La Pasqua in Terra Santa tra croce e speranza

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A Gerusalemme mancano i pellegrini. In corso le celebrazioni del Ramadan e del Purim. “Non siete soli e non vi lasceremo soli”.

Per milioni di cristiani di tutto il mondo inizia il periodo più importante dell’anno. La Settimana Santa è scandita da momenti intensi e significativi, liturgie che ci invitano a scegliere il viaggio verso il cielo “Sursum corda – in alto i cuori” rivivendo gli attimi dolorosi della Passione e morte di Gesù Cristo che culmineranno in un segno di speranza per l’umanità intera, la sua Risurrezione.

Pace, dialogo, riconciliazione e speranza sono le parole con cui Papa Francesco ha iniziato i riti domenica scorsa. Una Pasqua segnata in Medio Oriente da un conflitto cruento che sta causando già una catastrofe umanitaria. A Gaza la realtà è estremamente tesa, oltre che complessa. Papa Francesco, i Patriarchi e i Gerarchi di Gerusalemme si sono espressi su questa situazione manifestando la loro solidarietà a tutte le vittime e alle loro famiglie, e chiedendo il ripristino della pace, poiché né il terrorismo né la guerra portano ad alcuna soluzione.

Il pontefice come un padre ha voluto scrive ai cattolici di Terra Santa in vista della Pasqua: ‘Cari fratelli e sorelle, da tempo vi penso e ogni giorno prego per voi. Ma ora, alla vigilia di questa Pasqua, che per voi sa tanto di Passione e ancora poco di Risurrezione, sento il bisogno di scrivervi per dirvi che vi porto nel cuore. Non siete soli e non vi lasceremo soli”.

Christophe Rico
The Jerusalem Institute of Languages and Humanities, Christophe Rico

Abbiamo incontrato Christophe Rico, vive in Israele dal 1992, è prof. di filologia greca all’ École Biblique e preside dell’Istituto Polis (The Jerusalem Institute of Languages and Humanities)

La guerra sembra non avere via d’uscita. In che modo la comunità cristiana si prepara alla Pasqua in Terra Santa?

La comunità cristiana è molto piccola, meno del 2% della popolazione dell’area che comprende Israele e Palestina. Chi si prepara alla Pasqua sono i cattolici di diversi riti e i protestanti (metà del 2%), mentre gli ortodossi la celebrano più tardi. Essere in mezzo ai luoghi santi, in un Paese a maggioranza ebraica, dà a questa preparazione una risonanza speciale. Domenica scorsa abbiamo celebrato l’inizio della Settimana Santa con la processione della Domenica delle Palme lungo il Monte degli Ulivi, alla presenza del Patriarca di Gerusalemme, il Cardinal Pizzaballa. Nelle strade non ci sono pellegrini, ma tante persone che celebrano le feste del Ramadan e del Purim, e tutti i luoghi sacri sono disponibili per la preghiera come mai prima d’ora.

Com’è la vita a Gerusalemme oggi?

La vita a Gerusalemme è apparentemente normale, perché la città è protetta dalla sua posizione. Ma il paese è in guerra e molte persone sono mobilitate. Non sappiamo se ci sarà o meno una seconda guerra nel nord del Paese. Al momento le comunicazioni con Gaza sono scarse. La piccolissima comunità cristiana di quella parte del paese probabilmente terrà le processioni nei cortili delle chiese. A causa della guerra, sono pochi i permessi di soggiorno concessi a chi viene a lavorare dalla Cisgiordania. Molti palestinesi lavorano nell’edilizia e questo settore è attualmente fermo. Questo ha creato una situazione di precarietà. Inoltre, c’è la tragedia degli ostaggi israeliani, le cui famiglie non sanno per quanto tempo potranno resistere alla terribile situazione in cui si trovano.

Gaza
Latin Patriarchate of Jerusalem, Gaza

Come fa l’Istituto Polis a convivere con persone di religione diversa nel bel mezzo di una guerra?

All’Istituto Polis non parliamo di politica, rispettiamo la religione di ciascuno dei nostri dipendenti e studenti, cercando di unire piuttosto che opporre. Parliamo del problema umano e non del conflitto politico. Abbiamo davanti a noi persone che hanno perso i propri cari, che non sanno dove sono i loro parenti, che hanno sofferto economicamente a causa della guerra, questa è la tragedia che stiamo vivendo. Tutti desideriamo la pace, perché la guerra è terribile per tutti, soprattutto per israeliani e palestinesi. Non esprimiamo giudizi sulla guerra.

