Da Sisto V alla prima riforma del secolo XXI, non sarà né la prima né l’ultima, bensì un ulteriore tappa di un processo sinodale che è destinato a proseguire nel tempo. Ne parliamo con Mons. Sergio F. Aumenta,
L a storia della Curia romana e della Chiesa non è solo una storia amministrativa, isolata; è una storia fatta dai suoi uomini, delle loro scelte politiche e della sollecitudine pastorale intensa come parte di un racconto della Chiesa e del mondo. La riforma della Curia secondo la Praedicate Evangelium, entrata in vigore nel 2022, è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà all’essenziale. Nella storia del governo centrale della Chiesa non sarà nè la prima nè l’ultima, ma un’ulteriore tappa di un processo sinodale che è destinato a proseguire nel tempo. Se consideriamo la Curia come un organismo vivente, è inevitabile intravedere un destino di mutazione, di riforme che rispondono ad esigenze concrete, ma soprattutto a visioni ecclesiologiche. Ogni riforma riflette il carattere, la personalità e i criteri di governo del Pontefice che la promuove. Ciò accade tanto più quando non si tratta di una piccola riforma o limitata a qualche dicastero, ma che riguarda l’intera curia.
La prima Riforma della Curia Romana risale al 1588; portava la firma di Papa Sisto V , la Costituzione apostolica Immensa Aeterni Dei, e si muoveva nel contesto ecclesiologico della Riforma di Trento. Nell’ultimo secolo ci sono state diverse riforme della Curia tra cui quella di Pio X, con la Costituzione apostolica Sapienti Consilio, che eletto nel 1903, si rende conto dell’urgente necessità di mettere mano ad una complessiva riforma, legata alla crescita della secolarizzazione e alla soppressione degli organismi non strettamente ecclesiastici. Nel 1967 Papa Paolo VI con la Costituzione apostolica Regimini Ecclesiae Universae applica alla Curia Romana le indicazioni del Concilio Vaticano II. La Costituzione apostolica Pastor Bonus, promulgata da Papa Giovanni Paolo II nel 1988 accentua l’aspetto pastorale del servizio di tutte le organizzazioni, ma soprattutto introduce alcuni cambiamenti strutturali; la Segreteria di Stato vedrà rafforzata la sua preminenza sugli altri Dicasteri essendo organizzata in due sezioni, Affari Generali e Rapporti con gli Stati.

Sin dalla sua elezione nel 2013, Papa Francesco aveva annunciato la sua intenzione di procedere a una ulteriore riforma. Dopo aver ricordato la sua esperienza, prima come provinciale dei Gesuiti in Argentina, poi come arcivescovo di Buenos Aires, Francesco avverte l’importanza dell’ascolto. In questo senso ha promosso due aspetti: la sinodalità, non solo con la mera convocazione periodica dei sinodi, ma garantendo che tali consultazioni siano flessibili, reali e non meramente formali; dall’altro, la collegialità consultiva, espressa nei concistori e gruppi di cardinali sullo stile del Consiglio Istituito per la Riforma della Curia. Il Papa afferma che “le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma necessaria deve essere quella degli atteggiamenti”.
Il Papa non esita ad affermare, anche se non lo menziona espressamente, il vecchio principio della dottrina sociale cattolica, il principio di sussidiarietà, la cui applicazione all’esercizio del governo della Chiesa non deve sollevare riserve, né essere contrapposta al principio di comunione, come se fossero incompatibili. I Dicasteri romani sono al servizio del Papa e dei vescovi: devono aiutare sia le Chiese particolari che le Conferenze Episcopali: “I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o manager».
Papa Francesco insiste, tra gli atri cambiamenti da apportare, su un maggior riconoscimento del ruolo delle donne, non solo nella società civile ma anche nella Chiesa: “E’ necessario ampliare gli spazi per una presenza femminile più incisiva, necessaria nei luoghi in cui si prendono decisioni importanti”. Un altro principio innovativo oggi è il processo sinodale in atto, come anche la nomina dei laici o laiche a presiedere Dicasteri o Organismi.

