Nella bella Cremona incontriamo l’Ambasciatore Liborio Stellino

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Nell’Aula Magna della Università Cattolica del Sacro Cuore Campus di Cremona si è tenuto l’incontro «Patrimonio Culturale e Territorio. Cremona il percorso di una città e le sfide della contemporaneità» un seminario organizzato nell’ambito del Piano di salvaguardia del saper fare liutaio tradizionale Cremonese che dal 2012 è registrato come parte del patrimonio immateriale dell’Umanità dell’UNESCO. Incontriamo l’ambasciatore Liborio Stellino, Rappresentante permanente d’Italia presso l’UNESCO.

Ambasciatore è un grande piacere incontrarla, averla ascoltata, aver compreso anche la sua visione di quello che vuol dire unire i popoli. Allora, l’unione dei popoli lo trovo molto consono al suo percorso professionale perché lei è di Trapani e questo vuol dire venire anche di una cultura molto profonda italiana, molto interessante e che apporta anche una visione diversa alla diplomazia e poi lei ha fatto un percorso interessantissimo, cos’ha significato per lei questo percorso soprattutto per arrivare poi all’UNESCO un posto proprio della Cultura.

Lei fa bene a richiamare le mie radici siciliane, terra dove ho vissuto fino al compimento della maggiore età prima di andare a Roma a studiare Scienze Politiche e poi superare il concorso per la carriera diplomatica. Ecco, lei parlava della Sicilia come crogiuolo di popoli, di razze. Io ricordo una frase di un grande scrittore siciliano che è stato uno dei miei pilastri, la mia bussola quando ero un giovane studente Gesualdo Bufalino che parlava del «luttuoso lusso di essere siciliani» una terra appunto di grande eccellenza, di grande tragedia dove, e questo è Sciascia che lo dice, sono «nati i veleni e sono nati gli antidoti a questi veleni». Essere al centro del Mediterraneo è stato per me motivo di orgoglio, di vanto, e infatti le mie prime due sedi che ho dedicato alle mie due figlie che sono nate in quel periodo sono state due sedi Mediterranee: Cipro Nicosia e il Marocco. Quindi la prima parte della mia carriera è stata una sorta di tributo alle mie origini, alle mie radici che volevo condividere, cioè volevo che le mie figlie potessero avere un’infanzia simile alla mia. Poi, successivamente, ho fatto un’altra scelta, anche questa era fonte naturalmente di curiosità e interesse professionale: un quadriennio a Mosca e un quadriennio negli Stati Uniti come Console generale a Boston, anche in quel caso la curiosità professionale era trascorrere un periodo, un soggiorno prolungato di servizio in quelle che erano ancora insomma le due superpotenze, le due ex superpotenze, gli status di questi due paesi ormai bisognerebbe riflettere, però anche quello è stato un periodo fortemente formativo perché io sono arrivato in Russia agli inizi della presidenza Putin, quando c’era ancora questa speranza di integrare la Russia nell’architettura, nella governance Europea, il famoso accordo di Pratica di Mare quando la Russia, per la prima volta, grazie all’impegno del Governo italiano, firmò un’intesa con la NATO, oggi sembrerebbe qualcosa di incredibile, impossibile eccetera. E poi gli Stati Uniti, Boston che è appunto una grande piattaforma di sapere classico, umanistico e tecnologico con una presenza di eccellenze italiane stratosferica, oltre 600, fra ricercatori, scienziati, studenti eccetera. Proprio a Boston ho maturato questa idea della diplomazia come promozione del sistema paese, perché lì era impressionante il numero, appunto di eccellenze italiane, che venivano riconosciute eccellenze in quanto tali. Ma poi era difficile, nella percezione americana, da quel giudizio singolo sull’individuo, sul ricercatore, sullo scienziato trarre un giudizio analogo positivo sull’Italia, era quasi come se ai ricercatori italiani, che venivano veramente coccolati, venivano firmati i contratti per farli restare in università o nelle aziende eccetera quindi giudizi altamente favorevoli, quasi «nonostante venite dall’Italia, caos, fonte di disordine eccetera siete eccellenti». Invece, io cercavo appunto, anche con l’aiuto di questa grande collettività, cercavo di ribaltare la logica proprio perché veniamo da un paese che con tutti i suoi difetti, i suoi limiti, non ha mai cessato di offrire all’umanità il suo talento. Io, mi divertivo a stupire gli studenti americani che magari intrattenevo con delle Conferenze sull’Italia, tiravo fuori il cellulare e dicevo: senza Antonio Meucci, inventore del telefono, Alessandro Volta, inventore della pila, Guglielmo Marconi, il primo WiFi nella storia dell’umanità e Federico Fagin, l’inventore del microchip, voi non avreste questo strumento. Quindi da lì è intervenuta una fase in cui mi è piaciuto molto di più scegliere delle piattaforme di promozione del sistema paese. La prima è stata Abu Dhabi, una realtà molto interessante quella degli Emirati, un laboratorio dove si cerca di far convivere appunto tradizione e innovazione, convivenza pacifica fra popoli diversi, culture. Ho collaborato a un evento storico che è stata la visita di Papa Francesco, la prima volta che un Pontefice ha calcato il territorio nella terra del Profeta. Quindi lì c’erano ampi margini per poter promuovere un’immagine aggiornata e corretta dell’Italia, con le sue eccellenze che non sono soltanto quelle classiche ma sono quelle della tecnologia, della grande industria. Uno dei, chiamiamoli problemi, che ha l’Italia è che la percezione dell’Italia all’estero ancora pecca di questa sorta di filtro per cui noi siamo riconosciuti come un grande Museo a ciel aperto, il miglior ristorante al mondo, la moda, eccetera, invece, non si riflette sul fatto che l’Italia è il primo, secondo mercato farmaceutico in Europa, che l’Italia è la quinta, sesta potenza al mondo per export e per surplus commerciale quindi delle caratteristiche che fanno dell’Italia anzitutto una grande potenza industriale e tecnologica sempre all’avanguardia. Ecco perché poi dopo una parentesi a Roma, al Ministero alla Farnesina, dove ho proprio diretto la Direzione per l’internazionalizzazione economica, ho scelto l’UNESCO perché mi sembrava una piattaforma altrettanto interessante di natura universale e globale da dove promuovere l’Italia con tutto il resto delle sue eccellenze di cui abbiamo parlato anche stamattina, quindi patrimonio culturale, il patrimonio immateriale, le Città Creative, le riserve della biosfera eccetera quindi questo è un po’.

