La Cina rompe il silenzio sul Venezuela non per principio, ma perché interessi strategici consolidati iniziano a essere minacciati. L’inasprimento della sua retorica rivela più di quanto intenda nascondere.
La Cina è presente in Venezuela da oltre dieci anni. Quali siano gli accordi sottoscritti non lo sappiamo. Conosciamo bene la riservatezza delle sue azioni: non comprendiamo la sua lingua, tantomeno il suo alfabeto politico. Vi è mai stata, in questo lungo arco di tempo, una presa di posizione sulla vita, sulla salute, sulla morte, sulle detenzioni, sulle incarcerazioni, sugli omicidi, sulle manifestazioni represse dei venezuelani per ordine del loro “presidente e socio” Maduro? No, mai.
Eppure oggi le penne si muovono. In Cina iniziano a muoversi con cautela, con esitazione, tentando di creare una coscienza critica. Si vuole farci “pensare” che gli Stati Uniti abbiano provocato una commozione globale con il loro “uso flagrante della forza contro il Venezuela, inclusi attacchi aerei su larga scala contro il Paese e la cattura forzata del suo presidente e di sua moglie. Azioni che devono essere condannate, in quanto costituiscono un atto palese di aggressione armata contro uno Stato sovrano e violano apertamente il diritto internazionale e le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali, nonché i principi e le finalità della Carta delle Nazioni Unite”.
Segue l’avvertimento rivolto ai Paesi latinoamericani: “un precedente allarmante per l’America Latina e i Caraibi, che rappresenta una minaccia diretta alla sovranità e alla sicurezza dei Paesi della regione e scuote le fondamenta dell’ordine internazionale stabilito dopo la Seconda guerra mondiale”.
Ci si chiede: qualcuno ha mai messo in discussione, o ci ha interrogati, sull’esodo di milioni di venezuelani che hanno attraversato a piedi confini e continenti? Era forse una situazione normale? Evidentemente no.
Oggi la Cina si scopre improvvisamente attenta ai nostri diritti. Ma non menziona le flotte pescherecce che operano in alto mare, né le incursioni delle sue imbarcazioni che entrano nelle 200 miglia di giurisdizione per catturare la pota, trasferendola poi sulle navi madri cinesi in attesa oltre il limite. La Cina ci parla di sovranità.
Accusa gli Stati Uniti di una “manovra di potere per appropriarsi delle risorse”. Forse la franchezza di Trump e del suo Gabinetto li ha spiazzati. Eppure l’accordo di “protezione reciproca” firmato dalla Cina con la Russia un mese prima dell’invasione dell’Ucraina, i morti, le triangolazioni commerciali, il silenzio strategico di Pechino a tutela degli interessi russi — o meglio, dei propri — sembrano non contare.
Il silenzio cinese si è interrotto di fronte al grido aperto, esplicito e urticante di Trump: vogliamo il petrolio venezuelano, vogliamo modernizzarne la struttura; si tratta di un petrolio pesante che richiede tecnologie che le nostre imprese possono fornire, recuperando l’investimento attraverso la produzione. Cuba, Cina e Russia utilizzano quel petrolio, lo raffinano altrove. Qualcuno ha mai proposto di investire nella bonifica dei residui tossici generati dall’estrazione? A quanto pare no.
Il China Daily afferma che “ogni parvenza di ricerca di giustizia o stabilità è stata distrutta in una dimostrazione flagrante di ipocrisia illegale”, richiamando il precedente della guerra in Iraq. Ma ciò che inquieta maggiormente l’America Latina è un altro passaggio, sorprendentemente sincero: “L’azione militare mira anche a intimidire i Paesi della regione e a dissuaderli dall’approfondire la cooperazione con altri partner nei settori che gli Stati Uniti cercano di dominare”. Qui l’editorialista del China Daily rivela la vera preoccupazione: la tutela degli interessi cinesi.
Il testo è chiaramente rivolto a chi si nutre di argomentazioni semplici, a chi non ragiona e ha bisogno di una bandiera dietro cui gridare le proprie frustrazioni: la sinistra ideologica in declino, ormai compresa e smascherata dall’opinione pubblica, dove gli unici a vincere restano i dirigenti.
La reazione internazionale viene descritta come “contundente”: il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, esprime grave preoccupazione per il disprezzo del diritto internazionale; la Russia si dice “estremamente allarmata”; l’Unione Europea invoca il rispetto della Carta dell’ONU “in ogni circostanza”. Ma colpisce che proprio la Cina, nella sede delle Nazioni Unite, abbia sempre votato a favore della Russia sull’invasione dell’Ucraina. Cambiando emisfero, cambiano forse le logiche.
Va inoltre chiarito un punto: non vi è stata, per quanto noto, alcuna invasione. Non risulta la presenza di soldati statunitensi sul territorio venezuelano. Si è trattato di un’operazione chirurgica estrema, maturata dopo un disinteresse globale protratto nel tempo — compreso quello del “buon amico” Cina, presente sia nei momenti favorevoli sia in quelli tragici.
La Cina esorta oggi gli Stati Uniti a garantire l’incolumità personale di Maduro e di sua moglie, a rilasciarli immediatamente, a cessare i tentativi di sovversione e a risolvere le controversie attraverso il dialogo. Denuncia un presunto “saccheggio coloniale” e invoca sovranità, uguaglianza e non ingerenza come basi della stabilità globale.
Ma forse anche Pechino dovrebbe aprire un poco gli occhi e riconoscere che le proprie responsabilità nel mondo occidentale — abituato da secoli a vedere passare predatori, dai conquistadores ai nuovi attori travestiti da sacerdoti — non sono né neutre né disinteressate.









