In Romania tanti ricordano che, un anno fa, si sono trovati sul bordo del precipizio e che, “per un miracolo”, si sono salvati dal rischio di cadere sotto l’egida russa di Putin. Questa è la percezione che rimane nella memoria collettiva.
Infatti, il Paese ha vissuto nel 2024 una delle crisi politiche più delicate: il primo turno delle elezioni presidenziali è stato annullato dopo la scoperta di una campagna di disinformazione su larga scala, alimentata da Mosca, che mirava a favorire candidati populisti vicini a Putin. Il fantasma di un “ritorno al comunismo” o di un assorbimento nell’orbita russa è riemerso con forza.
Călin Georgescu, 62 anni, candidato indipendente di estrema destra, indipendente sì, ma con un profilo ultranazionalista e antisistema, in poche settimane è passato da un sostegno a una sola cifra a imporsi al primo turno con il 22,9 % dei voti, contro il 19,2 % della centrista Elena Lasconi.
Sebbene non si sia mai dichiarato apertamente filorusso, Georgescu aveva definito l’Ucraina uno “Stato inventato”, ha criticato la NATO e promesso di interrompere il sostegno rumeno a Kiev, paese con cui la Romania condivide oltre 600 km di frontiera. Per molti osservatori, la sua eventuale vittoria avrebbe significato “un trionfo straordinario per Putin” e la cancellazione di 35 anni di progressi democratici e occidentali.
La sua ascesa è stata circondata da sospetti: documenti desecretati hanno rivelato oltre 85.000 attacchi informatici russi contro i sistemi elettorali e una massiccia campagna di manipolazione su TikTok, che ha amplificato artificialmente il suo messaggio. La Corte Costituzionale ha annullato il primo turno per ingerenza straniera, in una decisione storica che ha imposto di riavviare l’intero processo elettorale.
L’annullamento è avvenuto in mezzo a proteste di massa a Bucarest: migliaia hanno marciato a favore della Lasconi e contro l’estrema destra, portando cartelli con slogan come “Romania, un pilastro nell’UE e nella NATO” e “No al fascismo”. Sebbene ci siano stati piccoli gruppi di sostenitori di Georgescu, il clima prevalente nelle strade ha riaffermato l’impegno del Paese per la sua vocazione proeuropea e democratica.
Le istituzioni hanno agito come barriera di resilienza. Sotto lo sguardo vigile dell’Unione Europea, le elezioni sono state ripetute e nel 2025 il Paese ha eletto in modo chiaro e sereno un presidente proeuropeo, confermando che la società rumena mantiene la sua rotta occidentale, anche in mezzo a misure di austerità necessarie per controllare un deficit record. Oggi, nelle città, bandiere rumene ed europee sventolano insieme: espressione del desiderio di pace, stabilità e appartenenza.
Il nuovo presidente, Nicușor Daniel Dan, matematico, politico e attivista, è entrato in carica il 26 maggio 2025 come settimo presidente della Romania, dopo essere stato sindaco di Bucarest (2020–2025) e deputato (2016–2020). La sua elezione simboleggia una nuova tappa nella riaffermazione democratica del Paese.
Economia: tra vigore imprenditoriale e squilibrio strutturale
L’economia rumena si regge su una struttura matura ma squilibrata. I servizi generano circa il 60 % del PIL e assorbono quasi la metà dell’occupazione; l’industria contribuisce per il 27 % con un terzo della forza lavoro; mentre l’agricoltura, pur impiegando circa il 20 % della popolazione, apporta solo il 4,5 % al PIL.
Settori in crescita come il vino (sesto produttore europeo, con 187.000 ettari di vigneti e oltre 1.300 cantine), l’alimentazione trasformata (vendite al dettaglio per oltre 1,2 miliardi di dollari nel 2023) e aziende leader come Recaș Wineries, Sam Mills o Angelli Spumante, mostrano un potenziale considerevole per attrarre investimenti e modernizzazione. Tuttavia, quel potenziale resta ancora lontano dall’essere pienamente realizzato: la chiave è valorizzare meglio le risorse umane.
Società: fuga di talenti e bisogno di modernizzazione
La grande sfida rimane la fuga di giovani qualificati verso l’Europa occidentale, attratti da salari più alti e maggiori opportunità. Nel frattempo, all’interno del Paese persistono settori a bassa produttività e mancanza di modernizzazione, il che frena la capacità di trattenere talenti. Molti giovani lavorano nell’agricoltura, dove i salari sono bassi e le prospettive limitate.
Il messaggio è chiaro: la Romania ha bisogno che nascano più imprese, soprattutto innovative e solide, che consentano di diversificare l’economia, modernizzare i settori strategici e offrire prospettive reali alle nuove generazioni. Trattenere i giovani e aggiornare le priorità è indispensabile affinché il Paese trasformi il suo potenziale in sviluppo.
Conclusione
La vera scommessa della Romania sta nella sua imprenditoria autonoma e in una cittadinanza capace di passare dall’emozione all’azione. Lo sviluppo democratico non si esaurisce nelle urne: si esercita ogni giorno, nella gestione dell’economia e nella costruzione collettiva di un Paese che, dopo essere stato “per un miracolo” sull’orlo dell’abisso, oggi cerca di affermarsi con speranza nel suo cammino europeo.