Allora lei si troverà veramente molto soddisfatto all’UNESCO perché soprattutto può costruire, può creare e questa cultura è molto strutturata, ricca in tante forme in Italia.

Sì, ma la ricchezza delle discussioni dell’UNESCO proviene soprattutto dal  fatto che quando io dico una cosa mi ascoltano in 194. Quindi, ci vuole molta umiltà, molta attenzione, perché quello che dici viene pesato parola per parola, se l’eco di una parola magari assume un significato per un paese piuttosto che per un altro paese. Quindi molta attenzione e molto spirito di condivisione. Non ci si presenta all’UNESCO dicendo «Guardate quanto siamo belli, quanto siamo fighi in Italia, eccetera, eccetera». No, no l’UNESCO è fatta di una condivisione per cui un paese come l’Italia mette a disposizione dell’umanità quello che è, il suo retaggio e i caratteri del suo popolo e del suo territorio.

Esiste una intelligenza collettiva nell’UNESCO?

L’intelligenza collettiva è un termine abbastanza strutturato. Quello che esiste, anche prima dell’UNESCO, l’UNESCO aveva un’organizzazione che l’ha preceduta nelle sue finalità, sorta all’indomani della Prima Guerra Mondiale sotto l’egida dell’allora Società delle Nazioni, invece l’antesignana delle Nazioni Unite,  si chiamava Istituto internazionale per la Cooperazione  Intellettuale. Quindi, dopo il primo conflitto mondiale i popoli e le Nazioni  seduti intorno al tavolo decisero che «l’antidoto contro la tragedia doveva  essere la cooperazione intellettuale per creare, per generare», queste sono parole Henri Bergson filosofo francese che presiedette le sessioni iniziali di questo organismo una Comunità delle Menti. L’UNESCO riprende questo concetto nel suo preambolo quando dice che «poiché la guerra nasce nella mente degli uomini è nella mente degli uomini che bisogna erigere le difese della pace». Quindi da questo punto di vista, l’intelligenza collettiva, cioè la Comunità delle Menti, cioè la costruzione della pace all’intorno è la tensione quotidiana di chiunque va a rappresentare il proprio paese all’UNESCO. Non so se siamo arrivati al punto in cui questo possa definirsi come realtà strutturata ma è la tendenza di chi lavora con onestà intellettuale e con genuinità in quella sede.

