Papa Francesco: “Siate autentici, e costruttori di ponti”

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“Siamo membra gli uni degli altri”. Prende spunto dal Vangelo Papa Francesco per rivolgersi ai giornalisti. Li chiama i portatori della “buona novella”. Nel rapporto con i cronisti, in occasione degli incontri avvenuti sull’aereo papale, Francesco ricorda che “…il cronista della storia è chiamato a ricostruire la memoria dei fatti, a lavorare per la coesione sociale. E a dire la verità a ogni costo, rispettosa, ma mai arrogante”. Per puntare al bene, e costruire ponti di umanità che portano al vero, al bello e al giusto, la comunicazione deve avvalersi della reciprocità autentica tra persone, deponendo l’arma della menzogna. Mentre il giornalismo cattivo si fonda sulla pretesa di potersi separare dai fatti profondi che si celano dentro la realtà, il buon giornalismo si nutre della capacità di entrare in profondità. È un continuo farsi prossimo all’altro evitando la sindrome del troppo pieno. “Chi ama la verità e la ricerca – consiglia Papa Francesco – non permette che esse si trasformino in una merce travisata o nascosta”. Figli della fretta e dell’incapacità di ascoltare, siamo rapiti spesso da impazienza e disinteresse che portano chi ascolta a credere di aver compreso, solo per la pretesa di aver varcato la soglia del suo mondo interiore, lo stato d’animo di chi si ha davanti. Il Vescovo di Roma mette in guardia i media dalla tentazione del serpente che “Sussurra ancora oggi a chi si serve del cosiddetto storytelling per scopi strumentali, perché per non smarrirci – aggiunge – abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme”. Quante storie ci rendono l’anima insensibile, convincendoci che per essere felici abbiamo continuamente bisogno di avere, possedere e consumare, quasi ignari di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo. La comunicazione per essere autentica richiede gesti quotidiani, un continuum di unità di vita tra socialità ed esigenze interiori. Il mistero di una comunicazione inclusiva, piena di valori, aperta alla diversità diventa così, per il nostro tempo, momento trascendentale, faro potente a dirigere la navigazione in un mare magnum di disinformazione. Il messaggio del pontificato di Francesco sollecita a capire e dialogare anche con i nostri detrattori e oppositori, per fino con chi ci odia. Una virtù, che non possiedono tutti, ma che si può imparare, una virtù non violenta, che si differenza da quella dei maestri della persuasione e della propaganda. La comunicazione non è “business” ma è farsi mediatori delle istanze dell’altro.

Abbiamo incontrato il giornalista vaticanista Ary Waldir Ramos Diaz, colombiano, autore del libro “Siate autentici!” Che offre una chiave di lettura sulla comunicazione del Papa: innovativa e coraggiosa.

In che maniera ha comunicato papa Francesco durante la pandemia? Quali sono state le parole chiave?
La parola “chiave” è speranza. Vorrei soffermarmi su un’immagine: una piazza San Pietro deserta per la prima volta e il Papa che, ad 83 anni, con passo deciso ma affaticato, arriva fino al sagrato della Basilica per presiedere un momento straordinario di preghiera in tempo di pandemia. Cammina quasi come se stesse portando il peso dell’intera umanità. Il 27 marzo è una giornata buia, densa di nuvole che coprono il cielo di Roma, c’è un silenzio assordante e un vuoto desolante, che paralizza. Francesco lo descrive e usa il “noi” per comunicare. “Ci siamo trovati impauriti e smarriti”, dice. Nei pressi del cancello centrale ha fatto collocare due archetipi di superamento della morte e della peste: l’immagine della Salus Populi Romani e il Crocifisso di San Marcello. Il Papa comunica con simboli cristiani che evocano una fede che vince sempre, non perché s’impone, ma perché persiste nel bene comune nonostante la tempesta. Coinvolge l’umanità. Francesco insiste nel mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni: dal medico all’operaio. Ci ricorda che non siamo autosufficienti; non nega le difficoltà, ma le abbraccia. La crisi del momento è un’opportunità comunicativa di aprire il cuore, la mente e far muovere le mani dell’interlocutore. Si tratta di una comunicazione senza artifici con lo scopo di costruire comunità.

Papa Francesco chiede di far fruttare il talento della comunicazione come uno strumento per costruire ponti, per unire, in un tempo segnato da sofferenze e contrasti. Cosa ne pensa?
La comunicazione autentica è quella che non ha paura delle proprie debolezze e imperfezioni. Le maschere sociali vengono meno per scoprire che davanti a noi c’è un fratello, e non un avversario da distruggere. Lui ritiene che la vera comunicazione avvenga con le persone che sono fuori dalla nostra zona di confort e quelle realtà più care a noi; e che crei un ponte per arrivare al di là del nostro cortile. Razzismo, xenofobia, ideologie e omologazione culturale impediscono la costruzione di questi ponti e alimentano la polarizzazione. Francesco mette in guardia dal semplicismo riduzionista nella comunicazione, che vede solo bene e male, separando giusti e peccatori. Nel suo discorso al Congresso degli USA dice: “Nel tentativo di essere liberati del nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto”.

