Papa Francisco: la cura al tiempo del coronavirus (final)

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Abbiamo incontrato Mons. Nunzio Galantino, Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, incarico voluto da papa Francesco e autore del libro “Sul confine”

Mons. Galantino, l’esperienza di una pandemia riapre la riflessione sulla cura dei malati, soprattutto per coloro che lottano tra la vita e la morte. Come si può accompagnare i malati in questo momento molto delicato?
Intanto, con la consapevolezza che, sì, siamo nel pieno di una emergenza; ma attenti a non pensare che si tratti solo di una emergenza sanitaria ed economica. L’emergenza sociale non è meno preoccupante. Soprattutto quella che coinvolge persone fragili per età e condizioni di salute. Per fortuna si sente, soprattutto in questi giorni, di realtà sensibili a questo aspetto, che hanno messo in atto iniziative che, nel rispetto delle indispensabili precauzioni, tendono a far sentire la vicinanza a persone fragili. Tra queste, soprattutto gli ammalati e gli anziani. È la raccomandazione che il Papa sta continuando a fare.

Papa Francesco più volte ha detto: “Chi sono io per giudicare?”. Riaffiora di nuovo il senso della Vita, intesa come storia di ognuno, che va tutelata e preservata, quale autonomia e limiti ha l’uomo nel porre fine alla vita di un essere umano?
Parlare della Vita come “storia di ognuno” non vuol dire parlare di una vita di cui ognuno può disporre. Soprattutto questo non può essere vero in un momento in cui tendono a prevalere modelli culturali tecnocratici per i quali, cioè, vale chi produce, e merita di vivere solo chi è in grado di dare il proprio contributo economico alla società. Purtroppo bisogna ammettere che questo modello culturale suggerisce soluzioni “semplificate” (eutanasia, suicidio assistito, ecc) piuttosto che mettere in atto percorsi che rendono la vita degna di essere vissuta.

Ci spieghi meglio, su questo concetto si fa sempre molta confusione…
A proposito di “soluzioni semplificate”, penso sia importante capire che prima del diritto a morire in maniera dignitosa, vi è il diritto a vivere in maniera dignitosa. In qualsiasi stadio della vita. È insopportabile la fatica che i nostri governi fanno ad essere coerenti su questo punto. A programmare cioè quanto è necessario per accompagnare in maniera dignitosa la vita delle persone fragili. A che punto, ad esempio, siamo con le cure palliative, che non sono necessariamente l’anticamera immediata della morte?

Al personale medico viene richiesta molta competenza. Però anche le virtù della compassione e della speranza sono necessarie per svolgere con pienezza il proprio mandato professionale. Quanto è importante questa visione? Cioè i sanitari hanno a che vedere ogni giorno non solo con dei corpi ma anche con delle anime…
Su questo aspetto, c’è da dire che sta crescendo la sensibilità. È importante comunque essere consapevoli che, al pari della competenza professionale, alle “virtù della compassione e della speranza” ci si educa. Se continuiamo a vivere in un mondo fatto di egoismo e di sopraffazione non possiamo sperare di avere professionisti compassionevoli e aperti alla speranza. Bisognerebbe bandire chi (soprattutto se uomini e donne con responsabilità pubbliche) alimenta l’odio e la discriminazione. Non è vero che si sta tutti meglio se si coltiva il sospetto nei confronti del diverso, possibilmente se povero e indifeso!

La linea dura delle istituzioni nella lotta al Coronavirus ha imposto delle restrizioni in molti ambiti della vita dei cittadini. Le funzioni religiose sono state sospese, in che modo possiamo assistere le persone nella fede? Come prendersi cura delle anime? Sacerdoti, psicologi, chi assiste la popolazione dal punto di vista emotivo e spirituale?
Sì, ha ragione. Sono state prese delle giuste e sacrosante decisioni di restrizione in molti campi. Attenti però, come dicevo prima, a non ritenere trascurabili la dimensione spirituale, psicologica, culturale e relazionale. Si muore di Coronavirus, ma si muore anche di disperazione, di mancanza di speranza e di ignoranza. Va dato merito a quanti – sacerdoti, insegnanti, psicologi ecc – stanno lavorando, diversamente, ma con la stessa passione di medici e infermieri. Quante interessanti ed efficaci iniziative sono state intraprese. Bisognerebbe farle conoscere di più. Farle circolare. Almeno alla stessa velocità del Coronavirus. Perché, nelle tante trasmissioni che coprono i vari palinsesti, non si dà spazio e informazione su quello che fanno insegnanti, sacerdoti e volontari in questo ambito? Penso meritino dignità nell’informazione e contribuiscono ad allentare il clima di grande preoccupazione diffuso.

In questi giorni abbiamo visto che sono tanti i precari impiegati nella sanità con un stipendio poco dignitoso, tema che da sempre richiama l’attenzione di papa Francesco. Perché nel nostro paese c’è sempre bisogno di arrivare a casi estremi per accorgersi che la stabilità è importante per una crescita?
I motivi sono tanti. E nessuno di questi è davvero sopportabile. È assurdo che, appena c’è bisogno di rastrellare soldi, si metta mano alla sanità e all’istruzione. Dietro queste scelte scellerate vi è una cultura (ma non la si può chiamare così!) miope e appiattita su interessi di piccolo cabotaggio. C’è l’incapacità di guardare davvero al futuro per costruirlo su basi solide. Dove si pensa di andare con una scuola che non mette gli insegnanti in condizione di essere orgogliosi del loro lavoro? Dove si pensa di andare con una politica che ignora, anzi disprezza la competenza? Vale lo stesso per l’ambito sanitario. Chi non programma il futuro per una accettabile sanità ordinaria e non di emergenza non merita di governare un paese civile. È assurdo ridursi all’emergenza per mettere in campo strutture e personale medico!

La vita e i ritmi delle persone stanno cambiando. La momentanea instabilità può essere un motivo di speranza per costruire un futuro con ottimismo? Cosa ne pensa?
Me lo auguro. Spero solo che, passata con l’aiuto del Signore questa emergenza, non si scateni la corsa ad attribuirsi meriti e a scaricare responsabilità. Ma su questo, le dico la verità, sono un po’ pessimista! In circolazione si vede una sensibilità, un livello culturale e spirituale non proprio all’altezza, capace cioè di “pensare in grande”, come diceva Rosmini. Abbiamo tutti bisogno di valorizzare questi momenti di difficoltà come spazi in cui far decantare gli interessi e l’arroganza; e farli diventare spazi di condivisione e di confronto. Perché condivisione e confronto leali e serrati fanno crescere tutti.

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