Come lei mi diceva, i rapporti con l’America Latina sono molto buoni e praticamente solidali però condividiamo anche dei problemi, condividiamo anche il problema del traffico della droga. Allora io mi chiedo, è possibile che l’UNESCO possa contribuire a migliorare l’attitudine, anche l’intelligenza collettiva dei ragazzi nel futuro facendo dei programma in modo tale che i ragazzi da piccolissimi possano scegliere vie più costruttive?

Ci sono molti programmi nel settore Education dell’UNESCO che assorbe quasi la metà del bilancio dell’organizzazione che sono mirati all’alfabetizzazione e alla crescita armoniosa di un individuo nel proprio contesto sociale. Quindi non sono mirati specificamente all’esempio che  ha fatto lei ma riguardano sicuramente l’assistenza alle popolazioni più penalizzate nel mondo soprattutto in campo educativo.  Ma quando parliamo del rapporto fra America Latina e Italia non devo ricordare a lei che ci sono milioni di discendenti di emigranti italiani che scelsero addirittura l’America Latina prima ancora di andare a New York, ad Ellis Island. Lei sa che la prima ondata di emigrazione che addirittura è quasi coincidente con l’Unità d’Italia, quindi seconda metà del XIX secolo è composta da veneti, friulani in Argentina e Brasile, ci sono i focolari friulani, lombardi e loro hanno scelto l’America Latina come terra di adozione, come residenza elettiva e tutto questo non si fa senza riconoscere che ci sia  una Comunanza.

Noi adoriamo Raimondi, in Italia lo abbiamo obbligato a riscoprire perché non si conosceva. Per noi Raimondi è un uomo importantissimo.

Io sottolineerei il fatto che quando io sono con i miei colleghi con gli argentini, coi cileni, con i brasiliani eccetera è come se venissimo quasi da una terra molto simile, fratelli da tante caratteristiche questo all’UNESCO si respira.

Vorrei parlare con lei sull’amatissima Sicilia la quale ha tantissimi punti e tanti posti riconosciuti dall’UNESCO però che vorrebbe essere proposta a livello territoriale. 

Io sarei il primo se questo fosse vero, bisogna essere più precisi. Nel senso che se parliamo di Patrimonio Culturale, Patrimonio dell’Umanità exConvenzione del 1972, i confini del sito che si va a proporre devono essere molto precisi perché quel tipo di candidatura reca come annesso tutta una  serie di obblighi anche cartografici che riguardano la perimetrazione di quel sito che si intende candidare, molto puntuale. Come lei sa, all’interno di quei confini, il paese che chiede di essere iscritto come Patrimonio dell’Umanità rinuncia volontariamente anche a porzioni di sovranità. All’interno di un sito Patrimonio dell’Umanità non si possono avviare lavori di modifica infrastrutturale senza chiedere il permesso all’UNESCO che con i suoi enti valutatori, tecnici indipendenti stabilisce se quel tipo di nuova variante o nuova infrastruttura incide sul famoso OUV Outstanding Universal Value perché se quel valore universale straordinario è inficiato da quella nuova costruzione si rischia di perdere il Logo, il Brand. Quindi territorialmente non so cosa si possa proporre, la Sicilia possiede già delle dei grandissimi siti naturalistici le Isole Eolie, l’Etna e poi il Barocco di Noto, Piazza Armerina, il percorso Arabo Normanno, da Palermo a Cefalù cioè stiamo parlando veramente di siti meravigliosi e io naturalmente non posso che augurarmi che in futuro ne siano iscritti altri. Se parliamo di patrimonio immateriale abbiamo già la Coltura della Vite ad Alberello, della Comunità di Pantelleria abbiamo l’opera dei Pupi e questi sono già Patrimonio dell’Umanità. Quindi, per me la Sicilia genera dei Patrimoni di altissima qualità sia sul versante classico e culturale che su quello immateriale. Fra il desiderio di candidarsi e la candidatura e l’iter effettivo, di mezzo passa uno sforzo molto severo di una Comunità, naturalmente assistita dalle istituzioni nella preparazione di un dossier di candidatura molto solido e molto complesso.

Ambasciatore le manca essere Ambasciatore di una rappresentanza in America Latina.
Magari, magari.

Glielo auguro e la ringrazio molto per il suo tempo.