. Il coro, stretto attorno al Papa, intonò Maripositas. Il Papa, che sapeva bene lo spagnolo, mi disse: “Monsignore, ha sentito che le farfalline sono bianche e gialle come la bandiera del Vaticano?” E io: “Santità, in realtà tutti noi siamo maripositas che escono la mattina e non sanno se rientreranno la sera…”. Giovanni Paolo II sorrise e annuì.

MONTSERRAT CABALLE’: GRANDE ARTISTA DI FEDE IMMENSA – L’ EXTASE DE LA VIERGE DIMASSENET COME TESTAMENTO SPIRITUALE

Pablo, lo scorso 6 ottobre è morta una tua grande amica,  Montserrat Caballé, celebre soprano…

Una grande perdita. Oltre che soprano eccezionale era anche una donna di fede intensissima…

Mi ricordo il concerto del 2 aprile 1999, proprio a Sant’Ignazio. Tu dirigesti Montserrat Caballé, che cantò l’ Extase de la Vierge di Jules Massenet e ti fece anche grandi complimenti per l’interpretazione del Cant des augels da parte di Cristina Vinci (“Ma che bisogno c’era di farmi venire a Roma?”). Certo che nell’Extase la Montserrat Caballé aveva dato una grandissima prova delle sue qualità artistiche e era sembrata immedesimarsi totalmente con il desiderio della Vergine Maria…

La Montserrat Caballé era pervasa da una fede meravigliosa, che si nutriva anche presso la Madonna di Montserrat. Quando cantò in Sant’Ignazio l’ Extase de la Vierge aveva le lacrime agli occhi. Io la dirigevo insieme con l’orchestra e potevo constatare come si sentisse coinvolta profondamente in ciò che cantava. Per lei l’ Extase era una sorta di testamento spirituale, la voleva sempre risentire e ha fatto inserire quel brano tra le pagine più belle della musica sacra……Rêve infini, divine extase… Les portes du Ciel vont s’ouvrir…O torrents de lumiére, d’harmonie et d’amour, de paix et de beauté… ô vertige sacré, douloureuse allégresse…

Pablo, quanto ti muovi ancora per i tuoi ‘tour’ musicali?

Non soffro di carenza di impegni. Pensa che il 15 settembre scorso sono stato invitato da re Juan Carlos (che conosco da molto tempo e ho tra l’altro accompagnato sei volte nella visita alla Basilica di San Pietro) a cantare nella cappella del Palazzo Reale di Madrid, gremita di trecento persone (presente anche il cardinal Rouco Varela)…

Quali i momenti principali del concerto?

Alta Trinità beata, Ave Maria di Victoria, la Vergine degli AngeliCantad a Maria di Valdés, tre canti spagnoli e due teresiani. Anche Aprite le finestre al nuovo sole. Il 5 ottobre siamo stati a Brescia nel quadro delle celebrazioni per la canonizzazione di papa Paolo VI: lì ho aperto con il Tiu es Petrus di Palestrina, seguito tra l’altro dal Laudate pueri di Mendelsohn, dall’ Ave verum di Mozart, da O bella mia speranza di Perosi, dall’ Ave Maria di Mascagni, dal Magnificat di Marenzio. Il 5 dicembre a Bruxelles (nella sede del Parlamento europeo… c’era anche il presidente) abbiamo presentato Dona nobis pacem dalla Missa brevis di Mozart (che tu conosci bene perché Oberdan Traica l’ha cantato al tuo matrimonio), la Cohors generosa di Kodaly, l’Inno alla gioia di Beethoven, il Va’ pensiero di Verdi, Es ist ein Ros’ entsprungen di Praetorius, Les anges dans nos campagnes, Fermarono i cieli e Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso de’ Liguori, per concludere con il sempre possente Minuit, chrétiens! Il 16 dicembre siamo stati all’Aquila, il 20 a Sant’Eugenio a viale delle Belle Arti a Roma…

Insomma, Pablo, musicalmente sei sempre nel fiore degli anni. E dunque non poniamo limiti alla Provvidenza. Nemmeno oggi, che di anni ne hai 85… in fondo quattro volte venti e poco più…

P.S.  Il 10 febbraio (quest’anno cade di domenica) in Italia è il Giorno del Ricordo, istituito con la legge del 2004 per coltivare la memoria viva (come disse l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) degli “italiani delle terre d’Istria e di Dalmazia che furono colpiti da una violenza cieca ed esecranda e dalla sventura di dover abbandonare case e luoghi familiari”. Negli anni tra il settembre 1943 e il 1956, evidenziò nel 2007 il suo successore Giorgio Napolitano, “vi fu un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse anzitutto nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’ “. A quel tempo, nei massacri delle foibe (circa diecimila i morti) ci furono anche complicità di comunisti italiani.  Del resto gli oltre 250mila profughi dalle terre istriane, fiumane, dalmate furono accolti nella Penisola dagli insulti e dal disprezzo del Pci, che – insieme con la Dc – coprì per decenni con un ignobile oblio istituzionale (motivato per il Pci dalla coscienza sporca e dalla ‘solidarietà’ con un partito fratello, per la Dc da calcoli politico-economici)  la grande tragedia accaduta ai confini orientali. Anche quest’anno purtroppo si sono registrati e si registrano casi odiosi di negazione o di minimizzazione del dramma da parte di associazioni legate alla sinistra politica. Segnaliamo però che Rai Tre ha trasmesso venerdì sera 8 febbraio in prima visione televisiva il film “Red Land – Istria rossa” di Maximiliano Hernando Bruno che rievoca con onestà e verità storica in particolare la vicenda tragica delle foibe attraverso il calvario della studentessa istriana Norma Cossetto torturata, violentata e uccisa dai partigiani comunisti titini nel 1943. In questo sito www.rossoporpora.org sono presenti numerosi articoli su foibe e esodo (cliccare tali termini su ‘cerca’ nell’home page). 

www.rossoporpora.org 

Foto: https://www.classicfm.com   http://www.artecultura.fe.it

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