Intervista ad Alessandro Politi, docente di geopolitica e Direttore della NATO Defense College Foundation
Sono giorni drammatici, nel cuore dell’Europa, tra Ucraina e Russia. I negoziati della diplomazia internazionale sono a lavoro per cercare di evitare qualsiasi tipo di conflitto, o almeno per non trasformarlo in una guerra globale, calda o fredda, tra Oriente e Occidente.
Gli esperti la definiscono una crisi di lunga data, iniziata con la rivoluzione “colorata” del 2004, poi proseguita con la guerra nel Donbass nel 2014, che conta ancora oggi circa 14.000 morti, 25.000 feriti e due milioni di sfollati interni. Altri motivi che hanno messo in fibrillazione la Russia sono stati gli accordi commerciali che ha ultimamente sancito l’Ucraina con l’Europa, un suo possibile ingresso nell’Unione Europea e soprattutto nella Nato. Ma per la popolazione ucraina oggi sono ore di tensione e sospensione.
I Vescovi di Polonia e Ucraina cercano in queste ore di scongiurare il pericolo di un’azione militare: “La crescente pressione da parte della Russia nei confronti dell’Ucraina, ai cui confini sono stati massicciamente già schierati armi e militari, l’occupazione del Donbass e della Crimea, dimostrano che la Federazione Russa sta violando la sovranità nazionale e l’integrità territoriale dell’Ucraina, senza rispettare minimamente le norme vincolanti del diritto internazionale”. Il presidente Biden invia truppe, armamenti e 3 mila militari in previsione di un’eventuale operazione militare Russa “Ogni movimento di soldati Russi in Ucraina – ha dichiarato – verrebbe preso come un’invasione”. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, accusa l’occidente di essere in preda a un delirio militarista e di continue provocazioni contro la Russia. Lavrov avrebbe detto al presidente Putin ‘Ci sono chance di trovare un accordo con l’Occidente’. Mentre il presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) Cardinale Jean-Claude Hollerich, ha manifestato «grande preoccupazione per le tensioni in corso nel nostro vicinato orientale» e solidarietà ai fratelli e sorelle ucraini, parlando di «escalation della retorica» e di azioni che rappresentano una «minaccia non solo per il popolo ucraino, ma per la tenuta della pace nell’intero continente europeo». «La guerra è sempre una sconfitta per l’umanità» ha dichiarato Papa Francesco all’Angelus invitando tutti a pregare in silenzio, chiedendo ai responsabili ogni possibile sforzo per la pace”.
Abbiamo incontro Alessandro Politi docente di geopolitica e Direttore della NATO Defense College Foundation
Il Presidente Biden ha dichiarato che gli equilibri in Ucraina potrebbe precipitare da un momento all’altro. A che punto è il lavoro della diplomazia occidentale?
Il lavoro di qualunque diplomazia non è mai un lavoro istantaneo. È come la buona cucina, richiede del tempo, soprattutto quando le posizioni non sono vicine. Bisogna capire i dettagli, quali sono i margini, bisogna costruire la fiducia. Poi c’è quello che viene dichiarato dai vari attori nel corso della crisi. Non dimentichiamoci che le relazioni tra le controparti si sono raffreddate almeno dal 2014. Naturalmente tutta la macchina mediatica e la pressione elettorale su alcuni governi pretendono il miracolo all’improvviso, ma non è cosi. Le difficoltà della diplomazia di oggi sono quelle tipiche di ieri, hanno gli stessi problemi, sia di principi che di concretezza di potere. Comunque dal punto di vista politico ci sono dei margini di negoziati che possono essere tradotti anche in una serie di accordi che riprendano la fiducia reciproca. È caratteristico delle democrazie discutere molto.
C’è questo attacco imminente verso l’Ucraina?
