Alcune citazioni (ma ce ne sarebbero tante altre interessanti) da discorsi e omelie di papa Francesco durante il viaggio apostolico in Colombia dal 6 all’11 settembre scorso. Qualche annotazione a margine, anche sulla tradizionale conferenza-stampa a ruota libera nell’aereo che riportava tutti a Roma.

DURANTE IL VIAGGIO APOSTOLICO IN COLOMBIA

Riconciliazione nazionale/1 (Bogotà, incontro con le autorità e la società civile, 7 settembre 2017):  “Questo incontro mi offre l’opportunità di esprimere l’apprezzamento per gli sforzi compiuti, negli ultimi decenni, per porre fine alla violenza armata e trovare vie di riconciliazione. Nell’ultimo anno certamente si è progredito in modo particolare; i passi avanti fanno crescere la speranza, nella convinzione che la ricerca della pace è un lavoro sempre aperto, un compito che non dà tregua e che esige l’impegno di tutti. Lavoro che ci chiede di non venir meno nello sforzo di costruire l’unità della nazione e, malgrado gli ostacoli, le differenze e i diversi approcci sul modo di raggiungere la convivenza pacifica, persistere nella lotta per favorire la cultura dell’incontro, che esige di porre al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua altissima dignità, e il rispetto del bene comune. Che questo sforzo ci faccia rifuggire da ogni tentazione di vendetta e ricerca di interessi solo particolari e a breve termine”. NdR. Balza all’occhio una ‘stranezza’  in tutti i discorsi pronunciati da Francesco in Colombia: evocando il cammino fatto verso la riconciliazione nazionale, non ha mai esplicitamente parlato di “accordi di pace” e delle Farc, la formazione guerrigliera di sinistra che ha concluso tali accordi con il Governo. Bergoglio ha sempre evocato gli “sforzi”, ili “primo passo”, i “passi avanti”, ma non ha mai usato la parola “accordi”, che invece non mancava ad esempio nella risposta data a una domanda sul volo di ritorno dagli Stati Uniti (28 settembre 2015): “Quando ho avuto la notizia che a marzo sarebbe stato firmato l’accordo ho detto al Signore: fa che arriviamo a marzo con questa bella intenzione perché mancano piccole cose ma la volontà c’è, da ambedue le parti. Dobbiamo arrivare all’accordo definitivo. Mi sono sentito parte nel senso che ho sempre voluto questo: ho parlato due volte col presidente Santos e la Santa Sede – non solo io – era tanto aperta per aiutare in ciò che si poteva fare». Forse che, siccome gli accordi in una versione sono stati respinti dalla maggioranza del popolo, la Segreteria di Stato ha giudicato che era meglio non fossero citati esplicitamente per non irritare una parte dei cattolici che assistevano alle sante messe? Quella parte che si è manifestata anche con i fischi al presidente colombiano Santos (il quale ha poi preferito astenersi dal partecipare ad alcuni appuntamenti papali di massa)?

Riconciliazione nazionale/2 (Villavicencio, omelia della santa messa, 8 ottobre): “La riconciliazione non è una parola che dobbiamo considerare astratta; se fosse così, porterebbe solo sterilità, porterebbe maggiore distanza. Riconciliarsi è aprire una porta a tutte e ciascuna delle persone che hanno vissuto la drammatica realtà del conflitto. Quando le vittime vincono la comprensibile tentazione della vendetta, quando sconfiggono questa comprensibile tentazione della vendetta, diventano i protagonisti più credibili dei processi di costruzione della pace. Bisogna che alcuni abbiano il coraggio di fare il primo passo in questa direzione, senza aspettare che lo facciano gli altri. Basta una persona buona perché ci sia speranza! Non dimenticatelo: basta una persona buona perché ci sia speranza! E ognuno di noi può essere questa persona! Ciò non significa disconoscere o dissimulare le differenze e i conflitti. Non è legittimare le ingiustizie personali o strutturali. Il ricorso alla riconciliazione concreta non può servire per adattarsi a situazioni di ingiustizia”.

