Abbiamo appreso quanto accaduto a Parigi, all’aeroporto Charles de Gaulle, a 18 cittadini peruviani diretti in Italia per partecipare al matrimonio di un familiare.
Sono stati umiliati ai controlli passaporti dalla Police aux Frontières (PAF): trattenuti senza spiegazioni chiare e sotto sospetti mai formalizzati.
Le testimonianze coincidono: gli agenti si sono rifiutati di comunicare in spagnolo, hanno confiscato documenti e telefoni, e costretto i passeggeri a firmare fogli redatti solo in francese, senza traduzione né assistenza legale. Alcuni sono stati persino ammanettati, nonostante non vi fosse alcuna accusa penale né indizio di reato. Le foto dei polsi segnati di uomini e donne di età diverse lo dimostrano.
Il trattamento ha incluso anche scherni verso gli oggetti religiosi, aggiungendo una componente di umiliazione culturale. L’udienza amministrativa era prevista per il 23 agosto; tuttavia, i peruviani sono stati rimandati a Lima il giorno 21, senza possibilità di esercitare il loro diritto di difesa. Il gruppo ha perso la coincidenza per l’Italia, ha visto frustrato il proprio viaggio ed è tornato con un senso di impotenza e di offesa.
Si sono messi in contatto con il Consolato e con l’Ambasciata. L’ambasciatore non si è presentato. A mio avviso avrebbe dovuto recarsi personalmente, con la scorta militare se necessario, per difendere i suoi connazionali. Non è stato così. Si dice che ci sia stata una telefonata, ma gli agenti doganali si sono rifiutati perfino di rispondere.
Chi è passato da quell’aeroporto lo sa: della Francia dell’immaginario collettivo rimane ben poco. Ai controlli, gran parte del personale è di origine maghrebina o africana. Lì hanno creato una roccaforte di potere esercitata con arroganza e, troppo spesso, con arbitrarietà.
Io stessa l’ho vissuto: durante un controllo mi sono accorta di aver lasciato l’orologio sul rullo. Sono tornata subito indietro. Nulla. Nessuno aveva visto niente. Tutti, in coro, hanno negato persino che io fossi passata da lì. I funzionari con cui ho avuto a che fare mi hanno chiuso ogni dialogo con arroganza, benché mostrassi il mio passaporto italiano. Ho perso l’orologio. I miei reclami sono stati inutili. E ho capito che non ero la prima né sarei stata l’ultima vittima di quel copione imparato.
Nel caso dei 18 peruviani trattenuti per due giorni, il problema più grave non è solo l’arbitrarietà di quei funzionari, ma la inerzia dell’Ambasciata del Perù in Francia, riflesso di ciò che accade in varie sedi diplomatiche in Europa: diplomatici pieni di complessi, con scarsa capacità di parlare, comunicare e difendere.
A ciò si aggiunge la forza ideologica islamica, che non incoraggia il ragionamento individuale ma l’obbedienza cieca alla guida dell’imam. Questa obbedienza conferisce coesione interna e ambizioni di influenza. In Italia, i maghrebini e gli africani controllano accessi ferroviari; in Francia, invece, esercitano già autorità alle frontiere. Con arbitrarietà. Con ambizioni.
Dall’altro lato, vediamo il declino politico di Macron: accusa l’Italia, accusa gli Stati Uniti e cerca di affermarsi con la guerra. Ieri, al Consiglio Europeo convocato in Danimarca, la frattura europea è apparsa evidente. Macron ha tentato di erigersi a capo militare d’Europa, ma non ha ottenuto consenso: Meloni ha rifiutato di inviare truppe, il Regno Unito era assente, poiché non fa più parte dell’UE, anche se grida da fuori contro la Russia, e il risultato è stato un fallimento.
Oggi, lunedì 1 settembre, il primo ministro francese François Bayrou ha accusato l’Italia di praticare “dumping fiscale”. Palazzo Chigi ha risposto subito: ha definito quelle dichiarazioni “infondate” e ha ribadito che l’Italia rispetta pienamente le regole dell’Unione. L’episodio conferma il deterioramento delle relazioni franco-italiane e mostra l’isolamento di una Francia che tenta di coprire le proprie debolezze interne con un discorso bellicista e con accuse ai suoi stessi partner europei.
Una cosa è il furto di un orologio, come mi è accaduto; ben altra è abusare impunemente di 18 persone, ammanettarle, deridere la loro fede e rimandarle indietro come fossero criminali. Ciò rivela qualcosa di ben più grave: l’esistenza di una forza che approfitta delle debolezze umane e politiche della Francia. Una forza che non nutre amore né rispetto per il paese in cui opera, ma lo utilizza per i propri obiettivi. Di fronte alle debolezze di Macron e del suo governo, quelle roccaforti trovano campo libero per imporsi.
Di fronte a una situazione come quella che vive Macron, indebolito da proteste sociali, tensioni politiche e fallimenti diplomatici, emergono sempre forze pronte ad approfittarne. Così come alle frontiere francesi certi gruppi si affermano sulle debolezze umane e sulla mancanza di controllo istituzionale, nella politica internazionale Macron cerca di affermarsi con un discorso di guerra che non riesce a nascondere la sua fragilità interna. È lo stesso schema: dove il potere vacilla, altri riempiono il vuoto.
Speriamo che il Perù faccia valere se stesso. Che faccia valere noi. Se i nostri ambasciatori non sono in grado di difendere i peruviani all’estero, tanto vale che lavorino a Lima, dove senza dubbio staranno meglio… perché in Europa, nel frattempo, i cittadini restiamo soli.