Per avere una risposta certa c’è bisogno di dichiarazioni che provengano da fonti classificate. Per ora non vedo in giro foto satellitari che mostrino un eminente concentramento di truppe pronte all’attacco, solo il 13 febbraio sono stati pubblicate alcune foto che mostravano un accampamento vuoto. Ho sentito con attenzione le preoccupazioni del presidente Biden, tanto sui tempi rapidi, quanto sull’imminenza. Credo che nessuno sottovaluti le parole del presidente americano, come nessuno può sottovalutare le parole del presidente ucraino Zelensky che ha detto di farla finita con le isterie su una guerra imminente. Continuo a non capire quali siano gli interessi che muovono Putin nel pretendere l’annessione dell’Ucraina. È chiaro che ci possa essere un calcolo politico che assicuri che la democrazia in Ucraina non possa essere un contagiato per la democrazia russa gestita dall’alto, una simile diffusione sarebbe intollerabile per Mosca. Tuttavia i russi vogliono avere una fascia di sicurezza sgombra dalla presenza della Nato. La guerra rischia di essere rovinosa: a nessuno conviene perdere dei mercati, c’è una forte interdipendenza di interessi comuni.
I presidenti Putin e Xi Jinping hanno risaltato i rapporti politici ed economici. Sembra nascere ufficialmente un asse tra Mosca e Pecchino. Che significato ha?
Questa è una dichiarazione congiunta, che non è un trattato né un accordo, che pochissime persone hanno letto. È una dichiarazione di principi e una serie di intenti comuni. Quindi da qui ad avere un asse la distanza è grande, perché le due controparti sanno che hanno una fiducia l’una nell’altra limitata e che il loro rapporto è impari. È Putin a ruotare nell’orbita cinese e non viceversa, però lo trattano alla pari perché i cinesi fanno ogni sforzo possibile per non mettere i russi in imbarazzo. Quello che gli americani non hanno mai fatto con i russi. Nella dichiarazione congiunta si parla di Taiwan, ma non della Crimea, si parla della Nato, ma si capisce benissimo che non è un patto d’acciaio. È il consolidamento di un rapporto che è nato intorno al 2001 quando è stato liberato l’Afghanistan dai Talebani e gli americani hanno iniziato a piazzare una serie di basi militari in Asia Centrale. Su questo punto Russia e Cina si sono trovate d’accordo per limitare o eliminare questa nuova presenza.
Papa Francesco ha detto ‘No alla guerra per risolvere i problemi tra le nazioni, no al diritto del forte, ma si alla forza del diritto’. Cosa ha voluto dire?
Papa Francesco ha la fortuna di venire dalle periferie e sa benissimo quanto si è impegnato per evitare la guerra in Siria, ma la risposta non si tradusse nella presenza di tanta gente a piazza San Pietro. Che la guerra sia in Siria, Ucraina, Venezuela o altri stati del mondo alla fine per tutti suona la campana. Il Pontefice ha un visone globale del problema e lo ha messo in rilievo nella sua enciclica Laudato Sì. Dice chiaramente che c’è un bene comune (o interesse globale) che trascende l’interesse nazionale. Questo per tre secoli di pensiero strategico è quasi un’eresia. Ma se noi guardiamo l’evidenza del riscaldamento climatico, l’inquinamento, la scarsità di acqua potabile, e la stessa pandemia, non si tratta di un pensiero astratto. Penso che questo sia il punto di partenza di papa Francesco. È assolutamente chiaro che la guerra è un mezzo non solo dannoso ma superato per risolvere le divergenze profonde dei paesi. Il Pontefice si batte per la pace e per il dialogo perché il bene è di tutti.
Nonostante il presidente Putin abbia smentito l’intenzione di non passare ad una offensiva militare, l’Ucraina rimane un paese in costante attacco. Cosa destabilizza il Cremlino che fa alzare i venti di guerra?
Putin ha due idee molto chiare: la prima è che la Russia non è sicura senza una fascia di sicurezza intorno a sé. E la Cina, ad esempio, non ha di questi problemi; la seconda certezza di Putin è che l’Europa Occidentale è il continente da cui sono partite due grandi invasioni: quella di Napoleone e quella di Hitler. La politica della porta aperta verso la Giorgia e l’Ucraina contraddice in linea di principio queste esigenze. Poi quando la Russia ha percepito che l’Ucraina tentasse un ingresso verso l’Europa ed un possibile suo ingresso nella Nato, allora è diventata molto suscettibile. Comunque sul lato politico ci sono margini di negoziato che potrebbero essere tradotti in una serie di accordi per riprendere la fiducia e trasparenza.