Riconciliazione nazionale/3 (Villavicencio, discorso durante la Liturgia di riconciliazione, 8 settembre 2017) “Ci siamo riuniti ai piedi del Crocifisso di Bojayá, che il 2 maggio 2002 assistette e patì il massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa (NdR: bomba delle Farc, 79 morti). Risulta difficile accettare il cambiamento di quanti si sono appellati alla violenza crudele per promuovere i loro fini, per proteggere traffici illeciti e arricchirsi o per credere, illusoriamente, di stare difendendo la vita dei propri fratelli. Sicuramente è una sfida per ciascuno di noi avere fiducia che possano fare un passo avanti coloro che hanno procurato sofferenza a intere comunità e a tutto un paese. E’ chiaro che in questo grande campo che è la Colombia c’è ancora spazio per la zizzania. Non inganniamoci. Fate attenzione ai frutti: abbiate cura del grano e non perdete la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni allarmistiche. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché in apparenza siano imperfetti e incompleti. Anche quando perdurano conflitti, violenza, o sentimenti di vendetta, non impediamo che la giustizia e la misericordia si incontrino in un abbraccio che assuma la storia di dolore della Colombia. Risaniamo quel dolore e accogliamo ogni essere umano che ha commesso delitti, li riconosce, si pente e si impegna a riparare, contribuendo alla costruzione dell’ordine nuovo in cui risplendano la giustizia e la pace”.

Riconciliazione nazionale/4 (Villavicencio, discorso durante la Liturgia di riconciliazione, 8 settembre 2017) “Come ha lasciato intravedere nella sua testimonianza Juan Carlos (NdR: Juan Carlos Murcia Perdomo, trentottenne ex-guerrigliero delle Farc, in cui restò 12 anni prima di cambiar vita)  in tutto questo processo, lungo, difficile, ma ricco di speranza di riconciliazione, risulta anche indispensabile accettare la verità. E’ una sfida grande ma necessaria. La verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate e si trasformino in strumenti di vendetta contro chi è più debole. La verità non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi.

Legge, ordine, “sangue puro” (Bogotà, incontro con le autorità e la società civile, 7 settembre 2017): “Il motto di questo Paese recita: «Libertà e Ordine». In queste due parole è racchiuso tutto un insegnamento. I cittadini devono essere stimati nella loro libertà e protetti con un ordine stabile. Non è la legge del più forte, ma la forza della legge, quella che è approvata da tutti, a reggere la convivenza pacifica. Occorrono leggi giuste che possano garantire tale armonia e aiutare a superare i conflitti che hanno distrutto questa Nazione per decenni; leggi che non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza. Solo così si guarisce da una malattia che rende fragile e indegna la società e la lascia sempre sulla soglia di nuove crisi. Non dimentichiamo che l’ingiustizia è la radice dei mali sociali. (…)  In questa prospettiva, vi incoraggio a rivolgere lo sguardo a tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo. Tutti siamo necessari per creare e formare la società. Questa non si fa solo con alcuni di “sangue puro”, ma con tutti. NdR. Due annotazioni interessanti e stimolanti per ulteriori riflessioni. La prima: “Le leggi giuste” non nascono dall’esigenza pragmatica di ordinare la società bensì dal desiderio di risolvere le cause strutturali della povertà che generano esclusione e violenza”. La seconda: “Tutti siamo necessari per creare e formare la società. Questa non si fa solo con alcuni di ‘sangue puro’, ma con tutti”. Quest’ultimo riferimento polemico si indirizza contro il fatto che il potere in Colombia è essenzialmente in mano ai ‘bianchi’, discendenti dei ‘conquistadores’.

Vita, famiglia, poveri (Bogotà, incontro con le autorità e la società civile, 7 settembre 2017): “La Chiesa, fedele alla sua missione, è impegnata per la pace, la giustizia e il bene comune. E’ consapevole che i principi evangelici costituiscono una dimensione significativa del tessuto sociale colombiano e per questo possono contribuire molto alla crescita del Paese; in modo speciale il sacro rispetto della vita umana, soprattutto la più debole e indifesa, è una pietra angolare nella costruzione di una società libera dalla violenza. Inoltre, non possiamo non mettere in risalto l’importanza sociale della famiglia, sognata da Dio come il frutto dell’amore degli sposi, «luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri». E, per favore, vi chiedo di ascoltare i poveri, quelli che soffrono. Guardateli negli occhi e lasciatevi interrogare in ogni momento dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti. Da loro si imparano autentiche lezioni di vita, di umanità, di dignità. Perché loro, che gemono in catene, comprendono le parole di colui che morì sulla croce – come recita il vostro inno nazionale”.

