Le sfide della pandemia: dal cessate il fuoco globale ad una globalizzazione della solidarietà

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Oggi il mondo ha bisogno di leader coraggiosi che siano in grado di credere e di scommettere sul pianeta in cui viviamo, la casa comune.

Di cosa ha bisogno oggi l’uomo? L’inaspettata pandemia del Covid-19 non ha risparmiato confini, ha messo a repentaglio intere economie, fotografando un quadro devastante, con ripercussioni che vanno al di là delle nostre aspettative. Ad essere colpiti in maniera sproporzionata i malati, i poveri, gli emarginati e le vittime dei conflitti, provocando una crisi umanitaria mai vista dopo la Seconda Guerra mondiale.

È l’interrogativo che si pone papa Francesco insieme alla sua commissione vaticana sul covid-19, istituita da poco per affrontare in maniera concreta il divario non solo tra ricchi e poveri, ma anche tra le zone di pace e di prosperità e di giustizia ambientale, zone di conflitto, di privazione e di devastazione ecologica.

È un progetto dallo sguardo ampio che esprime la sollecitudine e l’amore della Chiesa per l’intera famiglia umana colpita dalla pandemia, mettendo in campo le migliori intelligenze nelle aree dell’ecologia, dell’economia, della salute e della sicurezza sociale. Un’occasione di dialogo e confronto che chiama stati e organismi internazionali a collaborare investendo prevalentemente nel bene comune, di fronte ad un futuro che si prevede pieno di shock.

Sono tempi che impongono all’umanità un cambiamento epocale di vedute; Francesco chiede l’intercessione di Maria, la madre di tutte le mediazioni, che tocchi le coscienze dei governanti “…perché le ingenti somme di denaro, usate per accrescere e perfezionare gli armamenti, siano invece destinate a promuovere adeguati studi per prevenire in futuro catastrofi simili. Siamo in una fase – aggiunge il pontefice – in cui dobbiamo saper scegliere dove investire le nostre risorse”.

Durante la pandemia abbiamo scoperto che una dalle priorità è la cura della salute, e non di certo la corsa verso gli armamenti militari. Nel 2019 le spese militari hanno raggiunto cifre record (1,9 trilioni di dollari USA) generando un circolo vizioso. La domanda che si pone il vescovo di Roma è se abbia senso continuare a fare enormi investimenti in questo ambito, se poi non è possibile salvare le vite umane a causa della mancanza di investimenti che garantiscano sistemi sanitari adeguati.

La pandemia inoltre ha rivelato la vera portata della nostra interconnessione. Oggi il mondo ha bisogno di leader coraggiosi che siano in grado di credere e di scommettere sul pianeta in cui viviamo, la casa comune. Servono leader globali in grado di ricostruire legami di unità, che siano impegnati anche in altri ambiti, come la difesa della vita. Oggi più che mai gli analisti raccomandano la creazione di un patto collettivo per la sicurezza della salute, considerata come un bene comune, nel senso che tutti ne hanno diritto, ma che solleciti pari responsabilità nel promuoverla.

Secondo l’OMS il peggiore impatto medico della pandemia deve ancora arrivare; il FMI ha già previsto un calo globale del Pil di almeno il 3%, con conseguenze dirette sulla sicurezza a tutti livelli, da quello interno a quello globale. Anche la criminalità, la “cyberwar”, e le tensioni sociali si sono rese protagoniste durante questa emergenza sanitaria, non favorendo la pace e la prosperità anche in aree del pianeta già vulnerabili di sistemi informatici integrati. Le forniture mediche, la sicurezza alimentare, la ripresa economica sono l’unica possibilità per ridurre i conflitti, le ingiustizie e le disuguaglianze.

Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, insieme al Santo Padre, sottolineano positiva la recente approvazione, da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, di un cessate il fuoco globale, nonché l’approvazione, da parte di 170 Paesi, dell’appello delle Nazioni Unite a mettere a tacere le armi. “La solidarietà, in tempi di crisi, è il nuovo nome della pace” È urgente globalizzare la solidarietà, come ricordava papa Francesco, perché tutti abbiamo bisogno di tutti, e nessuno potrà farcela da solo. “Un male comune e globale – afferma – si affronta solo se comprendiamo di essere tutti legati, in una umanità dal destino comune. Da ciò se ne esce solo con l’impegno di tutti”.