Il portavoce Dmitry Peskov ha ammesso che la tensione alla frontiera tra Russia e Ucraina “è troppo alta” e ha definito “estremamente pericolosa la situazione per il nostro continente. Perché la Nato e la Casa Bianca non sono disposti a fare un passo in dietro?
Non è che la Nato non voglia trovare degli spazi di compromesso. Bisogna tener presente che l’Ucraina e la Giorgia non stanno seguendo un percorso formale d’ingresso nella Nato. C’è una differenza tra mantenere una porta aperta e poi dire: “Prego, accomodati!”. Vi sono dei possibili segnali di un compromesso lanciati da Kiev e raccolti da Mosca, i quali fanno tirare un sospiro di sollievo. Tuttavia la cautela resta d’obbligo perché una cattiva intesa prepara la strada per Monaco e poi per Danzica nel 1939. Ci vuole un’intesa che sia “insoddisfacente” per tutti, ma che permetta riscostruire una fiducia che per ora non c’è. I russi non si fidano né della Nato né degli Stati Uniti tantomeno dell’Europa che è vista tra l’atro come una identità inutile. Dobbiamo tenere conto della controparte se vogliamo poi arrivare a un punto di equilibrio. In questo caso la diplomazia politica italiana è molto avanti nel trovare un equilibrio, mentre è molto più timida nel prendere delle posizioni più nette in caso di crisi. Gli americani sono concentrati sul problema della Cina, che rappresenta un problema molto più serio, a livello globale, di quanto lo sia la Russia.
…eppure ci sono tanti interessi, non solo economici in Europa
Gli egoismi nazionali portano ad un dialogo tra sordi. I russi sanno benissimo di aver occupato la Crimea in modo illegale, quindi non si può avere una risoluzione immediata; non ci dimentichiamo di tre ulteriori repubbliche autoproclamate che sono in un conflitto congelato; a quattro passi dalla Romania c’è la Transnistria che sta in situazione non bellica, ma altrettanto problematica; ci sono l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia in Georgia. Insomma ci sono una serie di posti dove in un modo e nell’altro c’è una pesante influenza russa che in realtà non coincide con i confini ufficiali di un paese. Dal 2014 la Nato non ha rotto i rapporti completamente, ma ha mantenuto i contatti ad alto livello. Sono stati i russi a ritirarsi dal consiglio Nato-Russia. In Europa nessuno vuole il ritorno della dottrina Breznev, della sovranità limitata sotto altre vesti. Questo è un punto fondamentale, come è fondamentale anche il problema sull’integrità dei confini. Se tutto ciò sarà carta straccia, l’Europa diventerà un posto pericoloso come prima e dopo il 1914.
I paesi della ex Russia vengono chiamati da parte del Cremlino come la “linfa vitale” dell’”impero sovietico”. Secondo Lei per questi paesi è possibile un ritorno al passato?
Questo fa capire le contraddizioni della Russia. L’ideologo russo Alexander Dugin, anti modernista e anti occidentale, afferma che Putin fa un lavoro molto serio sulla politica estera. Ma nella cultura è un disastro. L’influenza occidentale è fortissima, la nostra tv produce talvolta la stessa spazzatura sia da un lato che dall’altro delle frontiere russe. Non è che il modello autoritario aiuti necessariamente a “proteggere” la società da queste influenze. C’è il grande disegno di Putin di ricostituire una Russia forte, e con una fascia di paesi amici o neutralizzati, ma inciampa sulle contradizioni tanto del sistema russo stesso, quanto delle diversità di posizioni politiche dei governi “amici”. Ricordava la ex Cancelliere Merkel a Putin: “Ci sono più paesi che non vogliono restare nella sua orbita, di quanti vogliono ritornare in Russia”. In Europa ci siamo fatti cinquemila anni di guerre…altro che figli di Venere, come diceva Kagan! Ma 70 anni di pace ci hanno fatto capire qual è la gran differenza tra pace e guerra.
Fuente: Rainews.it