Giovani e capacità di comprensione (Bogotà, saluto al popolo colombiano, 7 settembre 2017): “Anche voi, ragazzi e ragazze, che vivete in ambienti complessi, con realtà diverse e situazioni familiari le più varie, vi siete abituati a vedere che nel mondo non tutto è bianco e neppure tutto nero; che la vita quotidiana si risolve in un’ampia gamma di differenti tonalità di grigio – è vero –, e questo vi può esporre al rischio di cadere in un’atmosfera di relativismo, mettendo in disparte quella potenzialità che hanno i giovani di comprendere il dolore di coloro che hanno sofferto. Voi avete la capacità non solo di giudicare, di segnalare sbagli – perché ve ne accorgete subito –, ma anche quell’altra capacità bella e costruttiva: quella di comprendere. Comprendere che anche dietro un errore – perché, parliamoci chiaro, l’errore è errore e non bisogna mascherarlo –, e voi siete capaci di comprendere che anche dietro un errore c’è un’infinità di ragioni, di attenuanti. Quanto ha bisogno di voi la Colombia per mettersi nei panni di quelli che molte generazioni fa non hanno potuto o saputo farlo, o non azzeccarono il modo giusto per riuscire a comprendere!” NdR: da notare quel “parliamoci chiaro, l’errore è un errore e non bisogna mascherarlo”.

Giovani e capacità di perdono (Bogotà, saluto al popolo colombiano, 7 settembre 2017): “Inoltre, la vostra giovinezza vi rende anche capaci di qualcosa di molto difficile nella vita: perdonare. Perdonare coloro che ci hanno ferito; è notevole vedere come voi non vi lasciate invischiare da vecchie storie, come guardate in modo strano quando noi adulti ripetiamo fatti di divisione semplicemente perché siamo attaccati a dei rancori. Voi ci aiutate in questo intento di lasciarci alle spalle quello che ci ha offeso, nel guardare avanti senza l’ostacolo dell’odio, perché voi ci fate vedere tutta la realtà che abbiamo davanti, tutta la Colombia che desidera crescere e continuare a svilupparsi; quella Colombia che ha bisogno di tutti e che noi anziani dobbiamo consegnare a voi”. NdR: da notare quel ridurre le ferite della Colombia a “vecchie storie”, quell’attribuire l’insistenza su “fatti di divisione” a “rancori”. Osservazioni queste ultime che danno l’impressione di una certa superficialità…

Consigli ai vescovi colombiani (Bogotà, discorso ai vescovi colombiani, 7 settembre 2017):. “Lasciatevi arricchire da quello che l’altro può offrirvi e costruite una Chiesa che offra a questo Paese una testimonianza eloquente di quanto si può progredire quando si è disposti a non rimanere nelle mani di pochi (…) Non accontentatevi di un mediocre impegno minimo, che lasci i rassegnati nella tranquilla quiete della loro impotenza, mentre al tempo stesso placa quelle speranze che avrebbero bisogno del coraggio di essere riposte più sulla forza di Dio che sulla propria debolezza (…) Riservate una particolare sensibilità per le radici afro-colombiane della vostra gente, che tanto generosamente hanno contribuito a disegnare il volto di questa terra. (…) Molti possono contribuire alla sfida di questa Nazione, ma la vostra missione è peculiare. Voi non siete tecnici né politici, siete Pastori. Cristo è la parola di riconciliazione scritta nei vostri cuori e avete la forza di poterla pronunciare non solo sui pulpiti, nei documenti ecclesiali o negli articoli dei periodici, ma più ancora nel cuore delle persone, nel segreto santuario delle loro coscienze, nell’ardente speranza che li attira all’ascolto della voce del cielo che proclama: «Pace agli uomini, che Dio ama»(…) Alla Chiesa non interessa altro che la libertà di pronunciare questa Parola, essere libera di pronunciare questa Parola. Non servono alleanze con una parte o con l’altra, bensì la libertà di parlare ai cuori di tutti. Proprio lì avete l’autonomia e il potere di inquietare, lì avete la possibilità di sostenere una inversione di rotta”. NdR. ‘Mediocre impegno minimo”… forse un riferimento alla dichiarazione della Conferenza episcopale colombiana sulla legittimità anche di un voto negativo sugli accordi di pace tra Governo e Farc?

