Perù: una crisi istituzionale oltre l’instabilità politica

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Il Perù sta attraversando una crisi istituzionale che non può essere ridotta a un semplice episodio di instabilità governativa. Da oltre vent’anni il sistema politico ha subito una trasformazione profonda: i partiti hanno progressivamente perso identità ideologica e coesione programmatica, trasformandosi in piattaforme di potere frammentato.

L’attuale configurazione politica riflette equilibri parlamentari costruiti attraverso negoziazioni tra blocchi regionali e interessi contingenti più che attorno a progetti di governo strutturati. In questo contesto, l’azione dell’Esecutivo tende a privilegiare la stabilità parlamentare rispetto all’attuazione di riforme di lungo periodo.

Formalmente, le istituzioni funzionano e la divisione dei poteri è operativa. Tuttavia, il dato più rivelatore della fragilità del sistema è che quasi tutti gli ultimi presidenti peruviani — Alejandro Toledo, Ollanta Humala, Pedro Pablo Kuczynski e Pedro Castillo — sono stati coinvolti in procedimenti penali o misure restrittive della libertà personale. Ciò evidenzia non solo responsabilità individuali, ma una crisi sistemica nella relazione tra politica, giustizia e gestione dello Stato.

Il punto di svolta politico
La situazione si è aggravata con l’ingresso alla presidenza di Pedro Castillo. Il partito Perú Libre, secondo diverse osservazioni giuridiche formulate all’epoca, non avrebbe dovuto essere ammesso alle elezioni presidenziali per irregolarità formali, tra cui l’assenza di un programma di governo completo e la mancata definizione della formula vicepresidenziale nei termini previsti.

Successivamente, il Congresso della Repubblica ha autorizzato l’avvio di un procedimento penale nei confronti di Jorge Salas Arenas, giudice della Corte Suprema ed ex presidente della Giunta Elettorale Nazionale, per il presunto reato di negoziazione incompatibile relativo a nomine amministrative. Il caso ha riaperto interrogativi sulla fiducia nelle istituzioni incaricate di garantire il processo elettorale.

Il governo e il “debito sociale”
Gli eventi recenti hanno reso visibile una dinamica politica spesso evocata ma raramente esplicitata: l’esistenza di un cosiddetto “debito sociale” nei confronti delle forze parlamentari che hanno reso possibile la formazione del governo e far diventare presidente a José María Balcazar, detto da lui «debito sociale».

Secondo quanto dichiarato dall’attuale presidente del Consiglio dei ministri, tale debito rappresenterebbe l’obbligo politico di includere determinati gruppi nella distribuzione delle responsabilità ministeriali. In questo quadro, la formazione del gabinetto non risponderebbe prioritariamente a criteri tecnici o programmatici, ma a equilibri politici preesistenti.

Diagnosi di Hernando de Soto
«Guardate, i trionfi dell’Occidente capitalista, socialdemocratico o conservatore che sia, e i trionfi del capitalismo cinese sono proprio il risultato della separazione degli interessi di chi detiene il potere politico da quelli di chi detiene il potere economico. Che si tratti del sistema svizzero o del Partito Comunista Cinese, non importa; è questa separazione tra potere politico ed economico che dà origine alla rivoluzione industriale, che consente la creazione di ricchezza. Fino ad allora, finché ciò non è accaduto, la proprietà, ad esempio, era una questione esclusivamente statale. Ora è una questione indipendente. Quindi abbiamo iniziato a eliminare qualsiasi punto di convergenza tra i due, per vedere cosa sarebbe successo con persone indipendenti che avrebbero potuto, al momento delle elezioni, decidere tra il bene e il male.»


Alla luce di questa diagnosi assume particolare rilievo quanto accaduto durante il tentativo di formazione del nuovo gabinetto ministeriale.
Hernando de Soto presentò al presidente Balcázar una proposta di governo che prevedeva la sostituzione di sette ministeri. Come dichiarò successivamente:
«Ciò che volevo presentare al presidente era un elenco di ministri composto da persone che non avessero quel tipo di background, né marxista-leninista né quello che si potrebbe usare per fare fortune indecifrabili».
La lista venne consegnata durante una prima colazione di lavoro svoltasi tra le ore 8 e le 10 del mattino presso l’abitazione di De Soto. In quell’occasione venne fissato un incontro per il pomeriggio, quando avrebbe dovuto svolgersi la cerimonia di giuramento che avrebbe sancito la sua nomina alla guida del Consiglio dei ministri.
Alle ore 18 dello stesso giorno, tuttavia, De Soto apprese dalla televisione che il presidente stava procedendo al giuramento del nuovo gabinetto ministeriale, confermando proprio quei ministri che la sua proposta prevedeva di sostituire. Egli non era stato convocato alla cerimonia e, tra i nominati, figurava anche la ministra dell’Economia inclusa tra i cambiamenti suggeriti.

Ulteriore elemento di sorpresa fu il peso assunto dal partito guidato da César Acuña de Alianza para el Progreso, che pur non avendo conquistato la presidenza risultò titolare di un numero significativo di ministeri e sottosegretariati: otto.

Per De Soto, tale episodio conferma una dinamica strutturale nella quale la sovrapposizione tra interessi politici ed economici impedisce una reale separazione tra gestione dello Stato e potere politico. Da qui la sua affermazione:
«La corruzione continuerà».

Nelle sue conclusioni, De Soto ha richiamato i diversi modelli di capitalismo — nordamericano, europeo svizzero e cinese — sostenendo che il modello più distruttivo sia quello che definisce capitalismo corrotto, caratterizzato dalla fusione tra potere politico ed interessi economici. Secondo la sua analisi, è proprio questa dinamica che rischia oggi di consolidarsi in Perù.

A partire dalla sera del 24 febbraio, l’economista ha partecipato a numerose interviste televisive nelle quali ha ricostruito pubblicamente quanto accaduto, traendo due conseguenze di particolare rilievo per la comprensione della crisi politica peruviana.
La prima riguarda una convinzione ampiamente diffusa nel dibattito pubblico nazionale: l’idea secondo cui la responsabilità della crisi ricadrebbe esclusivamente sull’elettore peruviano, incapace di scegliere adeguatamente i propri rappresentanti. Secondo quanto emerge dal racconto di De Soto, tale lettura risulta parziale, poiché le decisioni politiche finali risponderebbero spesso a dinamiche di accordo e distribuzione del potere successive al voto, sulle quali l’elettore non esercita alcun controllo diretto.
La seconda conseguenza riguarda la responsabilità delle forze politiche e parlamentari che, pur non condividendo l’orientamento ideologico del governo, hanno contribuito alla sua formazione attraverso accordi politici che hanno reso possibile l’attuale configurazione del potere. In questo contesto, partiti tradizionalmente collocati nel centro e nel centrodestra risultano oggi oggetto di crescente contestazione pubblica per aver facilitato tali equilibri. Il più responsabile è il partito di Rafael Bernardo López-Aliaga y Cazorla chiamato «Porki», il suo partito «Solidaridad Nacional»

Conclusione
La crisi peruviana non appare quindi come un semplice conflitto politico contingente, ma come la manifestazione di una tensione più profonda tra istituzioni formali e pratiche di potere. Quando la separazione tra decisione politica e gestione economica si indebolisce, lo Stato perde progressivamente la propria funzione di garante delle regole comuni.
La sfida che il Perù affronta oggi non riguarda soltanto la stabilità di un governo, ma la capacità delle sue istituzioni di ristabilire fiducia, prevedibilità e autonomia rispetto agli interessi che competono per il controllo dello Stato.

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