America Latina, il continente della “Speranza” tra pandemia, violenza e diseguaglianza

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A più di due anni dall’inizio della pandemia, l’America Latina e i Caraibi sono stati danneggiati fortemente, rispetto ad altre regioni del mondo, da un numero sproporzionato di casi e decessi, subendo la più grande contrazione economica degli ultimi 120 anni. Una persona su quattro nel continente della “Speranza” non ha ripreso il lavoro e quasi la metà delle famiglie non è riuscita ad avere un reddito, come prima del Covid – 19, nonostante siano state previste misure economiche per aiutare i nuclei più vulnerabili.

La crisi economica, sanitaria e la carenza di cibo hanno messo in ginocchio il continente, facendo schizzare a 100 milioni il dato sui nuovi poveri. Nel 2020 oltre 59,7 milioni di persone – ovvero il 9,1% della popolazione totale della regione – ha sofferto la fame, che si traduce in 13,8 milioni in più rispetto al 2019.

In Centroamerica la pandemia ha avuto un impatto notevole soprattutto sull’economia delle donne: il 28% di loro ha perso il lavoro, contro il 23% degli uomini. Si attende una ripresa in Guatemala e Nicaragua nel 2022, nel 2023 in Costa Rica, nel 2025 a Panama ed El Salvador, mentre in Honduras arriverebbe solo nel 2027. Una radiografia che vede il continente sprofondare tra pandemia, violenza e diseguaglianza. Il 2020 ha segnato l’aumento anche dei femminicidi: più di 4.000 le vittime comprese nella fascia di età tra i 30 e i 44 anni (344 donne) e tra i 15 e i 29 anni. Con 335 vittime cresce anche il dato che ha coinvolto le donne adolescenti. Nei Caraibi anglofoni quattro paesi su nove, con dati disponibili sulle morti violente di genere, hanno registrato un aumento del tasso, ben 100.000 donne tra il 2019 e il 2020. La situazione viene descritta come una vera e propria “pandemia ombra”. Sul fronte sanitario dall’inizio del 2022 il piano vaccinale nel Sud America ha raggiunto con almeno una dose il 76% della popolazione, e il 64% con il programma completo, al di sopra dell’Europa (66% e 62%) e degli Stati Uniti (74% e 62%). Mentre più della metà della popolazione dei paesi con i redditi più bassi delle Americhe non è ancora stata vaccinata.

Abbiamo incontrato Luis Felipe López-Calva, direttore per l’America Latina e i Caraibi del programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Pnud)

Perché l’impatto della pandemia è stato sproporzionatamente più forte in America Latina?

Circa il 40% della popolazione dell’America Latina e dei Caraibi è considerata vulnerabile dal punto di vista monetario. Non si tratta di persone povere, ma di persone che non hanno la sicurezza economica, di quella che viene definita classe media. Questo gruppo è poco al di sopra della soglia di povertà e rischia di cadere nella condizione di povertà. Questa situazione è legata alla diffusione del lavoro informale, soprattutto tra le donne, che spesso svolgono lavori di bassa qualità e molto volatili.

Quali sono stati gli effetti della crisi sanitaria?

Si è prodotto un duplice effetto: da una parte era necessario restare a casa e la gente non voleva perché in questo modo non poteva guadagnarsi da vivere, ma questa situazione le ha paradossalmente rese più vulnerabili alla malattia. D’altra parte è come se l’economia fosse andata in coma indotto, si è contratta la possibilità di generare reddito e nella nostra regione, rispetto all’Europa o agli Stati Uniti, non esistono meccanismi fiscali che possano erogare rapidamente degli stimoli, proprio perché molte persone lavorano in maniera irregolare. Un terzo delle morti a livello mondiale a causa del Covid è avvenuto proprio nella nostra regione, è un dato significativo visto che rappresentiamo solo il 9% della popolazione mondiale. La precarietà e l’informalità ha reso più difficile poter generare reddito e ha impedito ai governi di agire in modo repentino ed efficace.

Uno dei problemi messi in luce dalla pandemia in America Latina è costituito dai gravi problemi strutturali: la disuguaglianza, la grande informalità a livello lavorativo e l’inadeguatezza dei servizi pubblici. Come è possibile risolvere le disuguaglianze sociali nel continente?

L’America latina e i Caraibi versavano già in una condizione di debolezza economica e sociale prima del Covid-19. Ma la pandemia ci ha reso più vulnerabili in ambito sanitario, in quello dell’istruzione, in termini di assistenza domestica, di impatto economico. Le condizioni di lavoro sono molto eterogenee tra i vari gruppi della popolazione: molti sono precari e pochissimi hanno una condizione stabile. La disuguaglianza, in un certo senso, alimenta l’incapacità della regione di poter crescere più rapidamente e generare più prosperità. Pertanto, la disuguaglianza e la mancanza di crescita non sono fenomeni separati, e non è possibile risolvere questa situazione senza pensare ad una soluzione al problema della precarietà lavorativa, della mancanza di sicurezza, che ci porta ad essere una delle aree più violente del mondo. Sono alcuni aspetti su cui è necessario concentrarsi, altrimenti sarà molto difficile pensare ad una ripresa che garantisca una maggiore equità.

Siamo forse di fronte ad un altro decennio perso?

Siamo abituati a crisi provocate da disastri naturali e da fenomeni meteorologici estremi, come uragani, terremoti, in cui le infrastrutture si potevano riscostruire. Ma in passato non abbiamo mai avuto a che fare con una situazione che distruggesse il capitale umano. Se consideriamo l’impatto del Covid in termini di salute, morti, malati, istruzione, gli effetti intergenerazionali sono di una portata ancora difficile da immaginare. In futuro sentiremo anche un forte impatto sulla capacità produttiva della popolazione, per questo credo che la ripresa dovrebbe far leva soprattutto sull’istruzione del capitale umano.