Alcune ansie e la comoda neutralità (Bogotà, discorso ai vescovi colombiani, 7 settembre 2017): “Permettetemi di presentarvi ora alcune ansie che porto nel mio cuore di Pastore (…) Penso ai numerosi e generosi sacerdoti e alla sfida di sostenerli nella fedele e quotidiana scelta per Cristo e per la Chiesa, mentre alcuni altri continuano a portare avanti la comoda neutralità di quelli che non scelgono nulla per rimanere con se stessi. Penso ai fedeli laici sparsi in tutte le Chiese particolari, che resistono faticosamente nel lasciarsi radunare da Dio che è comunione, anche quando non pochi proclamano il nuovo dogma dell’egoismo e della morte di ogni solidarietà, parola che vogliono togliere dal dizionario”. NdR. E’ evidente che Francesco non ha ancora digerito il ‘no’ popolare agli accordi di pace Governo-Farc (poi approvati in una versione leggermente modificata dal solo Parlamento). Il Papa sa che una parte dei cattolici (decisiva nel conteggio finale!) ha rifiutato gli accordi, ritenendo che essi premiassero vergognosamente le Farc e che in essi fossero contenuti anche riferimenti ambigui a vita e famiglia. Per Bergoglio in tale occasione (e anche dopo) si sono comportati da egoisti non pochi sacerdoti e tanti laici (oltre che diversi vescovi), accusati di mancanza di ‘solidarietà’. Vale qui la pena di ricordare la forte polemica della tv cattolica ‘Teleamiga’ (e in particolare del suo direttore José Galat, rettore dell’Università ‘Gran Colombia’, già candidato conservatore alla presidenza della Repubblica nel 2010): tale tv è stata oggetto di un duro comunicato di censura da parte della Conferenza episcopale colombiana il 25 luglio scorso a causa della violenza dei toni usati contro Francesco. Decine poi i sacerdoti e le associazioni cattoliche schieratisi contro la visita del Papa.

La Chiesa latino americana è meticcia (Bogotà, discorso al Comitato direttivo del Celam, conferenza dei vescovi latino-americani, 7 settembre): “Non si può ridurre il Vangelo a un programma al servizio di uno gnosticismo di moda, a un progetto di ascesa sociale o a una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale. (…) La Chiesa conosce come pochi quell’unità sapienziale che precede qualunque realtà in America Latina. Convive quotidianamente con quel patrimonio morale su cui poggia l’edificio esistenziale del continente. Sono sicuro che, mentre sto parlando di questo voi, potreste dare un nome a questa realtà. Con essa dobbiamo continuamente dialogare. Non possiamo perdere il contatto con questo substrato morale, con questo humus vitale che abita nel cuore della nostra gente e in cui si percepisce la mescolanza quasi indistinta, ma al tempo stesso eloquente, del suo volto meticcio: non unicamente indigeno, né ispanico, né lusitano, né afroamericano, ma meticcio, latinoamericano!”

Ruolo fondamentale della donna/1 (Bogotà, discorso al Comitato direttivo del Celam, 7 settembre): “Non è necessario che mi dilunghi per parlare del ruolo della donna nel nostro continente e nella nostra Chiesa. Dalle sue labbra abbiamo imparato la fede; quasi con il latte del suo seno abbiamo acquisito i tratti della nostra anima meticcia e l’immunità di fronte ad ogni disperazione. Penso alle madri indigene o “morenas”, penso alle donne delle città con il loro triplo turno di lavoro, penso alle nonne catechiste, penso alle consacrate e alle così discrete “artigiane” del bene. Senza le donne la Chiesa del continente perderebbe la forza di rinascere continuamente. Sono le donne che, con meticolosa pazienza, accendono e riaccendono la fiamma della fede. È un serio dovere comprendere, rispettare, valorizzare, promuovere la forza ecclesiale e sociale di quanto le donne realizzano. Hanno accompagnato Gesù missionario; non si sono allontanate dai piedi della croce; in solitudine hanno aspettato che la notte della morte restituisse il Signore della vita; hanno inondato il mondo con l’annuncio della sua presenza risuscitata. Se vogliamo una fase nuova e vitale della fede in questo continente, non la otterremo senza le donne. Per favore, non possono essere ridotte a serve del nostro recalcitrante clericalismo; esse sono, invece, protagoniste nella Chiesa latinoamericana: nel loro uscire con Gesù; nel loro perseverare, anche nelle sofferenze del suo Popolo; nel loro aggrapparsi alla speranza che vince la morte; nel loro gioioso modo di annunciare al mondo che Cristo è vivo, ed è risorto”.