Abbiamo incontrato Mons. Sergio F. Aumenta, autore della seconda edizione del libro La Curia Romana secondo Praedicate Evangelium.
Mons. Aumenta, quali sono i “cambiamenti” e le “novità” introdotte dalla Riforma della Curia romana secondo la Praedicate Evangelium?
In realtà i cambiamenti introdotti dalla Praedicate Evangelium sono numerosi. Tuttavia ciò che mi sembra più importante è la nuova prospettiva nella quale si inserisce la odierna riforma della Curia romana. Papa Francesco ha dichiarato in diverse occasioni che la Chiesa di oggi sta vivendo una nuova stagione della sua storia. Dice il Papa che quella attuale non è un’epoca di cambiamenti, ma piuttosto un cambiamento di epoca, poiché non siamo più nel tempo della cristianità. Proprio per questo si esige dalla Chiesa una conversione missionaria ed è in questo contesto che si pone anche la riforma della Curia romana: lo dice chiaramente la costituzione apostolica già nel preambolo. Probabilmente è questo il motivo per il quale il primo posto tra i Dicasteri della Curia romana è oggi occupato non più da quello della dottrina della fede, ma dal Dicastero per l’evangelizzazione. Questo è uno dei segni della conversione missionaria che il Papa vuole per la Chiesa.
Quali sono i cambiamenti?
Già il nome stesso della Costituzione apostolica Praedicate Evangelium è significativo e, ancora di più, lo è il fatto che il Papa abbia voluto riservare a se stesso la guida del Dicastero per l’Evangelizzazione. Nel testo della Costituzione apostolica seguono poi, nell’ordine, il Dicastero per la dottrina della fede e il Dicastero per il servizio della carità presentando quindi una visione di Chiesa universale impegnata innanzitutto a portare il Vangelo al mondo, quindi a custodirne l’integrità e, al tempo stesso, a testimoniarlo attraverso le opere di carità.
…e le novità?
L’ordine dei dicasteri modificato è già una grande novità. Quando si parla dei principi operativi del governo centrale, si tratta in primo luogo di una Chiesa che è “apostolica”, ovvero caratterizzata dalla comunione gerarchica di tutti i vescovi, che sono i successori degli Apostoli, insieme al Romano Pontefice in quanto successore di Pietro. La Curia, dice il testo della Costituzione, risulta al servizio del Romano Pontefice e anche al servizio dei vescovi. Qui faccio notare che questa sottolineatura (cioè: che la Curia è al servizio dei Vescovi) risulta anche una delle maggiori novità della nuova Costituzione. Un altro principio operativo che è stato introdotto nell’attuale Costituzione è quello della natura vicaria della Curia romana. Questo significa che ogni istituzione curiale compie la propria missione in virtù della potestà ricevuta dal Romano Pontefice. Per tale ragione qualunque fedele (anche un laico o una laica) può presiedere un Dicastero o un Organismo.
C’è anche la novità in una decentralizzazione nella Riforma….
La riforma parla anche della sana decentralizzazione, che secondo la Costituzione consiste nel lasciare alla competenza dei pastori delle chiese particolari, i vescovi diocesani, la facoltà di risolvere molte delle questioni che loro conoscono bene e questioni che non toccano l’unità di dottrina di disciplina di comunione della Chiesa Universale. Questo è un principio molto significativo.

Il 50% delle nomine nella Curia è composta da italiani. C’è qualche preferenza in speciale?
No, non c’è nessuna preferenza! La Praedicate Evangelium si fonda sul principio che l’Universalità della chiesa deve rispecchiarsi nella provenienza delle persone che lavorano nella Curia: Cardinali, Vescovi e altri collaboratori. Paolo VI, nella riforma del 1967, dopo il Concilio Vaticano II, affermava che la presenza internazionale nella Curia è un fatto compiuto. Oggi se parliamo delle nomine nelle posizioni apicali della Curia (prefetti, segretari di Dicasteri, ecc.) su 28 posizioni apicali quelle ricoperte da persone di nazionalità italiana sono solamente 8. Invece per quello che riguarda i collaboratori a livello esecutivo non saprei dirle. Ma a livello generale direi che l’internazionalizzazione della Curia è un dato di fatto.