Sebbene l’America Latina non sia una zona di guerra, secondo svariate analisi si tratta di una delle zone più violente del mondo. In che modo tutto questo colpisce la regione?

Nella nostra zona avvengono ogni anno circa il 34% degli omicidi e delle morti violente a livello mondiale. Questa sproporzione ci fa pensare che c’è qualcosa di strutturale nella nostra regione che ci rende terribilmente inclini alla violenza. Ovviamente tutto questo ha a che fare con attività illegali, il narcotraffico e tutto quello che gli ruota intorno. Purtroppo, in alcuni casi, si registrano anche violenze politiche. Ci sono tipi di violenza diverse che generano disuguaglianza. La pandemia ha inciso notevolmente anche sull’aumento della violenza di genere e degli omicidi come sua manifestazione estrema. Le donne, le ragazze purtroppo non trovano nelle loro case un luogo sicuro e questo è un problema che come società dobbiamo risolvere.

La violenza genera disuguaglianza, perché?

Perché chi può ovviamente si protegge, i più vulnerabili sono proprio coloro che non possono proteggersi. Anche la violenza colpisce in modo disuguale. Per fare un esempio in America Latina esistono molte più guardie di sicurezza private rispetto a poliziotti statali, un mercato privato della sicurezza che consente di tutelarsi solo a chi può permetterselo. Non è solo la violenza che genera disuguaglianza, ma è anche la disuguaglianza a generare violenza, frustrazione, malcontento, mancanza di fiducia nelle istituzioni. É un circolo vizioso che prima o poi si deve interrompere se vogliamo sradicare questo vincolo che esiste tra disuguaglianza e violenza.

In un rapporto sulle migrazioni, l’ONU rivela che quella dell’America Latina e dei Caraibi è la regione del mondo dove si è registrato il più forte aumento del numero dei migranti. Secondo lei, come possono i governi e l’opinione pubblica internazionale mitigare questo dramma umano?

Credo che ci siano due temi distinti: uno è la migrazione e l’altro è quando la migrazione si trasforma in dramma. Da una parte dobbiamo chiederci come prevenire la migrazione forzata, non nel senso che qualcuno obblighi i migranti a partire, ma perché nel loro paese non ci sono opportunità e per questo sono costretti ad andarsene. In questo caso la soluzione ha a che vedere con le autorità locali che devono creare opportunità proprio in quei paesi da cui si muove l’immigrazione. All’interno del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, il nostro approccio mira a generare opportunità di sviluppo a livello locale per evitare che ci sia una migrazione non desiderata. Ovviamente le persone possono scegliere di emigrare, ma è importante che sia una scelta e non l’unica opzione possibile.

C’è già un programma in atto che renda meno drammatica l’immigrazione forzata?

Ci sono alcune politiche in collaborazione con la Banca Interamericana di Sviluppo contro la cattiva percezione dei migranti, per aiutare le comunità ospitanti ad accogliere i migranti e ad integrarli. Come Pnud abbiamo scritto un manuale con altre agenzie del sistema in cui spieghiamo soprattutto ai governi locali come affrontare la migrazione, come integrare i migranti ed evitare la xenofobia.

…e da parte dei governi?

La Colombia è un buon esempio, ha regolarizzato con lo statuto temporale i milioni di migranti provenienti del Venezuela; ha dato la possibilità di avere un’identità, un’occupazione e credo che questo sia un valido approccio da trasmettere. Si tratta di un grande gesto da parte del governo colombiano che deve essere accompagnato dalla comunità internazionale perché richiede risorse e conoscenze tecniche. E’ qui che possono intervenire la Banca Interamericana, la Banca Mondiale e il Pnud per offrire un sostegno dal punto di vista fiscale e logistico. Questo è un esempio di quello che ci aspettiamo dai nostri governi.

Cosa pensa della campagna vaccinale in America Latina?

La situazione della regione non è così negativa ed è in continuo miglioramento. Il 60%, della popolazione ha ricevuto una sola dose. Mentre circa il 20% della popolazione ha ricevuto il ciclo vaccinale completo. Molti paesi sono andati sorprendentemente bene e lo dico non perché non avessero le capacità, ma perché in alcuni casi sono andati meglio di alcuni paesi europei, anche perché hanno incontrato meno resistenza alla vaccinazione. Ci sono anche paesi piccoli che pur avendo pagato i vaccini non li stanno ricevendo, oppure altri paesi che hanno i vaccini ma logisticamente non sono pronti a somministrarli.

In che modo la pandemia ha inciso negativamente sui meccanismi democratici del nostro continente?

Come regione siamo arrivati alla pandemia con una scarsa fiducia nei governi. Prima della pandemia oltre il 70% della popolazione riteneva che il governo si occupasse delle necessità di pochi e non di molti. Questo ha portato ad una serie di turbolenze sociali soprattutto in paesi come Cile, Ecuador e Colombia. Abbiamo avuto 14 elezioni durante il periodo del Covid, sia a livello presidenziale, del Congresso che a livello locale. La regione è stata interessata da un’attività elettorale molto intensa e, salvo alcune tristi eccezioni, le elezioni sono state credibili, e hanno riscosso ampia partecipazione in molti paesi come Messico, Bolivia, Cile ed Ecuador. Questo è un buon segnale. La gente sta dimostrando concretamente attraverso la partecipazione che crede nella democrazia. È necessario migliorare la qualità della politica, c’è malcontento nei confronti dei partiti politici e la qualità delle decisioni pubbliche. I paesi dell’America Latina hanno mostrato una certa resilienza, una buona base su cui costruire. Per questo, preferisco essere ottimista ma non ingenuo.

Fonte: Rainews