Ruolo fondamentale della donna/2 (Villavicencio, omelia della santa messa, 8 settembre 2017): “Nel Vangelo abbiamo ascoltato la genealogia di Gesù (cfr Mt 1,1-17), che non è una mera lista di nomi, bensì storia viva, storia di un popolo con cui Dio ha camminato e, facendosi uno di noi, ha voluto annunciarci che nel suo sangue scorre la storia di giusti e peccatori, che la nostra salvezza non è una salvezza asettica, di laboratorio, ma concreta, una salvezza di vita che cammina. Questa lunga lista ci dice che siamo piccola parte di una grande storia e ci aiuta a non pretendere protagonismi eccessivi, ci aiuta a sfuggire alla tentazione di spiritualismi evasivi, a non astrarci dalle coordinate storiche concrete che ci tocca vivere. E inoltre include, nella nostra storia di salvezza, quelle pagine più oscure o tristi, i momenti di desolazione e abbandono paragonabili all’esilio.

La menzione delle donne – nessuna di quelle evocate nella genealogia appartiene alla gerarchia delle grandi donne dell’Antico Testamento – ci permette un avvicinamento speciale: sono esse, nella genealogia, quelle che annunciano che nelle vene di Gesù scorre sangue pagano, e a ricordare storie di emarginazione e sottomissione. In comunità dove tuttora trasciniamo atteggiamenti patriarcali e maschilisti, è bene annunciare che il Vangelo comincia evidenziando donne che hanno tracciato una tendenza e hanno fatto storia.

E in mezzo a tutto ciò, Gesù, Maria e Giuseppe. Maria col suo generoso “sì” ha permesso che Dio si facesse carico di questa storia. Giuseppe, uomo giusto, non ha lasciato che l’orgoglio, le passioni e lo zelo lo gettassero fuori da quella luce. Per la modalità della narrazione, noi sappiamo prima di Giuseppe quello che è successo a Maria, e lui prende decisioni dimostrando la sua qualità umana prima ancora di essere aiutato dall’angelo e arrivare a comprendere tutto ciò che accadeva intorno a lui. La nobiltà del suo cuore gli fa subordinare alla carità quanto ha imparato per legge; e oggi, in questo mondo nel quale la violenza psicologica, verbale e fisica sulla donna è evidente, Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato che, pur non possedendo tutte le informazioni, si decide per la reputazione, la dignità e la vita di Maria. E nel suo dubbio su come agire nel modo migliore, Dio lo ha aiutato a scegliere illuminando il suo giudizio”. NdR: da notare quell’ “oggi, in questo mondo nel quale la violenza psicologica, verbale e fisica sulla donna è evidente”. Forse un po’ forzato rispetto alla realtà odierna… forse che Jorge Mario Bergoglio è reduce da qualche seduta boldrina di ‘politicamente corretto’?

Il vero discepolato (Medellin, omelia durante la santa messa, 9 settembre): “Per il Signore, anche per la prima comunità, è di somma importanza che quanti ci diciamo discepoli non ci attacchiamo a un certo stile, a certe pratiche che ci avvicinano più al modo di essere di alcuni farisei di allora che a quello di Gesù. La libertà di Gesù si contrappone alla mancanza di libertà dei dottori della legge di quell’epoca, che erano paralizzati da un’interpretazione e da una pratica rigoristica della legge. Gesù non si ferma ad un’attuazione apparentemente “corretta”; Egli porta la legge alla sua pienezza e perciò vuole porci in quella direzione, in quello stile di sequela che suppone andare all’essenziale, rinnovarsi e coinvolgersi. Sono tre atteggiamenti che dobbiamo plasmare nella nostra vita di discepoli”. NdR. Da notare che, contrariamente al solito, l’utilizzo di ‘farisei’ e di ‘dottori della legge’ è contestualizzato. I farisei sono “quelli di allora” e i dottori della legge sono “di quell’epoca”. Che gli sforzi del Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni abbiano prodotto finalmente un effetto positivo?