Nel corso dei secoli ci sono state diverse riforme nella Curia. Quali sono state quelle che hanno avuto un maggiore impatto nella vita della Chiesa?
La Curia è un organismo vivo, nel corso dei secoli ci sono stati dei continui cambiamenti. Ci sono state delle riforme complessive che hanno inciso in una maniera più profonda, perché collegate ad alcuni momenti cruciali della storia della Chiesa. La riforma di Sisto V nel 1588 faceva seguito allo svolgimento del Concilio di Trento e rispondeva alle sfide del suo tempo, in modo particolare alla riforma Luterana. La riforma di San Pio X nel 1908 è stata una grande opera di modernizzazione della Curia, necessaria perché veniva dopo la fine del governo temporale del Papa sugli stati Pontifici. La riforma di Paolo VI era l’attuazione del Concilio ecumenico Vaticano II; quella di Giovanni Paolo II del 1988 si situa anch’essa nel cammino di attuazione del Concilio, in parallelo con l’elaborazione della riforma del Codice di diritto canonico del 1983. Tutte queste grandi riforme hanno avuto un forte impatto sulla vita della Chiesa perché erano risposte ai problemi del loro tempo.
Invece qual è il rapporto tra il Papa e la Curia nel nostro tempo?
È un rapporto buono, vitale, esistenziale, perché la Curia esiste in quanto è al servizio del Papa e dei Vescovi. Essa esiste per collaborare con il Papa, per mettere in pratica gli insegnamenti e i desideri del Pontefice sulla chiesa di oggi. In un suo discorso del 21 settembre 1963 Paolo VI la definì “un organo d’immediata aderenza e di assoluta obbedienza, del quale il Romano Pontefice si serve per esplicare la Sua universale missione”. E sottolineava che la Curia esiste in quanto traduce la volontà del Vescovo di Roma. Quindi la lealtà verso il Pontefice fa parte del suo Dna. Non esiste una Curia che non sia in perfetta consonanza con il Papa.
C’è un settore molto critico sul governo e le riforme di Papa Francesco. Con quale ottica i cattolici del mondo devono guardare alle riforme di Francesco?
Io credo che dobbiamo avere grande fiducia nel Signore che guida la sua Chiesa. Lui darà lo Spirito Santo a chi la Chiesa deve guidarla, soprattutto in questo tempo di cambiamenti. Ci sono delle difficoltà concrete in alcune aree della chiesa. In Europa la Chiesa Cattolica sembra arretrare rispetto ad altre parti del mondo, dove troviamo molti più battezzati, più vocazioni, ecc. Quindi il Papa ha l’assistenza dello Spirito Santo per condurre la Chiesa, e questo credo sia fondamentale. Poi è giusto che nella Chiesa ci sia il dialogo.
Per quanto riguarda le critiche…
Papa Francesco ha detto diverse volte di essere disposto ad accettare anche le eventuali critiche. Che ve ne siano è un fatto che non ci deve spaventare. Abbiamo dimenticato che molti Papi, nel passato recente, sono stati criticati. Pensiamo a Paolo VI e alla fatica da lui incontrata nell’attuazione del Concilio Vaticano II, o a Giovanni Paolo II. Pensiamo anche a Benedetto XVI e alle critiche che gli sono state rivolte a causa di pregiudizi, che a distanza di pochi anni si sono rivelati ingiusti ed infondati. L’importante è avere questo grande atteggiamento di apertura al confronto. Poi la Chiesa si sforza di restare fedele al Vangelo, soprattutto deve esserlo in momenti in cui è più difficile individuare le strade concrete per vivere tale fedeltà.
Fuente: Rai