Abbiamo incontrato Alessio Pecorario, Coordinatore della Task-force Sicurezza della Commissione Vaticana per il Covid-19.
Secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI) si osserva un continuo aumento della spesa militare. Quanto è difficile per l’umanità costruire la pace dopo il Covid-19?
La crisi della pandemia si riversa sulla sicurezza a tutti i livelli: da quella domestica a quella globale. Nel prisma della dimensione sulla sicurezza di cui mi occupo, direi che è molto importante il cessate il fuoco globale. I dati sono allarmanti. Le spese militari oggi superano di gran lunga le quelle globali annuali sostenute durante la guerra fredda, e di circa 300 volte il budget dell’OMS. Inoltre gli osservatori e i funzionari sollecitano un aumento della spesa militare in risposta alla pandemia.

Quindi Lei mi sta dicendo che è possibile vivere in un mondo senza armi?
Dico che secondo la nostra opinione è necessario il congelamento o la moratoria della produzione e della vendita delle armi. Il pontefice ricorda che non è il momento di fabbricare armi. Ma se ci ostiniamo ancora a rimanere nel dilemma della sicurezza, cioè io mi armo, faccio alleanze strategiche, io uso una retorica militare aggressiva, questo non farà altro che stimolare nei competitor un atteggiamento analogo, e alla fine della giornata siamo tutti più insicuri, perché abbiamo aumentato esponenzialmente i nostri meccanismi di difesa, che in realtà non generano una vera sicurezza.

Una delle proposte di papa Francesco è disinvestire negli armamenti e investire sul bene comune, sulla sanità. Quanto il suo messaggio viene ascoltato dalle istituzioni nel mondo?
L’ICANW, l’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, un partner con cui il dicastero ha sempre lavorato bene, ha calcolato, che solo nel 2019, i nove paesi riconosciuti come possessori di armi nucleari hanno speso circa 73 miliardi di dollari per riarmamenti, registrando un incremento del 7% rispetto al 2018. C’è una falsa dicotomia nella sicurezza degli armenti, per cui se tu interrompi il commercio di armi va in sofferenza il lavoro e l’occupazione. Questo però è un ricatto occupazionale: anzi, il lavoro umano in quel settore sarà sempre più ridotto. Questo dimostra che, per esempio, nello stesso anno 2019,  avremmo potuto costruire 365 mila ospedali di elevato profilo o avremmo potuto nutrire 196 mila persone che sono in sofferenza alimentare. Si è già dimostrato che oggi convertire la spesa militare nel civile è molto conveniente, perchè la tecnologia militare di oggi è dual-use, e quindi semplicemente riorientando le destinazioni, pur con le medesime filiere produttive, è potenzialmente già predisposta a servire il bene comune. Come commissione pensiamo che l’agricoltura, la sanità, l’industria civile, il lavoro umano, oggi più che mai, siano ben più desiderabili e preziosi.

…attualmente quanto è a rischio la nostra sicurezza?
Il ricorso agli armamenti, la retorica militarista, nuove posture militari, che sembrano far scendere la soglia di distinzione tra conflitti convenzionali e non, le possibilità di errori di calcolo, incidenti, attacchi terroristici e l’erosione dell’architettura legale internazionale in materia di controllo degli armamenti e disarmo, tutto questo, aumenta sensibilmente le tensioni e il deterioramento del regime internazionale di tutela. La cibersecurity è una dimensione estremamente nuova ed importante, che presenta molte connessioni con le armi nucleari. Oggi siamo tutti in Smart Working, e quindi questo ha creato, secondo alcuni organismi internazionali, un incremento del 500% dei Ciber attacchi, anche ad infrastrutture critiche o sui dati bancari, e così via. Gli attacchi ad alcune delle nostre infrastrutture critiche, i dati bancari, sono all’ordine del giorno. Questo ci dá una dimensione dei pericoli che stiamo correndo.

