L’Argentina sceglie il nuovo Presidente, tra sfide, incertezza e difesa della libertà

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Far ripartire il Paese non sarà un’impresa facile per il nuovo presidente: inflazione, aumento del dollaro, debito e spesa pubblica, sono queste le maggiori sfide. E un congresso senza maggioranza assoluta, in cerca di un equilibrio fatto di consensi.

Sono circa 35 milioni gli argentini pronti a votare al ballottaggio del 19 novembre per scegliere il nuovo presidente, di fronte ad a un quadro sociale disastroso, con un’inflazione che sfiora il 140% e un tasso di povertà che arriva al 40%. Javier Milei (53enne), l’ultra liberista del partito ‘La Libertad Avanza’ e Sergio Massa (51enne), leader del centro sinistra di ‘Union por la patria’, sono i due candidati che si contendono il titolo di nuovo inquilino della Casa Rosada; entrambi al primo turno non hanno superato il 45% dei voti o il 40%, con 10 punti di distanza dal secondo come richiede la Costituzione, ma nonostante il voto sia obbligatorio il tasso di partecipazione (74%) ha registrato un calo di nove punti rispetto alle ultime votazioni del 2019.

L’Argentina, può sembrare inverosimile, è un paese abituato a vedere cose apparentemente assurde diventare realtà. La vera sorpresa di questa prima tornata elettorale è stato il candidato peronista, Sergio Massa, che ribalta ogni previsione piazzandosi al primo turno con il 36% dei voti, grazie al sostegno di oltre 9 milioni di argentini. Durante la campagna elettorale, l’attuale ministro dell’Economia è stato accusato dai suoi avversari politici di aver portato il paese alla rovina. Gli esperti affermano che il candidato di sinistra, da più di 20 anni nella vita pubblica, ha potuto contare su una solida e storica “macchina da guerra politica” del peronismo.

Infatti il sorpasso è avvenuto nella provincia di Buenos Aires, con gli elettorati dei quartieri che circondano la capitale, cioè quelli che in Argentina vengono chiamati i conurbano. Lì si concentra il 24% del consenso nazionale ed è lì che il peronismo ha ridotto, voto dopo voto, il divario con i suoi rivali. Le periferie sono le più popolose del paese e anche le più povere. Il peronismo è nato in quei quartieri proletari 80 anni fa e da allora ha conquistato le urne.

Massa ha anche approfittato della sua posizione di ministro dell’Economia e ha promosso diverse politiche per rafforzare la sua candidatura, compresi programmi che restituiscono l’imposta sulle vendite ad alcuni lavoratori ed eliminando quelle sul reddito per altri. Queste agevolazioni fiscali – dicono gli economisti – potrebbero aiutare Massa a vincere le elezioni, ma sono misure discutibili in un paese che è già in bancarotta e sta attraversando una delle peggiori crisi economiche degli ultimi anni.

Invece il candidato libertario Milei, il più votato alle primarie, non è riuscito a mantenere la sua posizione, dovendosi accontentare del 30.09% dei voti, circa 8 milioni di argentini che hanno appoggiato le sue promesse elettorali. Milei ha dichiarato di essere orgoglioso di aver fatto le migliori elezioni nella storia del liberalismo. “Voglio che sappiate – ha dichiarato – che oggi ci troviamo di fronte alle elezioni più importanti degli ultimi 100 anni. Dobbiamo decidere se abbracciare le idee della libertà che hanno reso grande l’Argentina nel XIX secolo».

Milei, che si è presentato all’elettorato prima equiparandosi a un leone, poi ad un gladiatore imbracciando una motosega, ha dovuto, per accaparrarsi più voti possibili, ripensare la sua strategia comunicativa e diventare meno irruente nei confronti dei suoi avversari. In piena campagna aveva sparato senza pietà contro il peronismo, contro quella che lui stesso chiama “la casta politica” di quelli che rubano per vivere. Anche il suo miglior cavallo di battaglia, la dollarizzazione dell’economia per porre fine all’inflazione, sembra non suscitare più, tra gli economisti che lo hanno sostenuto, lo stesso entusiasmo.

Sia Massa che Milei hanno la possibilità di pescare consensi in quello spazio eterogeneo che è l’alleanza dell’ex presidente dell’Argentina, Macri. La maggioranza degli elettori della terza candidata più votata al primo turno, di centro destra, Patricia Bullrich, sono profondamente anti peronisti e non voterebbero mai per Massa o qualsiasi altro leader in quello spazio. Parte di quell’elettorato andrà a Milei: chi non vorrà votarlo sceglierà sicuramente di restare a casa.

La mancanza di un centro democratico nella politica del Continente ha fatto avanzare le posizioni più estreme e ha spinto milioni di latinoamericani alla povertà. Per il nuovo presidente argentino far ripartire il paese non sarà un’impresa facile, sarà come fare un salto nel buio: “Non c’è tempo da perdere, il grado di incertezza nel paese è enorme – aggiungono gli esperti – e senza una vera guida la distorsione sarà maggiore”. Al centro del piano di ripartenza ci sono l’arresto dell’inflazione, l’aumento del dollaro, il debito, la recessione e la spesa pubblica. Il Congresso, diviso e senza una maggioranza assoluta, sarà alla continua ricerca di un equilibrio fatto di consensi. Il 10 dicembre, giorno in cui s’insedierà il nuovo governo in carica fino al 2027, l’Argentina potrà cosi festeggiare i 40 anni dal ritorno della democrazia.

Fonte: RAI