Abbiamo incontrato Mons. Dario Edoardo Viganò autore del libro: “Papi e Media. Redazione e ricezione dei documenti di Pio XI e Pio XII su cinema, radio e tv”
Quanto sono stati importanti i mezzi di massa nell’agenda internazionale di Papa Pio XI e Pio XII?
Il rapporto tra la Chiesa e i media, non sempre privo di ambiguità e incertezze, ha influenzato nel corso del tempo e con efficacia differente parte dell’opinione pubblica nazionale e internazionale che si rifaceva al messaggio cristiano. Se, infatti, la società si è aperta sempre di più allo sviluppo e alla diffusione dei moderni mezzi di comunicazione come risposta a una nascente globalizzazione, nel contempo ha costantemente guardato con interesse agli atteggiamenti della Santa Sede che, fin dalla nascita del cinematografo, ha fondato la sua azione sulla legittimazione del nuovo medium visto come potente strumento educativo, mantenendo però una pervasiva preoccupazione educativa e moralizzante.
Invece come era la figura di Pio XII?
Pio XII, soprattutto per la sua storia personale e per il suo percorso formativo, dimostrò fin da subito una diversa consapevolezza nelle potenzialità che il mezzo cinematografico poteva avere nella società. Fu per questo motivo che papa Pacelli decise di investire molto del suo magistero sul cinema, avviando la prima “globalizzazione visuale” del pontificato e arrivando persino ad affidare al grande schermo la rappresentazione del suo ruolo di autorità morale attraverso la produzione del film documentario Pastor Angelicus diretto da Romolo Marcellini, successivamente diffuso in tutto il mondo. Uno dei meriti di Pio XII fu dunque quello di intuire la portata planetaria dei cambiamenti in atto e la necessità di modificare gli antichi schemi d’azione per rinnovare il quadro di confronto tra la Santa Sede e il sistema mediatico nel suo insieme.
Mons. Viganò, quanto la Chiesa cattolica italiana o del Vaticano hanno avvertito la necessità di approcciarsi per fini apostolici a radio, tv e cinema?
Il rapporto tra la Chiesa e i media parte da molto lontano e ha un suo primo simbolico avvio nella benedizione di Leone XIII, ripresa da William Kennedy Laurie Dickson nei cortili e nei palazzi vaticani, agli operatori e al nuovo strumento cinematografico. Nel corso del tempo l’atteggiamento della Chiesa cattolica ebbe una evoluzione frutto di un progressivo allargamento dello sguardo di riflessione: accanto ad una politica di attenta vigilanza contro questi mezzi quali potenti veicoli di una modernità in contrasto con i dettami del cattolicesimo, si fece sempre più manifesta una strategia propositiva tesa ad adeguare il messaggio per una società nel pieno di mutamenti epocali.

Papa Pio XI avvertiva un rischio nel cinema di porsi al servizio della secolarizzazione, dell’anticlericalismo comunista o dei totalitarismi nazifascisti. Come è stata affrontata la questione?
Il pontificato di Pio XI si mosse all’interno di un “doppio registro” nel quale il cinema veniva indicato come utile strumento da valorizzare nell’ambito educativo ma, al contempo, come un pericolo per la morale cristiana. La preoccupazione nasceva soprattutto per le sollecitazioni che provenivano alla Santa Sede da parte dell’episcopato statunitense e dal rapido e costante sviluppo dell’industria cinematografica, fonte di sempre maggiore preoccupazione perché partecipe della corruzione dei costumi. La reazione fu fissata attraverso la promulgazione della lettera enciclica Vigilanti Cura del 1936, con cui venne delineata la prima grande sintesi della politica alla quale i cattolici si adegueranno in ambito cinematografico attraverso la segnalazione dei pericoli morali del mezzo e l’avvio di una vera e propria “crociata mediatica” contro quei prodotti che avrebbero potuto stravolgere le visioni positive del mondo cattolico.
Quanto ha inciso nella società il rapporto tra Chiesa e i media?
Il cammino di maturazione nella consapevolezza di che cosa rappresentassero i media di massa nell’evoluzione sociale e antropologica del contesto contemporaneo ebbe un proprio punto di svolta nel cambio di paradigma verso il sistema comunicativo imposta dalle riflessioni frutto del Concilio Vaticano II. In questo senso, le innovazioni prodotte da documenti come il Decreto conciliare Inter Mirifica (1963) sugli strumenti della comunicazione sociale e l’Istruzione pastorale Communio et Progressio (1971), che del Decreto fu il necessario completamento, appaiono certamente come frutto della discontinuità innescata in questo percorso da Giovanni XXIII e dal Concilio, ma anche come esito finale di una più lunga transizione derivante proprio dal ruolo avuto dai media nell’evoluzione del pensiero ecclesiale.
Quali sono le sfide della tecnologia per raccontare la Chiesa del futuro?
L’esperienza del cristianesimo è la vita di Dio nella storia, quindi vive nella storia, racconta e vive il presente. Rispetto a che cosa? Non all’attesa del futuro, ma rispetto a una memoria del futuro. La Chiesa quando celebra l’Eucarestia, il momento costitutivo della Chiesa, vive in qualche modo quello che è il suo destino. Quindi ogni volta che celebra l’Eucarestia la Chiesa vive la memoria del futuro per poi attraversare le strade della storia con gli occhi colmi di quella visione di speranza che ha potuto vivere durante la celebrazione Eucaristica.









