Le reliquie del potere: il lungo processo culturale italiano sulla condizione femminile

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Tra nostalgia per il controllo, libertà di reclusione e ricerca di una vera uguaglianza.

È risaputo che i cambiamenti culturali tendono ad avanzare molto più lentamente del progresso tecnologico. Nell’era digitale, in cui i paradigmi di sviluppo vengono ridefiniti quotidianamente, la politica e la sociologia di tutti i giorni si scontrano ancora con i fantasmi di una visione del mondo agricola e tradizionale che si rifiuta di scomparire. L’episodio che ha coinvolto il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, questa settimana, è servito da specchio involontario per riflettere quanto sia ancora difficile per un mondo dominato dagli uomini accettare pienamente la libertà, l’autonomia e i progetti personali delle donne.

Tutto è iniziato all’evento Itaca di Formello, quando il Ministro degli Esteri ha condiviso un aneddoto personale: il consiglio ipotetico che darebbe a suo figlio nella scelta di una moglie. Secondo le sue parole, era preferibile scegliere una donna «più seria, meno appariscente, con una gonna leggermente più lunga», sostenendo che questa scelta garantiva una maggiore stabilità familiare, a differenza della donna «affascinante», alla quale attribuiva immediatamente una maggiore propensione al distacco o all’infedeltà.

Al di là dell’aneddoto o del contesto politico, questa riflessione rivela un modo di pensare profondamente radicato: la difficoltà che gli uomini incontrano nel concepire una relazione affettiva in termini di stretta parità intellettuale e indipendenza. In questa logica, il ruolo richiesto alle donne implica che gli uomini le sentano «presenti», disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per la gestione della casa, stabilendo una netta divisione del lavoro in cui l’ambizione professionale femminile, la stessa ambizione celebrata come leadership negli uomini, è vista con sospetto e giudizio morale.

Mentre alcune donne trovano conforto nei vantaggi derivanti dal conformarsi a questo schema tradizionale, quelle che scelgono di andare avanti fedeli a se stesse, perseguendo aspirazioni e progetti individuali con la stessa determinazione di qualsiasi uomo, continuano a scontrarsi con un filtro di approvazione basato su codici estetici o comportamentali. Questo pregiudizio associa quasi automaticamente una gonna corta all’instabilità etica e una gonna lunga alla virtù.

Le reazioni, in un’estate europea che sembra non finire mai, sono state immediate. La risposta più forte e simbolica è arrivata dal Parlamento stesso, dove undici senatrici hanno deciso di presentarsi insieme in minigonna come affermazione collettiva di dignità, autonomia e rifiuto di qualsiasi tentativo di mettere in discussione la credibilità delle donne attraverso il loro abbigliamento.

Successivamente, il Ministro ha offerto pubbliche scuse per la frase «meglio sposare una donna con una gonna più lunga e meno appariscente, che non ti ingannerà», assicurando di non aver mai avuto intenzione di offendere le donne, che afferma di aver sempre rispettato sia nella vita pubblica che in quella privata.

Tuttavia, l’ennesima ed esplicita esibizione di volgarità, le cui ripercussioni sociologiche restano da valutare, si è consumata quando un giornalista ha interpellato l’eurodeputato Roberto Vannacci, accreditato dai sondaggi attorno all’8% delle intenzioni di voto. Alla domanda se preferisse la gonna lunga o corta, non si è trattato di una gaffe, ma dell’ennesimo affondo consapevole: ha risposto con la spavalda disinvoltura di chi ostenta una rozza libertà da caserma: «Tra una gonna lunga e una gonna corta, io preferisco senza gonna».»

Non c’è bisogno di ulteriori commenti di fronte a una simile affermazione. In una società come quella italiana, dove l’avanzamento professionale delle donne e il raggiungimento dei loro obiettivi spesso devono avvenire all’estero a causa di barriere interne, è auspicabile che l’opinione pubblica si guardi bene dal continuare a sostenere queste vere e proprie reliquie culturali che ancora circolano nei corridoi del potere.