L’audacia è una virtù, la Chiesa è di Dio (Medellin, omelia durante la santa messa, 9 settembre): “(sulla necessità di coinvolgersi) La terza parola, coinvolgersi. Anche se per qualcuno questo può sembrare sporcarsi o macchiarsi. Come Davide e i suoi che entrarono nel tempio perché avevano fame e i discepoli di Gesù entrarono nel campo di grano e mangiarono le spighe, così oggi a noi è chiesto di crescere in audacia, in un coraggio evangelico che scaturisce dal sapere che sono molti quelli che hanno fame, hanno fame di Dio – quanta gente ha fame di Dio! -, fame di dignità, perché sono stati spogliati. E mi chiedo se la fame di Dio in tanta gente forse non venga perché con i nostri atteggiamenti noi li abbiamo spogliati. E, come cristiani, aiutarli a saziarsi di Dio; non ostacolare o proibire loro l’incontro. Fratelli, la Chiesa non è una dogana; richiede porte aperte, perché il cuore del suo Dio è non solo aperto, ma trafitto dall’amore che si è fatto dolore. Non possiamo essere cristiani che alzano continuamente il cartello “proibito il passaggio”, né considerare che questo spazio è mia proprietà, impossessandomi di qualcosa che non è assolutamente mio. La Chiesa non è nostra, fratelli, è di Dio; Lui è il padrone del tempio e della messe; per tutti c’è posto, tutti sono invitati a trovare qui e tra noi il loro nutrimento. Tutti”.

Diritti umani, lotta alla droga, giustizia (omelia della santa messa, Cartagena de Indias, 10 settembre):. “In questa città, che è stata chiamata “l’eroica” per la sua tenacia 200 anni fa nel difendere la libertà ottenuta, celebro l’ultima Eucaristia di questo viaggio. Inoltre, da 32 anni, Cartagena de Indias è in Colombia la sede dei diritti umani, perché qui come popolo si stima che «grazie al gruppo missionario formato dai sacerdoti gesuiti Pedro Claver y Corberó, Alonso de Sandoval e il fratello Nicolás González, accompagnati da molti figli della città di Cartegena de Indias nel secolo XVII, nacque la preoccupazione per alleviare la situazione degli oppressi dell’epoca, essenzialmente quella degli schiavi, per i quali reclamarono il rispetto e la libertà» (Congresso della Colombia, 1985, legge 95, art. 1).

Gesù, nel Vangelo, ci fa presente anche la possibilità che l’altro si chiuda, si rifiuti di cambiare, persista nel suo male. Non possiamo negare che ci sono persone che persistono in peccati che feriscono la convivenza e la comunità: «Penso al dramma lacerante della droga, sulla quale si lucra in spregio a leggi morali e civili». Questo male minaccia direttamente la dignità della persona umana e spezza progressivamente l’immagine che il Creatore ha plasmato in noi. Condanno fermamente questa piaga che ha spento tante vite e che è mantenuta e sostenuta da uomini senza scrupoli. Non si può giocare con la vita del nostro fratello, né manipolare la sua dignità. Faccio appello affinché si cerchino i modi per porre fine al narcotraffico, che non fa che seminare morte dappertutto stroncando tante speranze e distruggendo tante famiglie.

Anche per questo dobbiamo essere preparati e saldamente posizionati su principi di giustizia che non tolgano nulla alla carità. Non è possibile convivere in pace senza avere a che fare con ciò che corrompe la vita e attenta contro di essa. A questo proposito, ricordiamo tutti coloro che, con coraggio e senza stancarsi, hanno lavorato e hanno persino perso la vita nella difesa e protezione dei diritti della persona umana e della sua dignità. Come a loro, la storia chiede a noi di assumere un impegno definitivo in difesa dei diritti umani, qui, a Cartagena de Indias, luogo che voi avete scelto come sede nazionale della loro tutela”.

DALLA CONFERENZA-STAMPA IN AEREO, DI RITORNO DALLA COLOMBIA, 11 settembre 2017

. Non conoscevo la Colombia profonda: “Davvero sono rimasto commosso della gioia, della tenerezza, della gioventù, della nobiltà del popolo colombiano. Davvero, un popolo nobile, che non ha paura di esprimersi come sente, non ha paura di sentire e far vedere quello che sente. Così l’ho percepito io. Questa è la terza volta [che vado in Colombia], che io ricordi, ma un vescovo ha detto: “No, Lei c’è stato una quarta volta, ma soltanto per piccole riunioni”, una volta a La Ceja e le altre due, o tre, a Bogotá. Ma non conoscevo la Colombia profonda, quella che si vede per le strade. E io ringrazio per la testimonianza di gioia, di speranza, di pazienza nella sofferenza di questo popolo. Mi ha fatto tanto bene. Grazie”.