Cosa significa per lei vivere in una terra di conflitto?

Nel nostro istituto cerchiamo di vivere in armonia: abbiamo palestinesi che vengono a imparare l’ebraico e israeliani che vengono a imparare l’arabo. È come una goccia nell’oceano dei bisogni di pace, ma aiuta le persone a conoscere la lingua dell’altro, cosa che favorisce la comprensione reciproca. Per strada c’è molta incertezza sul futuro. Siamo nel bel mezzo del Ramadan e non credo che succederà nulla a Gerusalemme. È una città sicura dal punto di vista civile.

Dopo gli attentati del 7 ottobre in Israele e i bombardamenti su Gaza, non sembra strano parlare di speranza?  

Dipende da dove riponiamo la nostra speranza. La lettera agli Ebrei dice che la fede è il fondamento delle cose che si sperano e la prova delle cose che non si vedono. Il concetto di speranza cristiana non si riferisce a questo mondo, ma all’aldilà. Se si guarda a Gerusalemme ed è tutta una divisione. La città si trova in cima a due versanti: il versante fertile e il versante secco. Un’altra divisione è quella tra Gerusalemme Est e Ovest, due mondi completamente diversi. In uno si parla l’ebraico e nell’altro l’arabo: due culture. La terza divisione è quella tra patria ed esilio.

Lo può spiegare meglio…

Ogni persona che vive in questa città sente che Gerusalemme è la sua patria e il suo esilio. Molte famiglie palestinesi di Gerusalemme vivono qui da molte generazioni. Allo stesso tempo, molti palestinesi a Gerusalemme non hanno la cittadinanza. Per gli ebrei, Gerusalemme è il centro della loro religione, della loro storia e della loro identità. Ma nella maggior parte dei casi sono stati loro, o i loro genitori, o i loro nonni a venire a vivere qui, anche se alcune famiglie ebree vivono a Gerusalemme da secoli. Lo straniero sente che Gerusalemme è la sua patria e il suo esilio, perché non è un cittadino. Gerusalemme significa, secondo l’etimologia popolare, «visione della pace». Quando le due metà di questa città si completano in un’unica armonia, arriva la pace, altrimenti abbiamo una divisione interna lacerata all’interno.

Dopo più di un secolo di violenze in Terra Santa si parla molto di pace, ma non si fa nulla per raggiungerla. Come può essere santa se vi si versa così tanto sangue?

Gerusalemme è una città santa nel senso che è stata santificata da Dio. Noi cristiani lo affermiamo ancora più profondamente, dicendo che Dio è morto e risorto a Gerusalemme, santificando questa città con il suo stesso sangue. Ma Dio attende la risposta dell’uomo. Nell’Antico Testamento, Gerusalemme appare come figura del popolo di Israele e, nel Nuovo Testamento, come figura della Chiesa. La Chiesa è santa, ma è composta da uomini che non lo sono. In Terra Santa accade spesso che il tragico non corrisponda necessariamente a una volontà generale, né da una parte né dall’altra. Spesso chi governa è una minoranza e ha i propri interessi.

Pensa che ci sia il rischio di una crisi umanitaria nella regione?

A Gaza sta accadendo una grande tragedia. In questo momento la popolazione sta morendo di fame, c’è malnutrizione, è difficile far passare gli aiuti umanitari, la gente è sfollata, ci sono molte morti tra i civili. Entrambe le parti stanno soffrendo molto.

Come possiamo vivere la fede in un momento di dolore, di paura, di solitudine, di incertezza?

Direi che è il momento migliore per vivere la fede, i momenti di sofferenza sono i più fecondi. Per capire il cristianesimo, bisogna capire la croce. La croce è il simbolo del cristianesimo: nonostante la nostra resistenza alla croce, questa è la chiave. Parlo personalmente, come cristiano. Allo stesso tempo, in questo momento, coloro che vivono in Terra Santa possono andare a pregare al Santo Sepolcro con più tranquillità e senza fare la fila.

Qual è il futuro di questa Terra Santa?

Le guerre in Terra Santa non sono iniziate ora, ma fin dai tempi antichi. È una parte del mondo in cui ci sono sempre stati conflitti. In ogni caso, penso che da un punto di vista politico, quando usciremo da questa guerra, che potrebbe durare altri sei mesi o al massimo un anno, ci sarà necessariamente la consapevolezza nazionale e internazionale di dover cercare una soluzione definitiva al conflitto. Che forma avrà? Dipenderà da molti fattori.

Fonte: Rainews