Perù, un paese in costante «terapia intensiva» Roberto Montoya

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La pandemia, causando ancor di più problemi sociali politici ed economici dei paesi dell’America Latina, ha deteriorato le fragili democrazie della regione. In parte legata all’incapacità dei politici e dei partiti a non saper incanalare le istanze e le preoccupazioni di una società sempre più insoddisfatta, polarizzata e frammentata, la crisi delle democrazie sta lasciando terreno fertile per rinnovati populismi carismatici caratterizzati da una classe dirigente personalistica e autoritaria.

Il Perù, dopo la lunga ‘era Fujimori’, non ha avuto un capo di Stato che non sia stato coinvolto in problemi di corruzione o che non sia stato rimosso o che non abbia lasciato il paese in balia della disperazione. Per citare qualche nome: Alejandro Toledo (2001-2006), Alan García (2006-2011), Ollanta Humala (2011-2016), Pedro Pablo Kuczynski (2016-2018), Martín Vizcarra (2018-2020), Manuel Merino (5 giorni), Francisco Sagasti (2020-2021). Un quadro allarmante, bisognoso di riforme politiche, che imponga un cambio di marcia nella scelta dei rappresentanti.

La politica peruviana, che ha visto negli ultimi 30 anni il collasso dei partiti e la nascita di gruppi e movimenti di destra e sinistra, frammentati e divisi, alla fine non ha rappresentato le vere istanze del paese, bensì interessi particolari che vanno contro lo Stato di diritto. Nel 2020 il Perù, paese con più di 30 milioni di abitanti, ha affrontato una complessa crisi istituzionale, vedendo alternarsi, nel giro di una sola settimana, tre presidenti, e 5 capi di stato in soli cinque anni. Un fenomeno che ha messo in allerta i processi democratici del Perù, le cui frequenti crisi hanno fatto diventare il paese un malato in costante “terapia intensiva”.

L’attuale Presidente, Pedro Castillo, eletto per il cambiamento, per risolvere il problema della corruzione e proporre politiche alternative al neo liberalismo, insediatosi appena 8 mesi fa, non è riuscito a tenersi fuori dagli scandali dell’immoralità, costringendo a cambiare il suo gabinetto per ben quattro volte, di cui uno, durato neanche una settimana, ha mandato a casa più di 40 ministri, battendo tutti i record in 41 anni di democrazia.

L’ingovernabilità del Perù sta raggiungendo limiti insospettati, per un paese abituato a destituire presidenti e ministri alla prima occasione. Un peruviano su quattro afferma che Castillo sta facendo un buon lavoro. L’inesperienza politica del presidente non è stata disconosciuta da quei peruviani che lo hanno votato, di fronte ad una alternativa politica che tuttavia non ha generato fiducia.

Il cardinale peruviano Barreto, nonostante le urla e gli insulti a lui rivolti, ha partecipato con il Presidente Castillo ad un incontro «per il bene del Perù», e ha avuto l’intenzione «di riabilitare la politica per il bene della nazione slegata da gruppi di interesse che danneggiano l’unità del Paese”.

Comunque il governo Castillo ha visto superare per la seconda volta il fantasma delle dimissioni. A giudicare dall’indignazione per le strade di Lima e in altre città per l’aumento dei prezzi di cibo e carburante, nessuno sembra avere la ricetta per far uscire il paese, che oggi è diventato uno dei paesi più difficili da governare in America Latina, da questo vicolo cieco. La recente mozione di posto vacante, la “vacancia”, contro l’attuale presidente, anni di scontri tra potere legislativo ed esecutivo e la crisi post pandemica, minacciano di far tornare il paese nel caos.