Nel suo libro, lei parla dell’ascolto. Quali sono gli strumenti che papa Francesco suggerisce per imparare ad ascoltare?
L’ascolto è una condizione “sine qua non” della comunicazione autentica, altrimenti meglio parlare d’informazione a senso unico o di persuasione e manipolazione dell’altro. Il dialogo ha bisogno di una forte consapevolezza della nostra dignità e identità. Non si va a dialogare per perdere se stessi, ma per ritrovarsi e per scorgere il proprio riflesso di umanità nell’altro. Lo facciamo per avvicinarci insieme ad un bene superiore (la pace, il dialogo, la riconciliazione, ecc), accogliendo l’altro, nel silenzio dell’ascolto. Francesco ci ha insegnato che a volte basta camminare insieme, senza pretese, senza chiedere l’impossibile, piuttosto, facendo opere di carità e dimostrando rispetto e affetto, quando è possibile. L’ascolto è già azione. Nel libro abbiamo dedicato un’intera parte all’ascolto attivo, proprio perché la comunicazione autentica richiede accettazione, partecipazione, il che implica, a sua volta, movimento, incontro e riconoscimento.

Madre Teresa di Calcutta diceva: “Se giudichi le persone, non avrai tempo per amarle”. Questa espressione cosa ha a che vedere con la comunicazione?
Grazie per questa domanda che ci introduce alla comunicazione non violenta. La forza del perdono è il vero antidoto alla tristezza provocata dal rancore e dalla vendetta, ci insegna Francesco. La comunicazione non violenta è percorrere una strada insieme cercando la verità, la bontà e la bellezza. Nel libro insistiamo sull’idea di spezzare i paradigmi disumanizzanti nella comunicazione: occorre innanzitutto mettersi al servizio degli altri prima che degli interessi personali, lavorare alla costruzione di rapporti interpersonali autentici, perseguire obiettivi comunitari e tendere ponti verso chi ci ferisce, ci combatte o ci ostacola. Le parole che usiamo fanno la differenza, modellano la nostra realtà. Prima o poi ci rendiamo conto che si perde troppo tempo a giudicare le persone, piuttosto che cercare il loro bene e trovare una soluzione ai nostri problemi comuni. Ai vescovi del Cile travolti dagli abusi, il Papa scrive: “Fratelli, le idee si discutono, le situazioni si discernono. Siamo riuniti per discernere, non per discutere”. Per cui, la comunicazione autentica è un atto di rinuncia di se stessi, per andare incontro all’altro. Questo significa evitare il campo minato della polarizzazione e le accuse, appunto, per non cadere nella trappola del giudizio.

In che modo papa Francesco ci incoraggia ad essere più autentici?
Qui saliamo sulle spalle di un gigante della comunicazione, e in palio c’è un grande traguardo. Se noi per primi non cambiamo noi stessi, il nostro mondo interiore, non mettiamo da parte l’irruenza, in realtà non stiamo facendo un servizio. Il cambiamento parte dal coraggio di rompere gli schemi vecchi a cui siamo ancorati. Papa Francesco indica una parola chiave: testimonianza. Siamo chiamati a rapportarci con gli altri con carità e fratellanza; ad accettare ciò che non puoi cambiare; ti propone di camminare insieme per creare ponti. I problemi si affrontano in maniera collettiva, con creatività. Papa Francesco vuole comunicare e camminare con persone che la pensano diversamente da Lui. Il suo punto di forza è proprio questo, la convinzione di scoprire negli altri se stesso.

Dopo la pandemia, siamo pronti a far cadere i muri che ci dividono e a metterci nei panni dell’altro?
Viviamo in una società molto individualista a tal punto da vivere come delle isole, circondati da tanta tecnologia che accorcia le distanze, immergendoci in una sorta di autismo tecnologico. La pandemia ha fatto prevalere la paura, e ha creato rapporti umani lontani, diluendo le relazioni. Si scartano le amicizie che non sono ‘funzionali’ ai nostri interessi. Francesco ci invita a metterci nei panni dell’altro, a farci carico del problema di chi ci sta accanto. Ci chiede di avere un’apertura più grande alla vita, di scartare il pregiudizio, che ci fa vedere l’altro come un nemico. Vuole una Chiesa con le braccia aperte, inclusiva, che ricostruisca negli altri un’autentica idea di comunità, di cui ora abbiamo tanto bisogno. – Fuente: www.rainews.it

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