. Ah, il clima… (domanda: perché negano che il cambiamento climatico sia anche opera dell’uomo?” “Chi nega questo deve andare dagli scienziati e domandare loro. Loro parlano chiarissimo. Gli scienziati sono precisi. (…) Del cambiamento climatico si vedono gli effetti, e gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. (…) Se uno è un po’ dubbioso che che questo non sia tanto vero, che domandi agli scienziati. Loro sono chiarissimi. Non sono opinioni campate per aria: sono chiarissimi. E poi decida. E la storia giudicherà le decisioni. (altra domanda: perché tarda una presa di coscienza sull’argomento?). Il perché? Mi viene in mente una frase dell’Antico Testamento: l’uomo è uno stupido, è un testardo che non vede. L’unico animale del creato che mette la gamba nella stessa buca, è l’uomo. Il cavallo e gli altri no, non lo fanno. C’è la superbia, la presunzione di dire: “No, ma non sarà così…”. E poi c’è il “dio Tasca”, no? “ NdR. Dalla testimonianza del Premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, resa il 26 novembre 2014 presso le Commissioni Ambiente del Senato e della Camera: “Vorrei ricordare che dal 2000 al 2014 la temperatura della Terra non è aumentata: essa è diminuita di -0,2 gradi e noi non abbiamo osservato negli ultimi 15 anni alcun cambiamento climatico di una certa dimensione. Questo è un fatto di cui tutti voi dovete rendervi conto, perché non siamo di fronte ad una crescita esplosiva della temperatura. La temperatura è montata fino al 2000: da quel momento siamo scesi di 0,2 gradi. Io guardo i fatti”.

Ah, i migranti… (domanda sulla cosiddetta “politica di chiusura delle partenze” da parte dell’Italia): () Io sento il dovere di gratitudine verso l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è, primo, cuore aperto, sempre. E’ anche un comandamento di Dio, di accoglierli, “perché tu sei stato schiavo, migrante in Egitto” (cfr Levitico 19,33-34): questo dice la Bibbia. Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli. Integrarli. (…) In un altro volo – quando tornavamo dalla Svezia, credo – ho parlato della politica di integrazione della Svezia come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: “Il numero è questo; di più non posso”, perché c’è il pericolo della non-integrazione”. NdR. E’ vero che già in altre occasioni (rivolgendosi al Corpo diplomatico, di ritorno dal viaggio apostolico in Svezia, ecc…) papa Francesco aveva già posto dei paletti precisi all’accoglienza incontrollata dei migranti. Tuttavia nella maggior parte delle dichiarazioni papali è inconfutabile che prevalesse proprio quest’ultima scelta. Tale è sempre stata anche la percezione dell’opinione pubblica. Le affermazioni sul volo di ritorno dalla Colombia assumono però un significato particolare, soprattutto per il momento in cui sono state fatte, nel pieno di una violenta polemica – italiana ma non solo- sui contenuti di una vera politica di accoglienza. Sarà che la diplomazia vaticana ha lavorato intensamente, favorendo i contatti con il Governo italiano, ma tali affermazioni innegabilmente suonano come correttive di tante dichiarazioni precedenti e sembrano affiancare la maggior prudenza italiana sull’argomento. Meglio tardi che mai. Una parte della Chiesa italiana si è sentita spiazzata dalle ultime affermazioni papali. In primo luogo l’ “Avvenire” galantino che, in nome della correttezza e della completezza dell’informazione, ha così titolato in apertura di prima pagina martedì 12 settembre: “Accogliere, integrare”. I non pochi lettori che si fermano ai titoli avranno pensato: niente di nuovo nelle dichiarazioni di Francesco. Nel primo piano di pagina 5, il titolo a tutta pagina suonava così: “Clima, l’uomo testardo che non vede”. E il sottotitolo: “Il Papa: sui mutamenti climatici scienza chiarissima. Migranti, ‘accogliere e integrare’ “. ‘Avvenire’ catto-fluido sempre e turiferario fin nel midollo… ma solo se conviene! Se no, le arti acrobatiche dell’ipocrisia clericale le conosce tutte…

 www.rossoporpora.org 

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