Il Papa in Angola: portatore di speranza, riconciliazione e pace

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Il Papa in Angola: portatore di speranza, riconciliazione e pace

La Guinea Equatoriale è l’ultima tappa del suo viaggio in Africa

Il Pontefice ha esortato i leader angolani a spezzare la «catena di interessi» che hanno saccheggiato e sfruttato il continente per secoli, incoraggiando al contempo il suo popolo, a lungo sofferente.

Dopo l’Algeria e il Camerun, Papa Leone XIV ha concluso la sua visita in Angola, terza tappa del suo viaggio apostolico in quattro paesi africani. Il viaggio pastorale di Leone XIV è stato incentrato sulla pace, sulla speranza, sulla denuncia della povertà e sul consolidamento della fede. La visita ha inoltre riaffermato l’impegno della Chiesa per la riconciliazione, dopo anni di conflitti in cui si stima che oltre mezzo milione di persone abbiano perso la vita: “Vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa cattolica, per stare vicino a tutti i cattolici del continente, per festeggiare con loro, per incoraggiarli, accompagnarli e dialogare fraternamente con le altre religioni”.

L’Angola è un paese di circa 38 milioni di abitanti, di cui il 55% è cattolico. Dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Leone XIV è il terzo pontefice ad aver visitato il paese africano, ex colonia portoghese che ha ottenuto l’indipendenza nel 1975. Il Pontefice è consapevole della realtà del paese, caratterizzata da un clima politico segnato da tensioni tra governo e opposizione, oggi parzialmente superate. Nonostante alcuni segnali di crescita, il Paese presenta ancora forti disuguaglianze sociali, povertà urbana e difficoltà nella creazione di occupazione.

Durante la sua permanenza in Angola, il Papa è stato molto netto e chiaro nei suoi discorsi: ha parlato di speranza, ma ha anche condannato “la piaga della corruzione, le sofferenze e le catastrofi sociali e ambientali” causate dalla logica di sfruttamento delle risorse di questo paese, ricco di petrolio e minerali, auspicando che tali problemi vengano superati attraverso una nuova cultura della giustizia e della distribuzione. Ha inoltre evidenziato che il paese è un “mosaico coloratissimo” di persone e comunità, aggiungendo che “l’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, ma è un continente i cui tesori non sono né vendibili né derubabili”.

In questi tre giorni (dal 18 al 21 aprile) “il Dolce Cristo in Terra” è stato accolto con profondo affetto e rispetto dai cattolici angolani, tra musica e canti tipici del paese. Il Pontefice ha dichiarato che la sua visita in Angola è stata un’occasione per ascoltare e incoraggiare quanti hanno già scelto il bene, la giustizia, la pace, la tolleranza e la riconciliazione: “Allo stesso tempo, insieme a milioni di uomini e donne di buona volontà, che rappresentano la prima ricchezza di questo paese, intendo anche invocare la conversione di chi sceglie strade opposte e impedisce il suo sviluppo armonico e fraterno”.

Domenica scorsa il Papa ha celebrato una grande Messa a Kilamba, a circa 30 chilometri dalla capitale. Molti fedeli hanno dormito sul suolo per assicurarsi un posto e lo hanno accolto indossando magliette con la sua immagine e sventolando bandiere vaticane gialle e bianche. Dopo una processione in papamobile lungo il lungomare, tra la folla, il Papa ha esortato tutti a “guardare al futuro con speranza”. Leone XIV ha inoltre ammonito che “i despoti e i tiranni, sia nel corpo sia nello spirito, cercano di rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e sottomesse al potere”.

L’Africa è una Chiesa giovane e vivace che continua a svolgere una funzione importante di riferimento morale e culturale: oggi un cattolico su cinque vive nel continente africano. Dietro questa cifra si celano comunità in espansione, parrocchie piene e una fede che genera appartenenza e speranza e che, nonostante la povertà e la violenza, continua a crescere. “Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria, l’Uganda, la Tanzania e il Kenya sono diventati veri e propri laboratori di una Chiesa giovane”.

L’Angola si distingue tra i paesi africani in cui il cattolicesimo è molto diffuso per la sua devozione mariana, in particolare alla Madonna di Muxima. La Chiesa di Nostra Signora di Muxima è stata costruita dai colonizzatori portoghesi nel XVI secolo e divenne un punto nevralgico della tratta degli schiavi. Lì, gli africani ridotti in schiavitù venivano battezzati da sacerdoti portoghesi prima di essere costretti a marciare fino al porto di Luanda, da dove venivano imbarcati per le Americhe. Il Papa davanti ai fedeli presenti ha ribadito il suo appello per un mondo “in cui non ci siano più guerre, ingiustizie, miseria o disonestà”. Il contatto con i fedeli africani lo ha ricaricato dalle fatiche delle lunghe strade, a volte sterrate, dell’Angola: l’abbiamo visto cantare e sorridere con una spontaneità disarmante. Eppure davanti alle istituzioni ha lanciato appelli chiari, capaci di arrivare nel profondo del cuore e destinati a rimanere nella coscienza non solo degli africani, ma di tutti noi. Il Papa sa che non saranno dimenticati.

L’Angola è uno dei casi più emblematici della presenza cinese in Africa. Dopo la guerra civile, Pechino è diventata un attore decisivo nella ricostruzione del paese, con decine di migliaia di lavoratori cinesi impegnati in cantieri infrastrutturali. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’Angola è attualmente il quarto produttore di petrolio in Africa e si colloca tra i primi venti al mondo. È inoltre tra i principali produttori di diamanti e possiede importanti giacimenti d’oro e di terre rare. Tuttavia, nonostante le sue ingenti risorse naturali, la Banca Mondiale ha stimato nel 2023 che oltre il 30% della popolazione viveva con meno di 2,15 dollari al giorno.

Il Papa si è recato anche a Saurimo, a oltre 800 km a est della capitale Luanda. Si tratta di una regione isolata e storicamente emarginata, situata vicino alla più grande miniera di diamanti dell’Angola, Catoca, che produce circa il 75% dei diamanti del paese: “Oggi molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza. Dio diventa un idolo cercato soltanto quando serve e finché serve – prosegue Leone XIV –. Quando l’ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa proprietà di pochi”.

Il Papa ha anche criticato la tirannia e lo sfruttamento durante le prime due tappe del suo lungo viaggio in Africa, in Algeria e Camerun, adottando un tono più duro rispetto al suo stile precedentemente più misurato. Tuttavia, il Pontefice ha dovuto mantenere la dovuta distanza politica da paesi caratterizzati da regimi autoritari: è il caso dell’Algeria, dove sono detenuti numerosi prigionieri politici, ma anche dello stesso Camerun, sotto la presidenza di Paul Biya, 93 anni, al potere da 42 anni, o della Guinea Equatoriale, governata da Teodoro Obiang dal 1979.

Il Papa ha messo a fuoco il rischio, sempre presente nella vita di fede, di trasformare il rapporto con Cristo in uno scambio utilitaristico quando alla fede autentica – ha detto il Pontefice – si sostituisce un “commercio superstizioso”. Cristo non respinge questa ricerca imperfetta: la corregge, la converte, la educa. Non vuole servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle a cui donarsi per intero. Da qui l’invito a passare dall’ascoltare e parlare di Gesù all’accoglierne le parole, dal vedere i suoi gesti al seguirli, fino al riconoscere nell’Eucaristia il senso ultimo di tutta la sequela.