La paura del virus è una buona occasione in Europa per sventolare le bandiere dei nazionalismi. In che maniera la Commissione sta affrontando questo problema globale?
La Chiesa ha sempre esortato l’amore per il proprio popolo, per la propria patria, il rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali radicate nei popoli. Allo stesso tempo la Chiesa ammonisce ancora di più oggi, di fronte a sfide così complesse, i governi e i popoli riguardo alle deviazioni di questo attaccamento alla cultura. Purtroppo quando tutto si trasforma in esclusione, il rischio è il nazionalismo conflittuale, che alza i muri. Papa Francesco osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ ovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specialmente degli immigrati, come anche quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune. Chiaramente così si rischia di compromettere forme consolidate di cooperazione internazionale, e per quanto riguarda la dimensione di sicurezza, va a discapitato del multilateralismo che propone la Santa Sede, di quel dialogo veramente franco ed effettivo con tutti i popoli. Quindi bisogna parlare della non violenza, della pace fraterna, dell’avanzamento dei diritti umani…

Stiamo assistendo ad un cambiamento di paradigma globale: dall’attenzione per la sicurezza nazionale alla sicurezza umana e globale, dalla semplice prevenzione dei conflitti alla costruzione della pace. Siamo pronti per affrontare questa sfida?  Con la pandemia, abbiamo visto realizzare l’intuizione profetica di Papa San Paolo VI il quale, concependo lo sviluppo come il nuovo nome della pace, ha di fatto anticipato un cambio di paradigma essenziale della contemporaneità, quello della necessità del passaggio dalla sicurezza nazionale alla sicurezza globale e direi anche personale. Se il tuo vicino di casa è povero o malato, questo rende insicuri generando conflittualità sociale. Secondo papa Francesco la sicurezza è un concetto che va ridefinito. A partire dalla seconda guerra mondiale si è sviluppata la proposta che la scienza politica definisce “disarmo umanitario”, mettendo potenzialmente ogni essere umano al centro dei processi di pace; sotto la leadership del Cardinal Turkson, il nostro Dicastero ha approfondito questo percorso parlando di “disarmo integrale”, che significa rimediare alla sofferenza individuale, alla devastazione ambientale e a tutti quegli aspetti della sicurezza che riguardano l’umanità ed il creato. Anche io, se sono consapevole dei rischi che corro, e quindi ho una parola da dire sul mondo, lo posso fare nel sistema multilaterale che richiamavo prima. La Chiesa ha anticipato questo dibattito nel momento in cui Paolo VI parlava di sviluppo come nuovo nome della pace. Per cui la sicurezza tradizionale, come la concepivano gli stati, la sicurezza militare, chiaramente, alla luce della pandemia, rimane precaria.

La FAO segnala che la pandemia già dal 2020 potrebbe portare a far salire a 130 milioni il dato delle persone colpite dalla fame cronica in tutto il mondo. In che maniera state agendo su questo fronte?
I numeri che citavi sono spaventosi e generano instabilità. La commissione di cui faccio parte parla della “trappola del conflitto”: la pandemia ha generato un problema sanitario enorme, che a sua volta ha generato un lockdown economico, peggiorando quindi gli aiuti umanitari in maniera effettiva; e il collasso economico ha aggravato la situazione della sicurezza alimentare, generando, in ultimo, nuovi conflitti. È una crisi a catena, profondamente diversa, che per primo tocca tutti i settori, aumentando la globalizzazione nel suo ritmo di sviluppo. Occorre, come diceva papa Francesco, creare una globalizzazione della solidarietà, difendendo la vita, mettendo da parte il paradigma tecnocratico del solo produrre, anche nel caso alimentare. Una delle maggiori cause di inquinamento mondiale è proprio lo spreco di risorse. Quindi quello che stiamo facendo in concreto, di pari passo alla promozione del richiamo del Papa per un cessate il fuoco globale, è promuovere l’idea della necessità del congelamento della vendita degli armamenti.

Fonte: http://www.rainews.it/

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